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Gaza, Ucraina, terre rare: una rassegna dei conflitti e delle responsabilità di Trump, Netanyahu, Ben Gvir, Putin, Milei. Il collasso climatico e la povertà assoluta restano i problemi più urgenti.

attualità 10 minuti di lettura

C’è qualcosa di imbarazzante nel rito liturgico dello “scambiatevi un segno di pace” se si pensa a cosa sta succedendo in questo momento: un gesto che presuppone che la pace sia una condizione normale, momentaneamente sospesa, a cui si possa tornare con una stretta di mano. Non è questo il mondo che abbiamo davanti.

È un mondo in cui un tribunale delle Nazioni Unite parla apertamente di genocidio in corso, in cui due potenze nucleari intensificano gli attacchi mentre i negoziati restano a un punto morto, in cui la corsa alle materie prime critiche disegna nuove forme di colonialismo, e in cui tutto questo distoglie risorse e attenzione da due emergenze molto più grandi di qualunque singolo conflitto: il collasso climatico e la povertà assoluta. Proviamo a tracciarne una mappa, senza pretesa di completezza.

Gaza: un genocidio documentato, non più un’ipotesi

Nel luglio 2026 lo storico Omer Bartov, fra i massimi studiosi mondiali di genocidio, scrive su Internazionale che l’operazione israeliana a Gaza ha causato almeno 70mila morti (ammessi ormai dallo stesso esercito israeliano) e quasi 200mila feriti, più un numero enorme di morti indirette per la distruzione totale di ospedali, abitazioni, accesso a cibo e acqua: una distruzione che soddisfa, secondo Bartov, i criteri della Convenzione Onu del 1948 sul genocidio. Non è una voce isolata: già a settembre 2025 la Commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu aveva concluso che Israele ha commesso e continua a commettere genocidio; un rapporto di approfondimento pubblicato a giugno 2026 ha aggiunto che i bambini palestinesi sono stati presi di mira “deliberatamente”. La Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto contro Netanyahu; ad agosto la Turchia ne ha emesso uno proprio per genocidio, legato al caso della Global Sumud Flotilla.

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Il cessate il fuoco entrato in vigore lo scorso ottobre è stato violato, secondo le cronache, circa tremila volte: l’esercito israeliano non si è mai ritirato, e a fine maggio lo stesso Netanyahu ha ordinato di estendere l’occupazione dal 60 al 70% della Striscia, rivendicando pubblicamente la devastazione compiuta. Il Board of Peace (baraccone neocoloniale al servizio degli USA) promosso da Washington è fallito, la forza multinazionale di sicurezza da 32mila uomini non è mai stata dispiegata, e il progetto israelo-statunitense di distribuzione degli aiuti alternativo all’Onu si è rivelato un altro buco nell’acqua, mentre intere aree della Striscia sono già in carestia conclamata. A completare il quadro, il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir ha dichiarato in un podcast di agosto che a Gaza si dovrebbero “condurre assassinii mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte”, aggiungendo che “ci sono persone che non meritano di vivere, non sono nemmeno persone”, e ha rilanciato l’ipotesi di un trasferimento di massa dei palestinesi — parole che esperti di diritto internazionale hanno già segnalato come prova aggiuntiva dell’intento genocida davanti alla Corte internazionale di giustizia.

