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L’impiegato che non fu mai eroe: dal cappotto di Gogol’ a Dostoevskij, fino a Zeno Cosini e Ugo Fantozzi

l'impiegato e la sua scrivania
Categoria domenicale
Pubblicato il 20 Settembre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 7 minuti

Il domenicale riparte da dove si era fermato con l’Anticristo di Solov’ëv e i fratelli Karamazov, ma cambia bersaglio.

Non più la teologia della storia, bensì una figura sociale precisa che quei romanzi condividono con un’intera tradizione letteraria europea: l’impiegato statale, il “chinovnik” della Russia zarista, uomo senza rango militare né sangue nobiliare, ridotto a esistere entro la sola gerarchia amministrativa che Pietro il Grande aveva inventato con la Tavola dei Ranghi. È da questa figura marginale, quasi invisibile, che nasce un intero filone della letteratura moderna: l’anti-eroe borghese, l’uomo qualunque affossato non da un destino tragico, ma dalla propria stessa ambizione ferita.

Il chinovnik: chi conta, in una Russia di militari e aristocratici

La Tavola dei Ranghi istituita da Pietro il Grande nel 1722 organizzava la società russa in quattordici gradi paralleli, militari, civili e di corte, teoricamente aperti alla promozione per merito. Nella pratica quotidiana, però, il funzionario civile di basso rango restava una figura socialmente umiliata: non abbastanza nobile per contare, non abbastanza povero per suscitare compassione automatica, stretto in un’identità che dipendeva interamente da un numero di rango scritto su un foglio.

È esattamente la condizione di Akakij Akakievič Bašmačkin, protagonista de “Il cappotto” di Nikolaj Gogol’ (1842): consigliere titolare, nono grado su quattordici, copista che trova un piacere quasi mistico nel solo atto meccanico di ricopiare documenti, deriso dai colleghi, privo di ogni ambizione oltre la sopravvivenza dignitosa. Quando il suo vecchio cappotto diventa irreparabile, Akakij risparmia per mesi per comprarne uno nuovo: il capo d’abbigliamento diventa l’unico segno tangibile di un’esistenza altrimenti priva di eventi. Rubato il cappotto, umiliato da un “personaggio importante” a cui chiede aiuto, Akakij muore di febbre e di crepacuore. Una frase spesso attribuita a Dostoevskij (“siamo usciti tutti dal cappotto di Gogol'”) riassume, pur restando di origine dibattuta fra gli slavisti, quanto questo racconto abbia fondato l’intera tradizione successiva della piccola gente umiliata nella letteratura russa.

Gogol’ due volte: il cappotto rubato e la mente che si spezza

Nello stesso decennio Gogol’ scrive un secondo ritratto dello stesso tipo umano, questa volta dall’interno: “Memorie di un pazzo” (1835), diario di Aksentij Ivanovič Popriščin, anch’egli consigliere titolare, innamorato in segreto della figlia del proprio direttore e ossessionato dal rango altrui. Incapace di sopportare la propria insignificanza sociale, Popriščin scivola progressivamente nella follia, fino a convincersi di essere Ferdinando VIII, re di Spagna: un delirio di grandezza che compensa, alla lettera, l’umiliazione reale. Se Akakij subisce la propria condizione fino alla morte silenziosa, Popriščin la sublima in un’allucinazione di potere assoluto: sono le due facce dello stesso impiegato, la vittima passiva e il sognatore che si costruisce un trono immaginario perché quello reale gli resta precluso.

Da Popriščin al sottosuolo: l’umiliazione diventa filosofia

È questo secondo Gogol’, quello di Popriščin, a preparare direttamente il terreno per “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij (1864). Il narratore senza nome, ex assessore collegiale, ottavo grado, condivide con Popriščin il diario in prima persona e l’ossessione per il proprio rango mancato, ma compie un salto decisivo: non impazzisce, teorizza. Trasforma la propria umiliazione sociale in un sistema filosofico del dispetto, rivendicando il diritto irrazionale a “volere anche il proprio danno” contro ogni utopia razionalista del Palazzo di Cristallo.

È la stessa mossa, spinta fino al grottesco, che anima Ivan Matveič ne “Il coccodrillo”, il funzionario inghiottito vivo che, invece di guardare in faccia la propria condizione più umiliante, si offre come “nuovo Fourier” per l’intera umanità. Persino “I fratelli Karamazov” custodiscono un’eco dello stesso tipo umano nella figura del capitano Snegirëv, ufficiale in rovina, la cui dignità ferita — quello che Dostoevskij altrove chiama “nadryv”, lo strappo interiore di un orgoglio umiliato che si aggrava da solo — resta la cifra psicologica di un’intera galleria di personaggi minori, umiliati e offesi, per riprendere il titolo di un altro suo romanzo.

