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Mattarella ad Amatrice richiama la scuola inclusiva, Zuppi lo appoggia. Valditara sposta il tetto dagli stranieri a chi non parla italiano: grave lo stesso.

mondoscuola 7 minuti di lettura

Ieri, 21 settembre, Sergio Mattarella ha scelto Amatrice, nel decimo anniversario del terremoto che distrusse la vecchia scuola “Romolo Capranica”, per inaugurare l’anno scolastico e consegnare un messaggio che, pur senza mai nominare la presidente del Consiglio, arriva a ventiquattr’ore esatte dall’annuncio di Giorgia Meloni sul tetto agli studenti stranieri e sul divieto di burqa.

“La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati. La scuola prepara tutti — è aperta a tutti: così dispone l’articolo 34 della Costituzione”, ha detto il Capo dello Stato, aggiungendo che la scuola “deve stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere”. Nello stesso giro di ore, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, apriva i lavori del Consiglio episcopale permanente definendo “una scuola autenticamente inclusiva” come “uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace”. E mentre le due cariche più autorevoli del Paese, laica e religiosa, convergevano sullo stesso principio, il ministro Giuseppe Valditara correggeva il tiro dell’annuncio della premier, precisando che il tetto riguarderà “gli stranieri in classe solo se non parlano bene la nostra lingua”.

Amatrice non è un dettaglio

La scelta del luogo, per un discorso di inaugurazione dell’anno scolastico, non è mai neutra, e quella di ieri lo è ancora meno. Mattarella ha parlato dall’Istituto Omnicomprensivo “Sergio Marchionne”, ricostruito dopo che il sisma del 2016 aveva raso al suolo la vecchia scuola del paese: un luogo che racconta, con la propria stessa esistenza fisica, cosa significhi ricostruire una comunità invece di dividerla. Il Capo dello Stato non ha citato la premier né commentato direttamente il provvedimento annunciato due giorni prima da Fenix, ma ha costruito un intero discorso — sicurezza delle comunità, rapporto fra famiglie e insegnanti, investimento nella conoscenza, superamento “dei muri della diffidenza e dell’incomunicabilità” — che si legge, punto per punto, come la fotografia in negativo dell’annuncio di Meloni.

Anche la chiusura, ha lasciato intendere un registro volutamente distante da quello securitario del weekend appena trascorso. Non è la prima volta che Mattarella sceglie un anniversario doloroso per parlare di scuola e comunità: la scelta ricorrente di luoghi simbolici, dalle zone terremotate alle periferie più fragili, costruisce nel tempo un lessico presidenziale coerente, in cui l’istruzione pubblica viene sistematicamente associata alla ricostruzione materiale e morale del Paese, mai alla sua frammentazione identitaria.

Zuppi, Leone XIV, e il legame con Centocelle

Le parole di Zuppi, pronunciate nello stesso arco di ore, meritano di essere lette per intero. Il cardinale ha definito l’educazione come l’accompagnare “una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo”, e ha collegato esplicitamente i recenti episodi di violenza nelle scuole alla necessità di “una presenza rinnovata nel mondo educativo” — un riferimento che arriva a pochi giorni dall’aggressione alla professoressa di Centocelle, salvata da un compagno di origine congolese.

Zuppi ha inoltre richiamato le sfide “non più rinviabili” indicate da papa Leone XIV nell’enciclica Magnifica Humanitas, la prima delle quali riguarda proprio le disuguaglianze educative:

Le scuole hanno riaperto i cancelli” e “i recenti episodi di violenza ci interrogano profondamente. Ci sono sfide non più rinviabili, come quella delle disuguaglianze educative: non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo.
Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace

È una convergenza istituzionale rara, quella fra Quirinale e Cei nello stesso arco di 24 ore, sullo stesso principio, contro la stessa proposta di governo.

Il tetto che cambia bersaglio, e perché resta grave lo stesso

Nel frattempo, Valditara ha precisato la misura annunciata da Meloni, spostandone il perimetro: non più un tetto generico agli studenti di origine straniera, ma un limite legato specificamente a chi “non parla bene la nostra lingua”. Il cambiamento merita un’analisi attenta, perché rischia di sembrare una correzione di rotta più ragionevole, mentre in realtà sposta il problema senza risolverlo.

