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Il mercato del libro «riparte» grazie ai 60 milioni per le biblioteche: famiglie ferme, saggistica in calo, piccoli editori e librerie indipendenti in affanno.

cultura 10 minuti di lettura

Il 10 aprile il Ministero della Cultura ha diffuso un comunicato con un titolo che vale un programma politico: grazie al fondo per l’editoria libraria, «il mercato dei libri nel 2026 riparte in crescita». Il ministro Alessandro Giuli ci leggeva «il successo di un provvedimento capace di rivitalizzare il settore industriale», e l’Associazione italiana editori ha poi aggiornato la contabilità: +3,8% a valore nei primi quattro mesi, +3,2% nei primi nove, per 1.026,5 milioni di euro.

Tutto esatto, tutto sistemato dentro un verbo: «riparte». Ma un mercato riparte quando qualcuno ricomincia a comprare per scelta propria, e la questione è chi compra, che cosa e fino a quando. Dati AIE alla mano, la «ripartenza» è una ripresa sostenuta dalla spesa pubblica, le famiglie non c’entrano, la saggistica scende e le perdite ricadono sui piccoli editori e sulle librerie indipendenti: cose che il comunicato non dice e che le fonti ufficiali, lette per intero, ammettono quasi tutte.

La «ripartenza» è un ritorno al livello del 2024

Cominciamo dall’aritmetica, che è la parte meno ideologica. Nel 2025 il mercato trade (narrativa e saggistica a stampa venduta in librerie, negozi online e grande distribuzione) ha chiuso con 99,5 milioni di copie, il 3% in meno, e con un valore di 1.483,9 milioni, il 2,1% in meno: per la prima volta in cinque anni sotto i 100 milioni di copie, come ammette il presidente dell’AIE Innocenzo Cipolletta con rara sobrietà: «chiudiamo un anno difficile». Il digitale compensa in parte (ebook +2,4%, audiolibri in abbonamento +13,3%) e il Rapporto presentato il 7 ottobre a Francoforte fotografa un mercato nazionale da 3,198 miliardi, in calo dell’1,2%.

Su questa base, nei primi quattro mesi del 2026 la spesa passa da 429,8 a 446,2 milioni di euro. Le diapositive dell’AIE descrivono il risultato con una formula che il comunicato ministeriale ha preferito non riprendere: si torna «ai livelli del 2024», quando i milioni erano 447,1, cioè meno di un milione in più di oggi. Le copie restano sotto, 29,8 milioni contro 30,2, e il prezzo medio di copertina sale dell’1,2%, meno dell’indice generale dei prezzi per il secondo anno consecutivo: in termini reali il mercato vende meno copie e incassa meno di due anni fa. È la guarigione di un paziente che ritrova la temperatura giusta grazie agli antipiretici.

Il motore è la spesa pubblica, e lo dice chi la incassa

Il «fondo biblioteche» è il bonus da 60 milioni del Decreto Cultura: il bando del Piano Olivetti ha visto il plafond salire da 30 a 60 milioni e ha raccolto 4.530 domande. L’AIE stima che nei primi quattro mesi ne siano stati spesi circa 35, e avverte con onestà di bilancio che quella cifra non si può scorporare dal venduto, perché solo una parte raggiunge i canali rilevati. Lo scorporo è impossibile, ma l’ordine di grandezza parla: a fronte di 16,4 milioni di spesa trade in più, in quattro mesi ne sono stati spesi 35 di bonus: dove sarebbe la ripartenza, senza quei 35 milioni?

A dirlo con più franchezza è lo stesso Cipolletta. Al Salone di Torino ha attribuito al bonus la maggior parte dell’aumento di quasi il 4%, notando che l’online, che il bonus non copriva, è rimasto fermo; il 5 maggio aveva chiamato gli acquisti delle biblioteche «una boccata d’ossigeno», aggiungendo che sulle famiglie «pesano inflazione e incertezza», e sui nove mesi ha ricordato che «la domanda pubblica di libri è una parte essenziale del mercato e va tutelata». La crescita è stata più forte «soprattutto tra febbraio e giugno», cioè nei mesi di spesa del bonus; il +3,8% si è fatto +3,2% e la stessa AIE prevede una seconda parte dell’anno «non positiva». Segue la richiesta che la misura sia «confermata e stabilizzata anche per gli anni a venire»: un mercato che chiede di stabilizzare per legge la propria ripresa è, per definizione, un mercato che non riparte da solo.