Ucraina: pace rimandata, ancora una volta

Sul fronte ucraino, il vertice fra Trump e Putin ad Anchorage dello scorso agosto avrebbe dovuto sbloccare i negoziati; un anno dopo, a fine agosto 2026, le fonti vicine al Cremlino parlano di trattative arrivate a un “punto morto”, con Mosca pronta a intensificare gli attacchi missilistici su Kiev e sulle infrastrutture energetiche ucraine. Nel frattempo l’amministrazione Trump ha spostato l’attenzione sul conflitto con l’Iran, lasciando Kiev sostanzialmente sola a gestire una pressione diplomatica — quella per cedere la parte ancora controllata della regione di Donetsk — che gli stessi analisti definiscono un baratto territoriale più che un piano di pace. Putin, dal canto suo, continua a minimizzare l’impatto delle sanzioni e ad accusare Kiev di aver “aperto un vaso di Pandora”, mentre pianifica, secondo fonti Bloomberg, di colpire i settori più sensibili dell’economia ucraina. Fra le due guerre, quella di Gaza occupa le prime pagine, quella d’Ucraina è ormai routine: la stessa distrazione selettiva che Left ha chiamato “la guerra delle parole“, dove a decidere cosa scandalizzi davvero l’opinione pubblica non è la gravità dei fatti, ma la convenienza geopolitica di chi guarda. Jacobin Italia lo ha notato a più riprese, arrivando a rilevare un vero e proprio “doppio standard” nel modo in cui la stessa opinione pubblica occidentale tratta l’invasione russa dell’Ucraina — giustamente condannata come illegittima — e le operazioni militari israeliane a Gaza, giudicate con un metro completamente diverso: lo stesso doppio standard, secondo la rivista, che nei mesi scorsi ha attraversato persino il mondo del calcio, diventato l’ennesimo terreno su cui si misurano gli equilibri della geopolitica globale.

Le guerre per le terre rare: il neocolonialismo che non si nasconde più

Sotto entrambe le guerre corre lo stesso filo: la competizione per le materie prime critiche. L’accordo minerario firmato fra Stati Uniti e Ucraina nella primavera del 2025 lega esplicitamente il sostegno militare americano allo sfruttamento congiunto delle risorse ucraine — litio, grafite, terre rare, uranio, gran parte delle quali si trova proprio nel Donbass conteso. Nella Repubblica Democratica del Congo, allo stesso tempo, Kinshasa ha offerto a Washington l’accesso alle proprie risorse minerarie in cambio di sostegno contro le milizie ribelli dell’M23, sostenute dal Ruanda: un accordo che non ha fermato i combattimenti, mentre l’estrazione di cobalto e coltan continua ad arricchire multinazionali straniere lasciando alla popolazione locale conflitto, sfollamento e un’epidemia di Ebola che si sovrappone alle stesse province martoriate dalla guerra. È lo stesso schema che collega l’accordo Usa-Ucraina, la guerra civile in Congo e le mire di Trump sulla Groenlandia: la stessa domanda esponenziale di minerali critici per l’elettronica e la transizione energetica, la stessa iniquità nella distribuzione del valore estratto, lo stesso ricorso a milizie e conflitti armati come strumento di accesso alle risorse. Il neocolonialismo, in questo senso, non ha più bisogno di bandiere coloniali: gli basta un accordo commerciale.

Islanda: sovranismo o sfiducia in una banca centrale?

Nello stesso fine settimana, all’altro capo del mondo occidentale, un piccolo paese di 270mila aventi diritto ha votato per decidere se riaprire i negoziati di adesione all’Unione europea, sospesi dal 2013. Il referendum islandese — anticipato dalla premier socialdemocratica Kristrún Frostadóttir proprio per le tensioni internazionali innescate dalle minacce di Trump sulla Groenlandia, la stessa “guerra delle terre rare” di cui si diceva sopra — si è chiuso con il fronte del “no” in vantaggio, avviato verso una vittoria di misura (51,8% contro 48,2%, secondo gli ultimi conteggi disponibili). Nella sostanza cambierebbe poco anche in caso di vittoria del sì: e nulla cambia con la vittoria del no. L’Islanda resta comunque nello Spazio economico europeo e in Schengen, integrata nel mercato unico senza farne parte politicamente — una non-scelta che dura ormai da un decennio abbondante.

