Nel 2021 Alberto Prunetti ha scritto, nel giro di poche righe rabbiose, una delle diagnosi più precise sullo stato della narrativa operaia italiana: nei media e nell’editoria italiana si preferiscono storie di ventiduenni che si divertono e fanno master all’estero, non le operaie tessili, perché quelle “non esistono più”.
Lo scriveva il giorno dopo la morte di Luana D’Orazio, ventiduenne anche lei, inghiottita da un macchinario in una fabbrica tessile di Prato. Qualche settimana dopo, su Jacobin Italia, Rachel Kushner offriva, in un’intervista sul proprio lavoro e su Nanni Balestrini, la cornice teorica che spiega perché quelle storie siano diventate così scomode: il romanzo, nato nell’Ottocento per illuminare le vite private della borghesia e intrattenere la borghesia stessa, ha sempre avuto un rapporto conflittuale con chi tentava di raccontare, dall’interno, il lavoro che quella stessa borghesia sfruttava. Messe insieme, le due riflessioni aprono la strada a una domanda più ampia: da dove viene, in Italia, la tradizione del romanzo che prova a raccontare il lavoro dal punto di vista di chi lo subisce, e perché proprio quella tradizione sembra essersi interrotta.
Verga e la nascita del coro dei vinti
Tutto comincia, paradossalmente, con un autore tutt’altro che rivoluzionario. Giovanni Verga, nei “Malavoglia” (1881), primo capitolo del progettato “Ciclo dei Vinti”, inventa una tecnica narrativa capace di dare voce collettiva ai pescatori di Aci Trezza senza mai ricorrere a un narratore esterno e giudicante: la cosiddetta “regressione” verista, in cui la voce narrante si confonde con quella della comunità stessa, adottandone persino i pregiudizi e il linguaggio. È un’innovazione formale enorme, che anticipa di quasi un secolo il metodo con cui Balestrini avrebbe “acceso il registratore” sugli operai dell’autunno caldo. Ma Verga resta, nella sostanza politica, l’autore più lontano dal romanzo anti-borghese teorizzato da Kushner: i suoi vinti vengono travolti da una “fiumana del progresso” impersonale e immodificabile, non da un nemico di classe che si possa combattere. Il coro c’è già; manca ancora l’orizzonte della lotta.
Pratolini e la politicizzazione del coro
È Vasco Pratolini, orfano cresciuto fra mestieri umili prima di diventare scrittore, a trasformare la tecnica corale di Verga in uno strumento esplicitamente politico. In “Cronache di poveri amanti” (1947) un’intera strada fiorentina, via del Corno, diventa protagonista collettiva negli anni dell’ascesa fascista, mentre in “Metello” (1955) la biografia di un operaio edile si intreccia con la nascita stessa del movimento socialista nella Firenze di fine Ottocento. Pratolini, militante del Partito comunista, trasforma il coro impersonale di Verga in un soggetto capace di riconoscersi come classe e di organizzarsi: la sofferenza collettiva smette di essere pura fatalità e diventa il seme di una coscienza politica. È un passo decisivo verso il romanzo anti-borghese, ma resta ancora un romanzo nel senso più classico del termine, con trama, personaggi, uno sviluppo narrativo riconoscibile: la rottura formale più radicale deve ancora arrivare.
Volponi e Ottieri: la letteratura industriale dall’interno
Negli stessi anni in cui l’Italia vive il proprio miracolo economico, due scrittori offrono una prospettiva del tutto inedita, perché scrivono dall’interno dell’apparato che pure criticano. Paolo Volponi lavora ai servizi sociali della Olivetti quando scrive “Memoriale” (1962), il resoconto in prima persona di un operaio, Albino Saluggia, il cui esaurimento psichico nasce direttamente dalle condizioni di sorveglianza e disciplina della fabbrica: un romanzo clinico, quasi un referto psichiatrico travestito da narrativa. Ottiero Ottieri, collega di Volponi alla stessa Olivetti, va oltre: nel proprio lavoro si occupa di selezione del personale, somministrando test psicoattitudinali ai candidati operai dello stabilimento di Pozzuoli, e in “Donnarumma all’assalto” (1959) trasforma quella stessa pratica di selezione nel soggetto del romanzo. Non è più un lavoratore che racconta se stesso, né un osservatore esterno solidale: è l’esaminatore che mette sotto esame il proprio stesso ruolo, la violenza psicologica insita nel decidere chi sia adatto e chi no al lavoro industriale. È una posizione scomoda, mai pienamente riducibile né al coro di Pratolini né alla voce diretta che arriverà con Balestrini: la letteratura industriale italiana nasce proprio da questa scomodità irrisolta.