Le famiglie non ci sono, e il Sud lo mostra

Se la domanda pubblica traina, quella privata sta ferma. Nel 2025, a valore, le librerie online perdono il 3,9% e la grande distribuzione il 4,2%; nei primi nove mesi del 2026 l’online cresce dello 0,1% e la grande distribuzione cede un altro 7,5%. L’ISTAT spiega il perché con una pazienza che le conferenze stampa non possono permettersi: nel 2024 ha letto almeno un libro il 57,1% delle persone dai sei anni in su, contro il 59,4% del 2015, con un gradiente di classe quasi grottesco: il 43,9% di lettori nel quintile di reddito più basso e il 72,5% in quello più alto. Un fondo per le biblioteche non compra libri al posto di chi non legge, e la stessa AIE, quando spera che la spesa per libri torni a crescere «sulla scia della spesa generale delle famiglie», ammette che la ripresa vera dipende dalle famiglie e non dai bonus.

Il bonus segue almeno la geografia della carenza: al Sud va il 31% dei fondi a fronte del 19% delle vendite trade, e lì le vendite salgono del 9%. Ma la carenza è strutturale: oltre il 60% di lettori nel Centro-Nord contro il 47% del Mezzogiorno (ISTAT, 2024), 62% contro 77%, contando ebook e audiolibri, nello studio AIE-Pepe Research di Napoli, con una libreria ogni 15.730 abitanti al Centro-Nord e una ogni 20.880 al Sud. Il bonus compra libri, non bibliotecari: in Sicilia ne mancano in metà delle strutture e tre comuni su quattro non hanno una libreria.

La saggistica non risale, nemmeno con lo Stato che compra

La non fiction è il cartellino che il comunicato ministeriale non ha avuto lo spazio di stampare. Nel 2025 la saggistica generale perde il 3,3% a copie, la manualistica il 6,8% e la specialistica il 10,6%, mentre solo i libri per bambini e ragazzi si salvano con un eroico +0,3%. Nel 2026 il quadro non cambia: nei primi nove mesi la generale è ferma, la specialistica cede l’1,8% e la manualistica il 6,7%. A crescere sono narrativa (+4,9% l’italiana, +6,9% la straniera), fumetto e libri per ragazzi. Rispetto al 2019, dice Cipolletta, la non fiction «continua a perdere terreno»: meno 11%, contro un più 31% dei generi narrativi.

Un dato sulla saggistica «al netto delle biblioteche» non esiste, e l’AIE non può costruirlo; ne resta il segno, che è già eloquente. Se nemmeno nei mesi in cui lo Stato compra la non fiction risale, il problema non è il flusso degli acquisti ma la domanda di libri che chiedono tempo e una certa fatica di pensiero. Maria Teresa Carbone ha intitolato il suo pezzo sul manifesto del 13 maggio «L’ottimismo e la fragilità della saggistica»: meglio di un comunicato.

La concentrazione scarica il calo sui piccoli

La quota dei piccoli e medi editori sul trade resta stabile fra il 46 e il 48%, e nei primi dieci mesi del 2024 i grandi gruppi stavano al 53,3% contro il 46,7%. Il punto non è che i grandi si mangino la torta, ma che il calo non si distribuisce in modo uniforme. Nel 2024 gli editori fino a un milione di fatturato perdono il 4,9% contro una media del mercato dell’1,1%, e l’AIE titolava che la flessione pesa soprattutto sui più piccoli; nel 2025 i gruppi lasciano per strada l’1,9% delle copie, gli editori fino a un milione di copie il 6,2% e le librerie indipendenti l’8,5%, cioè 1,3 milioni di copie.

Il bonus del 2026 ha invertito la direzione, per un semestre. Nei primi quattro mesi le librerie indipendenti segnano +11,3% di copie, più della metà della crescita complessiva. È la conferma della tesi, non la smentita: piccoli editori e indipendenti crescono quando lo Stato compra e arretrano quando il compratore torna a essere il mercato, e la stessa diapositiva AIE avverte che l’effetto è concentrato nella prima parte dell’anno e che «il mercato potrebbe flettere nella seconda parte». Editori come Utopia, di cui il blog ha scritto con Decreazione di Anne Carson, o Scalpendi, con Improvvisamente l’estate scorsa, vivono di una domanda minuta che i bonus non costruiscono in sei mesi.