La domanda interessante è perché un paese già così integrato nell’economia europea resti riluttante a entrarci fino in fondo. La campagna referendaria si è giocata quasi per intero sulla pesca — quasi il 40% delle esportazioni islandesi — e sul controllo delle proprie acque territoriali, minacciato dalla Politica comune della pesca dell’Ue: un argomento apertamente sovranista, sulla gestione autonoma delle risorse naturali. Ma sotto la superficie corre un argomento più specifico, che il sovranismo da solo non basta a spiegare: il ricordo della crisi bancaria del 2008, quando l’Islanda scelse di lasciar fallire le proprie banche invece di salvarle con soldi pubblici, una strada radicalmente diversa da quella imposta altrove in Europa e che si è rivelata, nel tempo, meno dolorosa per i cittadini islandesi di quanto sarebbe stata l’ortodossia dei salvataggi bancari imposta altrove dalla Bce. Non è soltanto sovranismo, insomma: è sfiducia specifica verso un’architettura finanziaria — quella della moneta unica e dei vincoli di bilancio che la accompagnano — prima ancora che verso un progetto politico. Un paese di 270mila abitanti, diluito in un condominio a ventisette inquilini dove le decisioni si prendono ormai più a Berlino, Parigi e Francoforte che a Reykjavík, preferisce restare fuori dalla porta piuttosto che rischiare di dover subire, una seconda volta, una crisi gestita secondo regole scritte altrove.

Le responsabilità, senza sconti

Vale la pena elencarle per nome, perché l’impunità si nutre anche dell’anonimato collettivo. Donald Trump gestisce contemporaneamente due guerre come fossero trattative immobiliari, spostando l’attenzione dall’una all’altra secondo convenienza, mentre il suo piano di pace per Gaza resta lettera morta sul terreno. Netanyahu ordina personalmente l’espansione dell’occupazione mentre è ricercato dalla Corte penale internazionale. Ben Gvir normalizza pubblicamente il linguaggio dello sterminio senza conseguenze politiche interne. Putin minaccia l’escalation come strumento negoziale, scommettendo sulla stanchezza internazionale. Javier Milei, da parte sua, ha scelto di intestarsi pubblicamente il ruolo di principale alleato di Netanyahu proprio nel momento di massimo isolamento internazionale di Israele, lanciando i cosiddetti “Accordi Isaac” per costruire nuove alleanze diplomatiche in America Latina finanziate con il premio Genesis appena ricevuto a Gerusalemme. E l’Onu, che pure ha prodotto i rapporti più rigorosi finora pubblicati sul genocidio a Gaza, resta un’istituzione capace di accertare i crimini, ma priva di qualunque potere reale di fermarli: gli stati che dovrebbero applicare le sue conclusioni (sospendere accordi, imporre embarghi) restano, nella grande maggioranza dei casi, a guardare.

E nel frattempo aumentano le disuguaglianze e il collasso climatico aspetta

Tutto questo accade mentre l’unica emergenza davvero esistenziale per l’intera specie umana resta sullo sfondo, priva della stessa attenzione mediatica e diplomatica. Il World Inequality Report 2026 offre un dato che meriterebbe da solo una prima pagina permanente:

il 10% più ricco del pianeta è responsabile del 77% delle emissioni di carbonio legate alla proprietà di capitale privato, l’1% più ricco da solo del 41% — quasi il doppio dell’intero 90% più povero messo insieme — mentre la metà più povera della popolazione mondiale, quella più esposta a siccità, alluvioni e carestie, ne produce appena il 3%.

È la stessa logica, applicata su scala planetaria, che regola le guerre per le terre rare: chi ha meno responsabilità paga il prezzo più alto, chi accumula ricchezza e potere resta protetto dalle conseguenze. Nessun vertice sul clima, in questi mesi, ha ricevuto la copertura mediatica riservata a un singolo round di negoziati falliti su Gaza o sull’Ucraina, eppure la finestra temporale per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi si restringe ogni anno un po’ di più, in silenzio.

Scambiarsi un segno di pace, oggi, richiederebbe di ammettere prima ciò che quasi nessun leader coinvolto è disposto a dire ad alta voce: che le guerre in corso non sono incidenti di percorso di un sistema internazionale altrimenti funzionante, ma l’espressione più coerente delle priorità reali di chi lo governa — territorio, risorse, consenso interno — messe sistematicamente prima della vita delle persone che quelle guerre le subiscono, e prima ancora della crisi climatica che le renderà, nel giro di pochi decenni, l’ultimo dei problemi.

Non è un augurio consolatorio quello con cui si può chiudere un pezzo così: è solo un invito a non distogliere lo sguardo, adesso che sappiamo, con la stessa precisione con cui lo sanno le Nazioni Unite, cosa sta succedendo davvero.


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