A settembre una ex studentessa della Cornell University, nota agli atti come Jane Doe, ha depositato una causa civile accusando sette membri della confraternita Chi Phi di averla drogata e violentata nell’ottobre 2024.
Il procuratore distrettuale locale aveva rinunciato a procedere; la governatrice Hochul lo ha rimosso dal fascicolo e giovedì 1 ottobre ha nominato procuratrice speciale Letitia James, attorney general dello Stato di New York. I sette sono accusati, non incriminati, e la presunzione d’innocenza vale per loro come per chiunque.
Il giorno dopo Trump ha detto ai cronisti che James è una persona corrotta e che chi finisce sotto la sua lente “non avrà un trattamento equo”. Si è detto dispiaciuto per gli indagati, non per la denunciante, e secondo la Cnn sembrava non conoscere nemmeno il caso. Non gli serviva: gli bastava il nome. James è la procuratrice che nel 2022 ha avviato contro di lui e la sua azienda la causa civile per frode, e per il presidente questo basta a stabilire in anticipo quanto valga un’indagine su una presunta violenza sessuale.
Si può discutere, certo, l’opportunità di affidare il caso a una nemica dichiarata di Trump, e a destra c’è chi lo fa accusando Hochul di averlo politicizzato in piena campagna elettorale. Ma una cosa è contestare una scelta, un’altra è che il presidente degli Stati Uniti delegittimi un magistrato prima che abbia compiuto un solo atto: questo si chiama bullismo istituzionale, ed è lo stesso metodo con cui due settimane fa ha tolto l’accredito a Cnn, MsNow e Politico. Censura, nel caso Cornell, non c’è: c’è semmai la sua anticamera, l’abitudine di screditare chi controlla finché il controllo non conta più.
E a tenere viva la storia, intanto, non è stata un’istituzione ma il giornale studentesco The Cornell Daily Sun. Chi altro, se anche la stampa libera verrà tenuta fuori dalla stanza, potrà ancora chiedere conto a chi decide?
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.