Dal 2021 al 2026: la genealogia dei bonus

Il «mercato che riparte» ha una storia più lunga di un comunicato di aprile. La 18app, introdotta nel 2016 con cinquecento euro per ogni diciottenne, ha speso tra il 2017 e il 2022 circa 1.076 milioni di euro per 2,75 milioni di beneficiari e nel 2022 poco meno di un decimo dei libri venduti passava da lì. Il 2021 chiude con una spesa in crescita dell’11% sul 2020, il 2022 con un calo dell’1,5% a 3,4 miliardi: da quel momento il mercato si è fermato, e i bonus hanno fatto da pavimento. Cipolletta, del resto, dice che la spesa per libri segue quella delle famiglie «al netto di periodi anomali come quello che va dal 2016 al 2025»: il 2016 è l’anno in cui nasce la 18app.

Il 1° maggio 2024 la 18app finisce, sostituita dalla Carta della cultura giovani, legata a un ISEE fino a 35 mila euro, e dalla Carta del merito, riservata a chi esce con 100 o 100 e lode. Il nesso fra reddito, voto e cultura è l’idea che il consumo di libri vada premiato con un filtro, e dopo la fine della 18app i numeri cambiano: nei primi mesi del 2025, secondo l’AIE, romanzi e saggi calano del 3,6%, circa 975 mila copie in meno, e Cipolletta, accanto a demografia e nuove tecnologie, cita il «venir meno delle misure di sostegno», cioè carte e acquisti delle biblioteche. Poi sono arrivate le biblioteche, la Carta cultura per le famiglie con ISEE sotto i 15 mila euro e, dal 2027, la Carta Valore: 180 milioni l’anno per chi si diploma entro i 19 anni, senza ISEE tra i requisiti e, per quanto risulta dalle ricostruzioni, senza soglie di voto. Si è girato in tondo, dal voucher universale a quello filtrato per reddito e merito e di nuovo a uno quasi universale, con la stessa tesi implicita: il lettore italiano è un cliente da incentivare a trimestri.

La scuola e la lettura giovanile restano l’anello mancante

La lettura si regge su una catena di abitudini e la scuola è il primo anello. Perfino la domanda che l’obbligo scolastico dovrebbe garantire, quella delle adozioni, cala del 2,2% nel 2025, e l’universitaria del 7,6%. L’ISTAT colloca il picco di lettura fra gli 11 e i 14 anni, con il 78,9% di lettori contro il 57,1% della popolazione: da lì in poi, per definizione, si scende, e c’è da chiedersi che cosa accada in mezzo. La Carta Valore arriverà a diciannove anni, cioè dopo le abitudini che dovrebbe sostenere.

La risposta annunciata è una nuova legge. Il 15 maggio Cipolletta ha chiesto una «legge per il libro», con la formula «nessun aiuto alle imprese, ma aiuto alle famiglie perché possano comprarsi dei libri», e il 12 giugno l’AIE ha chiesto una legge sull’educazione alla lettura nelle scuole. Esiste già la legge 15 del 2020 sulla promozione della lettura e chi osserva la scuola sa che una norma senza ore, formazione e risorse resta un’intenzione: è il metodo del decreto scuola, delle riforme a costo zero che non cambiano nulla. La lettura a scuola dipende da tempo in classe, biblioteche aperte e docenti formati, non dal sostegno alla spesa di un anno.

Si può chiamare ripartenza un mercato che torna ai livelli del 2024 con meno copie, grazie a 35 milioni di spesa pubblica in quattro mesi, con l’online fermo, la saggistica in calo e una quota di lettori scesa al 57,1%?
La risposta onesta è che il 2026 non è l’anno della ripartenza, ma del rinvio: la spesa pubblica compra tempo, e il problema, cioè la domanda delle famiglie e delle nuove generazioni, resta intatto. Una politica del libro che meriti il nome stabilizzerebbe le biblioteche con personale e aperture, sosterrebbe piccoli editori e librerie indipendenti con strumenti che non scadano a giugno e porterebbe la lettura dentro l’orario scolastico. Fino ad allora, ogni «ripartenza» andrà letta con la cautela che si riserva alle diagnosi dei medici ottimisti.


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