Nel 2025 in Italia sono state acquistate 99,5 milioni di copie di libri a stampa nei canali trade — librerie fisiche, store online, grande distribuzione — con un calo del 3% rispetto al 2024, pari a circa tre milioni di copie in meno.
“Chiudiamo un anno difficile”, aveva riassunto il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) presentando i dati, indicando proprio nelle misure pubbliche di sostegno alla domanda la possibile via d’uscita per l’anno successivo. È la prima volta in cinque anni che il mercato scende sotto la soglia dei cento milioni di copie, per un valore complessivo di 1.483,9 milioni di euro, in flessione del 2,1%. Dietro questi numeri, però, si nasconde una domanda più interessante di qualunque titolo di giornale: quanto di quello che sembra un mercato in ripresa nei primi mesi del 2026 dipende davvero dalla voglia di leggere degli italiani, e quanto invece da un sostegno pubblico sempre più necessario a tenere in piedi l’intera filiera?
Gli incentivi statali: cosa sono, quanto valgono
Il 2026, secondo le stime dell’Associazione Italiana Editori, si apre con segnali di ripresa: nei primi quattro mesi dell’anno il comparto della varia cresce del 3,8% a valore rispetto allo stesso periodo del 2025, con oltre 717mila copie in più vendute e una spesa aggiuntiva di 16,4 milioni di euro. Ma è la stessa AIE a segnalare che buona parte di questo recupero è “effetto biblioteche”: il Bonus Biblioteche, un fondo da 60 milioni di euro destinato a rafforzare gli acquisti delle biblioteche pubbliche, di cui circa 35 milioni risultano già spesi entro aprile, favorendo soprattutto gli operatori della filiera bibliotecaria. A questo si affianca la Carta Cultura per le famiglie meno abbienti, con una dotazione di 17 milioni di euro, e — dal 2027 — il Bonus Valore Cultura, destinato ai diplomati entro i 19 anni.
La vecchia Carta cultura dei diciottenni, erede della celebre 18app introdotta nel 2016, è passata dai 45,9 milioni di euro spesi nel 2024 ai soli 18,3 milioni del 2025, un crollo che da solo spiega gran parte della flessione registrata nei primi mesi dello scorso anno. È la stessa parabola, in miniatura, di un decennio di politiche pubbliche sulla lettura: introdotte con entusiasmo, ridimensionate silenziosamente qualche anno dopo, sostituite infine da un nuovo bonus con un nome diverso e una platea di beneficiari ridisegnata, mai, però, accompagnate da un impegno di spesa realmente stabile e pluriennale. Al netto di quell’effetto, infatti, il mercato del 2025 sarebbe cresciuto del 2,9%: non è la voglia di leggere a mancare, ma il potere d’acquisto, e la capacità — o la volontà politica — di sostenerlo con risorse pubbliche stabili nel tempo. È una lezione che vale anche al contrario, guardando al 2026: un mercato che torna a crescere quando arriva un nuovo fondo, e che rallenta bruscamente quando quel fondo si riduce o si esaurisce, non può essere descritto come un mercato sano. È un mercato sostenuto artificialmente, il che non è né un dramma né una colpa — ma è una diagnosi che va fatta con onestà, prima di festeggiare un +3,8% come se fosse una ripresa strutturale.
Un mercato strutturalmente in affanno
I numeri di fondo, al netto degli incentivi, raccontano una filiera sotto pressione da più fronti contemporaneamente. La pirateria, secondo le stime della stessa AIE, ha sottratto al settore 722 milioni di euro nel corso dell’anno — il 30% delle vendite del comparto al netto di scolastica ed export: una cifra quasi pari alla metà dell’intero mercato regolare, che rende ogni discussione sugli incentivi pubblici, per quanto necessaria, incompleta se non affiancata da una discussione altrettanto seria sull’applicazione del diritto d’autore online. Non ha senso finanziare l’acquisto di un libro con fondi pubblici, se contemporaneamente si lascia che un terzo del mercato potenziale continui a defluire verso canali che non restituiscono nulla né agli editori né agli autori.
La saggistica vive una crisi strutturale di lungo periodo, con un calo dell’11% dal 2019 a oggi, mentre nello stesso arco di tempo i generi narrativi sono cresciuti del 31%, trainati soprattutto dal romance, in crescita del 20,3% solo nei primi mesi del 2026.