Oblomov, il rovescio del funzionario

C’è un contraltare a questa galleria di ambizioni ferite, ed è il proprietario terriero Il’jà Il’ič Oblomov, protagonista dell’omonimo romanzo di Ivan Gončarov (1859). Oblomov non è un chinovnik: appartiene alla piccola nobiltà di campagna, non ha bisogno di scalare alcun rango per sopravvivere, tuttavia lavora come impiegato. Proprio questa sicurezza economica, però, lo priva di qualunque stimolo ad agire: passa il romanzo quasi interamente a letto, incapace di alzarsi, di amare con costanza, di gestire i propri affari, mentre l’amico Štol’c, pragmatico e mezzo tedesco, incarna l’operosità che a Oblomov manca del tutto. Se il chinovnik è mosso da un’ambizione impossibile da soddisfare, Oblomov è paralizzato dall’assenza totale di necessità: due varianti opposte della stessa incapacità, novecentesca ancor prima che novecentesca, di essere un eroe nel senso romantico del termine.

Da Pietroburgo a Wall Street, da Praga a Trieste

La stessa figura attraversa, nei decenni successivi, altre lingue e altre capitali, sempre riconoscibile. Undici anni dopo “Il cappotto”, lo scrivano legale di Wall Street protagonista di “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville (1853) porta all’estremo la stessa vocazione al copiare meccanico di Akakij, ma la rovescia in un rifiuto assoluto: “preferirei di no” diventa la formula con cui Bartleby smonta, pezzo per pezzo, ogni pretesa del lavoro d’ufficio su di lui, fino a lasciarsi morire di fame in prigione. Non è più l’umiliazione subita di Akakij, ma una resistenza passiva così totale da apparire quasi metafisica.

Nel 1915 Gregor Samsa, commesso viaggiatore nella “Metamorfosi” di Franz Kafka, si sveglia trasformato in un insetto mostruoso proprio la mattina in cui dovrebbe correre a prendere un treno per l’ennesimo giro di vendite: la famiglia, che dipendeva economicamente dal suo lavoro, lo tollera solo finché resta produttivo, per poi respingerlo come un rifiuto ingombrante, chiuso a chiave nella propria stanza fino alla morte per abbandono.

È l’impiegato ridotto, con crudeltà letterale, a mera funzione economica: quando quella funzione cessa, cessa con essa anche il diritto a essere considerato umano. Nel 1923, infine, Zeno Cosini, protagonista de “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, sposta il conflitto dall’ufficio alla psiche: benestante, non costretto a scalare alcun rango, Zeno trasforma l’intera propria vita in un rinvio perpetuo — l’ultima sigaretta, sempre l’ultima, mai davvero l’ultima — raccontato attraverso l’autoanalisi psicoanalitica che sostituisce, nel Novecento, la confessione religiosa come luogo dell’introspezione. Se il sottosuolo dostoevskijano teorizzava il dispetto, Zeno lo trasforma in ironia bonaria verso se stesso, senza mai smettere di rinviare l’azione decisiva.

L’anti-eroe borghese, o il tramonto dell’eroe romantico

Messi in fila, questi personaggi tracciano il tramonto di un intero paradigma. L’eroe romantico si definiva per l’azione, il gesto che squarcia il destino, l’affermazione della propria volontà contro il mondo. L’impiegato — chinovnik pietroburghese, scrivano newyorkese, commesso praghese, borghese triestino — non affronta il mondo: lo subisce, lo elude, lo trasforma in un teatro interiore dove l’unica battaglia possibile si combatte contro la propria stessa insignificanza sociale.

Non muore per una causa, ma per un cappotto, per un rifiuto, per una metamorfosi subita, per un’ultima sigaretta mai fumata davvero per ultima.

È un cambio di paradigma che la letteratura europea porta a compimento proprio a partire da un funzionario di nono grado di una burocrazia periferica: la scoperta che l’ambizione ferita di un uomo qualunque, non il destino di un principe o di un condottiero, poteva bastare a reggere un intero romanzo. Il Novecento avrebbe poi ereditato in pieno questa lezione, fino a farne quasi l‘unico soggetto possibile della narrativa realistica successiva: dall’impiegato kafkiano al ragioniere sveviano, fino al più recente ragionier Ugo Fantozzi, l’eroe borghese resta tale proprio perché rinuncia, quasi programmaticamente, a essere eroico.


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