Balestrini e il romanzo come registratore
Nanni Balestrini porta la rottura formale alle sue estreme conseguenze. Come racconta Rachel Kushner nell’intervista già citata, Balestrini “ha semplicemente acceso il registratore mentre era impegnato nella lotta politica”, nelle fabbriche del Nord durante l’autunno caldo del 1969 e del 1970. “Vogliamo tutto” (1971) parla in prima persona attraverso la voce di un solo operaio migrante meridionale, ma quella voce “funziona come un esempio di un tipo di persona”, l’intera marea di lavoratori arrivati dal Sud per i lavori più brutali della catena di montaggio, in rivolta non solo contro i padroni, ma contro il proprio stesso sindacato e contro un Partito comunista percepito, in quella fase, come parte del meccanismo da smontare. È il punto più alto del romanzo anti-borghese teorizzato da Kushner: non più ritratto della vita interiore borghese, né suo intrattenimento, ma “visione e rapporto di luoghi di rottura e conflitto” fra chi rifiuta la propria posizione nell’ordine sociale esistente.
Perché le storie operaie oggi finiscono prima di cominciare
È proprio qui che il pezzo di Prunetti torna a pesare. Una tradizione lunga un secolo — da Verga a Pratolini, da Volponi e Ottieri fino a Balestrini — aveva prodotto in Italia alcuni dei propri capolavori novecenteschi raccontando il lavoro dal punto di vista di chi lo subiva. Eppure, scrive Prunetti nel 2021, un manoscritto che oggi raccontasse la morte di un’operaia tessile riceverebbe, nel migliore dei casi, il silenzio degli editori, e nel peggiore la battuta di chi chiede “che siamo, nell’Ottocento?” — la stessa epoca in cui Verga, paradossalmente, trovava spazio per raccontare esattamente quella materia. Il capolavoro francese di Joseph Ponthus sul lavoro in un macello industriale, best seller in Francia, viene rifiutato dagli editori italiani finché l’autore non muore: solo allora, racconta Prunetti, “si sveglia di rimbalzo anche la sonnolente editoria italiana”. È la prova, quasi sperimentale, della diagnosi di Kushner: il romanzo resta prigioniero di una logica formale conservatrice legata alla natura totalizzante del capitalismo contemporaneo, in cui l’accumulazione non è più percepita come un fenomeno da narrare criticamente, ma come l’unica prospettiva possibile — e chi vi si oppone diventa, semplicemente, invisibile.
Il romanzo che manca: la precarietà scolastica
C’è una categoria di lavoratori italiani altrettanto numerosa, altrettanto concreta, e altrettanto assente dall’immaginario narrativo contemporaneo: i duecentocinquantamila insegnanti precari che, di anno in anno, restano sospesi fra supplenze e graduatorie, come questo blog ha documentato più volte. Nessun romanzo italiano recente ha provato a fare per il precariato scolastico ciò che Volponi fece per la nevrosi da fabbrica o Ottieri per la violenza psicologica della selezione del personale: raccontare dall’interno la condizione di chi vive ogni settembre l’incertezza di una cattedra, sottoposto a una produzione quasi industriale di circolari ministeriali — l’ennesima nota su compiti e verifiche, la terza in tre anni, di cui scrivevo pochi giorni fa — che tratta il corpo docente come una materia da disciplinare dall’alto, non come un soggetto collettivo capace di parola propria. È lo stesso vuoto narrativo lamentato da Prunetti, spostato di settore: non più l’operaia tessile che “non esiste più” nell’immaginario editoriale, ma l’insegnante precario che non vi è mai davvero entrato, nonostante numeri che renderebbero quella storia, per dimensione collettiva, paragonabile a quella della classe operaia che Balestrini accese per primo sul proprio registratore.
Dalla fiumana impersonale di Verga alla coscienza di classe di Pratolini, dalla nevrosi industriale di Volponi e Ottieri fino al registratore acceso di Balestrini, la letteratura italiana ha attraversato un intero secolo cercando il modo giusto per raccontare chi lavora, non chi osserva il lavoro da fuori. Che quella tradizione si sia interrotta proprio mentre nuove forme di sfruttamento — piattaforme, precariato intellettuale, lavoro scolastico instabile — avrebbero bisogno di un romanzo capace di raccontarle, non è un dettaglio editoriale minore. È la stessa domanda che poneva Prunetti nel 2021, rivolta oggi a una platea più ampia di lettori: davvero crediamo che quelle storie non esistano più, o abbiamo soltanto smesso di cercare chi sappia ancora accendere il registratore giusto.
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