Il calo non colpisce tutti allo stesso modo: i grandi gruppi editoriali contengono le perdite, fra l’1,3% e l’1,9%, mentre gli editori medi crollano fino al 13,1% e i piccoli fino al 7,3%, in un processo di concentrazione che rischia di impoverire la bibliodiversità complessiva del mercato — lo stesso fenomeno di cui scrivevo qualche settimana fa a proposito dei grandi festival letterari, sempre più calendario promozionale dei gruppi editoriali maggiori.
L’unico segmento in controtendenza netta resta quello dei libri per bambini e ragazzi, in crescita fino al 5,4% a valore nel 2025 e trainato soprattutto dalla fascia 0-5 anni, oltre l’11% nei primi mesi del 2026: un dato che merita di essere segnalato, perché suggerisce che l’abitudine alla lettura, per quanto in affanno fra gli adulti, continua a essere trasmessa fin dalla prima infanzia — probabilmente l’investimento culturale più redditizio, nel lungo periodo, che l’intera filiera possa ancora contare.
Il quadro italiano, va detto, non è un’anomalia isolata: la Germania perde il 4,9%, i Paesi Bassi il 3%, Francia e Regno Unito il 2,5%, mentre solo la Spagna (+0,2%) e soprattutto il Portogallo (+7%) vanno in controtendenza rispetto a un rallentamento che attraversa l’intero mercato editoriale europeo.
Perché la carta resta l’unica scommessa sostenibile
In questo quadro di flessione strutturale, un dato merita di essere isolato e discusso: la quota di mercato delle librerie fisiche continua a crescere, arrivando al 55,6% del totale. È un segnale che vale la pena leggere con attenzione, perché va controcorrente rispetto alla narrazione più scontata sulla transizione al digitale: i lettori, si legge in una recente analisi del settore, “cercano ancora spazi reali, relazioni, consiglio”. Gli e-book crescono, ma modestamente, del 2,4%, raggiungendo 87 milioni di euro; gli audiolibri, trainati dagli abbonamenti, salgono del 13,3% fino a 34 milioni — un tasso di crescita percentualmente più alto, ma su una base che resta minuscola rispetto agli oltre 1.480 milioni di euro del libro a stampa.
C’è poi un argomento più strutturale, che riguarda proprio l’architettura degli incentivi pubblici di cui si parlava all’inizio, e che vale la pena rendere del tutto esplicito: il Bonus Biblioteche sostiene le biblioteche fisiche, la Carta Cultura finanzia acquisti che transitano in larga parte per librerie fisiche e online italiane, il futuro Bonus Valore Cultura è pensato per la stessa filiera. Nessuno di questi strumenti è costruito per sostenere gli abbonamenti a piattaforme di audiolibri o di e-book, che pure crescono più rapidamente in percentuale: la politica pubblica italiana, di fatto, sta scommettendo sulla carta e sulla libreria fisica come infrastruttura culturale da difendere, non sulla lettura digitale come alternativa sostitutiva.
È una scelta che ha una logica economica precisa, al di là di ogni nostalgia: un euro speso in libreria alimenta una filiera fatta di librai, piccoli editori, stampatori, distributori locali; un euro speso in abbonamento a una piattaforma internazionale di audiolibri finisce, in gran parte, fuori da quella stessa filiera. Il libro di carta, insomma, non resta centrale per affezione culturale: resta centrale perché è l’unico formato attorno a cui si può ancora costruire una politica industriale nazionale della lettura, con posti di lavoro, presidi territoriali e una filiera che il digitale, per come è oggi strutturato, non è in grado di sostituire.
Il mercato del libro italiano nel 2026 non è né in crisi conclamata né in ripresa solida: è un settore tenuto in equilibrio da un’iniezione di risorse pubbliche che, quando si riduce, si vede immediatamente nei numeri. Gli incentivi non sono un palliativo da liquidare con sufficienza — hanno dimostrato di funzionare, letteralmente in tempo reale — ma nemmeno una soluzione strutturale, se non si affrontano insieme la pirateria che erode un terzo del mercato regolare, la concentrazione che schiaccia i piccoli editori e la crisi di lungo periodo della saggistica. In tutto questo, la carta resta l’unico terreno su cui costruire una politica industriale coerente: non perché il digitale sia un nemico, ma perché è attorno al libro fisico e alla libreria di quartiere che si può ancora tenere insieme un intero ecosistema produttivo e culturale, invece di disperderlo in abbonamenti internazionali che restituiscono ben poco al territorio da cui i lettori italiani continuano, nonostante tutto, a comprare.
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