Ancorare il tetto alla competenza linguistica, invece che alla cittadinanza, produce almeno due effetti distorsivi non meno seri di quelli della versione originale.

Il primo: crea una distinzione fra “stranieri accettabili” — quelli che parlano già bene l’italiano — e “stranieri da contingentare”, proprio i più fragili, quelli appena arrivati o con background scolastico più discontinuo, che avrebbero invece bisogno di più tempo in classe con i pari italofoni, non di meno.

Il secondo: introduce un incentivo perverso per le scuole, che si troverebbero economicamente e organizzativamente spinte a scoraggiare l’iscrizione degli studenti meno competenti in italiano pur di restare sotto soglia, invece di investire — come chiederebbe una vera politica di inclusione — in corsi di alfabetizzazione linguistica intensivi capaci di colmare il divario nel tempo più breve possibile.

Il tetto, insomma, cambia bersaglio ma non cambia logica: continua a trattare la difficoltà linguistica come un problema da isolare, non come una condizione temporanea da accompagnare, esattamente il rovescio di quanto Mattarella e Zuppi hanno appena ribadito nello stesso giorno. Le scuole italiane dispongono già, sulla carta, di strumenti pensati esattamente per questo scopo — i corsi di italiano L2, i protocolli di accoglienza per i neoarrivati, le ore aggiuntive di alfabetizzazione — ma restano cronicamente sottofinanziati e affidati quasi sempre alla buona volontà dei singoli istituti, non a un piano nazionale strutturato con risorse certe. Un tetto che scoraggia l’iscrizione, invece di rafforzare questi stessi strumenti già esistenti, sceglie la strada più economica e più visibile sul piano della propaganda, non quella più efficace sul piano dei risultati scolastici reali.

Parlare di scuola per non parlare d’altro

Nel giro di appena tre giorni, la scuola è diventata il terreno su cui si sono confrontati la premier, il presidente della Repubblica, il presidente della Cei e il ministro dell’Istruzione: un livello di attenzione istituzionale raramente raggiunto su un singolo dossier scolastico. Ma proprio questa intensità merita una domanda più scomoda di quelle già poste: quanto di questo dibattito serrato — tetto sì, tetto no, tetto solo linguistico — stia davvero affrontando i problemi strutturali della scuola italiana, e quanto stia invece occupando lo spazio pubblico che altrimenti toccherebbe ai fallimenti socio-economici di questo governo.

Mentre si discute di soglie percentuali e di competenza linguistica, restano fuori dal dibattito i temi che questo blog documenta da mesi: duecentocinquantamila insegnanti precari, edifici scolastici per oltre la metà privi di agibilità, un fondo per l’edilizia scolastica con miliardi bloccati per mancanza di personale tecnico, un salario minimo mai introdotto, un potere d’acquisto eroso da anni di inflazione non compensata. Sono i problemi che un annuncio sul burqa o sulla competenza linguistica non risolve in alcun modo, e che restano sistematicamente fuori dai titoli dei giornali ogni volta che la propaganda identitaria trova un nuovo bersaglio su cui concentrare l’attenzione pubblica.

Mattarella e Zuppi hanno detto, nello stesso giorno e con lo stesso principio costituzionale alle spalle, che la scuola italiana resta aperta a tutti per definizione, non per concessione. Valditara ha risposto spostando il bersaglio del tetto dalla nazionalità alla lingua, senza però correggerne la logica di fondo: continuare a trattare la fragilità linguistica come un problema da limitare, non come una condizione da accompagnare. Nel frattempo, la macchina della propaganda ha ottenuto esattamente ciò che cercava: tre giorni di attenzione nazionale concentrata sulla composizione delle classi, sottratti alla domanda più urgente e più scomoda, quella sui soldi, sugli organici e sugli edifici che servirebbero davvero per rendere la scuola pubblica italiana all’altezza dei principi che il presidente della Repubblica ha appena ricordato ad Amatrice.


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