Il Consiglio dei ministri di ieri, 24 settembre, ha approvato tre decreti legge: uno sulla scuola, uno sulla giustizia, uno sui trasporti. Di questi tre, i titoli dei giornali ne hanno raccontato sostanzialmente uno solo e di quell’uno solo due misure: il tetto del 30% agli alunni stranieri nelle classi prime e le multe fino a mille euro per chi si presenta a scuola con il volto coperto da burqa o niqab.
Nello stesso identico Consiglio dei ministri, il decreto sui trasporti ha rinviato di un anno il divieto di circolazione per le auto Euro 5: una misura che riguarda milioni di automobilisti e la qualità dell’aria nelle città italiane, passata quasi senza commenti mentre l’attenzione pubblica restava concentrata altrove. È il funzionamento più elementare della propaganda di distrazione di massa: non serve nascondere una notizia, basta seppellirla sotto un’altra abbastanza rumorosa da coprirla.
Il decreto scuola, punto per punto
Il testo approvato ieri corregge, almeno in parte, quanto circolava nelle bozze precedenti e in quanto già scrivevo la settimana scorsa a proposito della propaganda elettorale sul tetto agli alunni stranieri. l criterio del tetto non è più legato alla sola cittadinanza, ma alla competenza linguistica: restano fuori dal computo gli studenti che hanno frequentato la scuola dell’infanzia in Italia o completato un numero adeguato di anni di scolarizzazione nel Paese.
Il ministro Valditara ha inoltre smentito esplicitamente le ipotesi più allarmanti circolate nelle bozze — il possibile allontanamento dei minori dalla famiglia in caso di mancata adesione ai corsi di italiano — sostituendole con sanzioni amministrative da 200 a mille euro per i genitori. Il decreto contiene anche misure meno divisive: 4 milioni di euro annui per il contrasto al cyberbullismo, 21 milioni in più per libri di testo con soglia di reddito alzata da 30mila a 40mila euro, 70 milioni per orientamento e contrasto alla dispersione scolastica. Attualmente sono 34mila le classi italiane che superano già la soglia del 30%, un numero che si aggiunge ai dati già raccolti su Milano — trentacinque scuole sopra il 50% — confermando quanto il problema resti concentrato in poche aree urbane piuttosto che diffuso sull’intero sistema scolastico nazionale.
Non è mancato nemmeno lo scontro istituzionale: dopo il discorso di Mattarella ad Amatrice sulla scuola aperta a tutti, di cui scrivevo pochi giorni fa, Meloni ha risposto a distanza con una stoccata inconsueta, ricordando che lo stesso presidente della Repubblica, “da ministro, invitava a distribuire gli stranieri nelle classi” — un modo per rivendicare continuità istituzionale con posizioni del passato, più che per rispondere nel merito alle obiezioni sollevate dal Colle.
Quello che il decreto scuola ha coperto
Il decreto trasporti, approvato nella stessa seduta, ha rinviato di un anno l’entrata in vigore del divieto di circolazione per i veicoli Euro 5, una misura che incide direttamente sulla qualità dell’aria nei centri urbani e sui piani di adeguamento delle amministrazioni comunali. Il decreto giustizia, terzo provvedimento della stessa giornata, ha ricevuto una copertura mediatica ancora più marginale, nonostante intervenga su materie — tempi processuali, organizzazione degli uffici giudiziari — che incidono direttamente sulla vita quotidiana di migliaia di cittadini coinvolti in procedimenti civili e penali. È lo stesso schema già osservato altre volte: più un provvedimento tecnico rischia di generare consenso silenzioso o dissenso tecnico difficile da comunicare in uno slogan, minore è lo spazio che riceve nella gerarchia delle notizie del giorno.
Il punto non è il merito dei singoli provvedimenti, ma la sproporzione nella loro esposizione pubblica: un Consiglio dei ministri che approva tre decreti nello stesso pomeriggio, e di cui la stampa nazionale racconta per intero solo quello capace di toccare più nervi identitari, è un Consiglio dei ministri che ha già scelto, prima ancora della propria stessa agenda legislativa, quale storia vuole che gli italiani ricordino di quel giorno.
La pancia della gente, i numeri veri
Mentre burqa e tetto occupano le prime pagine, l’Istat certificava pochi giorni prima un dato ben più rilevante per il portafoglio di chiunque: il deficit italiano del 2025 si è fermato al 3,1% del Pil, sopra la soglia del 3% che il governo sperava di centrare per uscire dalla procedura di infrazione europea aperta nel 2024. L’uscita, promessa per quest’anno, slitta ora al 2027, con il ministro Giorgetti che parla di “rammarico” e Salvini che definisce “surreale” dover dipendere da uno “zero virgola” per decidere gli investimenti nazionali. Nello stesso periodo, un pieno di benzina supera abbondantemente i 100 euro — 101 euro per un pieno di benzina da 50 litri secondo le rilevazioni di fine agosto, 107 per il diesel, rispettivamente il 18% e il 31% in più rispetto a un anno fa — sospinto da uno shock geopolitico sul greggio legato alla quasi chiusura dello Stretto di Hormuz, che ha riportato l’inflazione al 3,3% in agosto. È in questo stesso contesto che l’Italia ha chiesto a Bruxelles l’attivazione di una clausola di flessibilità specificamente dedicata a energia e difesa: la stessa tensione fra riarmo e capacità di spesa sociale che raccontavo scrivendo delle elezioni svedesi, qui riproposta in versione italiana, con il deficit fuori controllo che diventa argomento per giustificare più spesa militare, non meno.
Le guerre che continuiamo ad alimentare e tollerare
Sullo sfondo di questi numeri interni restano due dossier di politica estera che il ciclo delle notizie quotidiane tende sistematicamente a derubricare. L’Italia continua a fornire assistenza militare all’Ucraina in una guerra che, come raccontavo scrivendo di Gaza, Ucraina e delle terre rare, resta bloccata su un negoziato a un punto morto, mentre la corsa alle materie prime critiche continua a intrecciarsi con la logica bellica su più fronti contemporaneamente. Sul fronte israeliano, il governo italiano continua a mantenere rapporti diplomatici ordinari con un esecutivo che include Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale che ha pubblicamente evocato l’uccisione di “30-40 persone a notte” a Gaza, in un contesto già definito genocidio da più organismi internazionali e da storici della materia.
Nessuno di questi due dossier compare, nemmeno per un titolo, accanto alle notizie sul burqa nelle aule italiane. Non si tratta di stabilire una gerarchia morale fra le tragedie — un conflitto che dura da mesi non è più o meno grave di un altro perché più o meno raccontato — ma di notare come la stessa macchina mediatica capace di dedicare giornate intere a un decreto sulla scuola trovi sistematicamente meno spazio per questioni che riguardano vite umane concrete, morte per mano di eserciti sostenuti anche con risorse e coperture diplomatiche italiane.
Un Consiglio dei ministri, tre decreti, una sola notizia raccontata per intero. Un deficit che resta fuori controllo, un pieno di benzina che supera i 100 euro, una clausola di flessibilità chiesta a Bruxelles per finanziare più armi invece che più servizi, due guerre che l’Italia continua a sostenere o tollerare senza che nessuno lo metta in prima pagina: sono questi i fatti che la propaganda elettorale sul tetto agli stranieri e sul velo integrale riesce, con perfetta regolarità, a spingere fuori dall’agenda pubblica. Non perché quei fatti siano meno gravi, ma perché nessuno di essi tocca la pancia degli elettori con la stessa immediatezza di un’aula scolastica raccontata come minacciata dall’interno
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