Gazzetta del Mezzogiorno di oggi, Loredana Perla, la pedagogista barese che ha presieduto la commissione ministeriale incaricata di riscrivere le Indicazioni Nazionali per i Licei, ci spiega con tono entusiasta le quattro grandi novità della riforma degli ordinamenti ministeriali. Il testo è lì, disponibile per la consultazione pubblica da aprile, e destinato a entrare in vigore nel 2027-28. Leggendolo con attenzione, e poi leggendo l’articolo della Perla, si capisce con precisione a quale progetto pedagogico (?) e culturale miri questo ministero e questo esecutivo.
Non stiamo parlando di una revisione dei programmi, ma di un’operazione ideologica sistematica, costruita progressivamente da Valditara sin dal suo insediamento al Ministero dell’Istruzione e del Merito.
La “tradizione” come scudo politico – La prima novità descritta dalla Perla è «riportare al centro la tradizione e la memoria storica dell’Occidente»: grammatica, classici, latino, geografia, letteratura, tutto torna «strumento di precisione del pensiero». Va da sé la rivendicazione di una civiltà occidentale «a vocazione universale», i cui valori di libertà e responsabilità «restano un riferimento condiviso anche fuori dai suoi confini storici». Dietro questo lessico si nasconda qualcosa di ben preciso: come hanno scritto i sessanta docenti e filosofi, tra cui Massimo Cacciari, che hanno firmato la petizione contro la riforma, si tratta di «un tentativo di egemonia culturale da parte della destra al governo». E la scelta è chirurgica: fuori dai programmi di filosofia Spinoza, Marx, Gramsci, Schelling, ridimensionato Kant; dentro una versione della storia che, come ha dichiarato lo stesso Valditara, riscoprirà «la centralità dell’Occidente, della storia dell’Europa e dell’Italia».
Di quale Occidente stiamo parlando? Di quale memoria? Quella che ha prodotto il colonialismo, la schiavitù transatlantica, lo sterminio degli ebrei d’Europa (tutte cose figlie dell’Occidente, non negazioni di esso) non trova evidentemente spazio in questa narrazione. L’Occidente di Valditara è una bussola selettiva perché indica solo ciò che fa comodo. La “tradizione” non è mai neutrale, ma sempre una scelta di chi vuole ricordare e cosa vuole dimenticare. In questo senso, rimandare i ragazzi alle «radici profonde» è rimandare loro una versione del passato confezionata su misura.
Su questo tema ho già scritto in un altro post: la costruzione dell’identità scolastica non è un fatto pedagogico, è un fatto politico.
Il “merito” che seleziona invece di includere – La seconda parola-feticcio è il merito, pilastro dell’intera architettura di Valditara, e non solo, sin dal ribattezzare il ministero aggiungendogli quella parola. La quarta novità descritta dalla Perla va appunto letta in questa direzione, cioè nella separazione netta tra Licei e Istituti tecnico-professionali reinterpretata come riunificazione sotto il modello “liceo”. Ma il merito, nella sua versione governativa, funziona sempre allo stesso modo: premia chi già parte avvantaggiato e sanziona chi si trova in difficoltà.
La riforma della condotta, i giudizi sintetici alla primaria, il voto numerico che torna al posto dei giudizi descrittivi sono tasselli dello stesso disegno.
«il vero obiettivo del governo è reprimere ogni iniziativa politica o civile degli studenti».
il manifesto, «Repressione più castigo, la scuola di Valditara»
Non a caso Valditara ha già mostrato da che parte sta quando, come hanno denunciato docenti e FLC CGIL, ha tollerato, se non incoraggiato, iniziative di schedatura dei docenti “di sinistra” da parte di organizzazioni studentesche neofasciste come Azione Studentesca. L’obiettivo non è valorizzare il talento, ma la normalizzare in una scuola gerarchica, disciplinata, dove chi non si adegua paga.
L’intelligenza artificiale: l’alibi tecnologico – La terza novità è l’introduzione dell’intelligenza artificiale nei licei. Loredana Perla la descrive come strumento critico: «la scuola è chiamata a costruire negli studenti gli strumenti per distinguere ciò che un algoritmo restituisce da ciò che costituisce sapere verificato». Niente da obiettare in astratto, ma il problema è cosa non c’è in questa riforma, mentre si parla di IA.
Non c’è una parola seria sull’inclusione scolastica. La proposta di classi differenziate per studenti disabili (circolata nell’orbita Valditara) rappresenta un passo indietro di decenni rispetto alle conquiste inclusive della scuola italiana. Non c’è nulla sulla didattica per gli studenti con DSA, nulla sull’adeguamento degli organici di sostegno, nulla sul diritto allo studio per chi viene da contesti socioeconomici svantaggiati. L’IA entra nei licei come parola d’ordine modernizzante, mentre la scuola reale, quella che manca di cattedre, di insegnanti di sostegno, di spazi adeguati, viene lasciata a sé stessa, così come sono abbandonati gli studenti che non dispongono di IA, di device, di tecnologia (e il Covid ha mostrato tutti i limiti socio-economici che questo governo continua ad ignorare).
Nel frattempo, i fondi stanziati per l’educazione sessuo-affettiva sono stati dirottati verso progetti sulla “infertilità”. Il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna ha definito il ddl Valditara sul consenso informato per la prevenzione alla violenza «un attacco alla prevenzione della violenza contro le donne». I docenti di Pordenone, supportati dalla FLC CGIL FVG, hanno denunciato le iniziative di schedatura di chi insegna educazione sessuo-affettiva, immigrazione, cambiamento climatico. In questo quadro, parlare di IA come orizzonte emancipativo suona quanto meno beffardo.
Gli organi collegiali: la democrazia scolastica sotto attacco – Il punto più grave, e quello più taciuto, è il fatto che la riforma di Valditara è costruita contro gli organi collegiali. Già con la riforma degli istituti tecnici abbiamo visto cosa significa una riforma «calata dall’alto, senza un confronto reale con le istituzioni scolastiche e i/le docenti». I Collegi docenti di numerosi istituti tecnici hanno risposto deliberando l’adozione alternativa dei libri di testo, esercitando cioè l’unica arma democratica rimasta loro.
«I tentativi di imporre grembiulini, voti numerici, programmi “padani”, ideologie non inclusive, sanzioni ai docenti e ai dirigenti hanno trovato negli organi collegiali di scuola un antemurale che ha resistito ad ogni attacco».
Collettiva «Organi collegiali: passato, presente e futuro»
Eppure anche queste linee guida non prevedono nulla per rafforzare la democrazia scolastica: non c’è nulla sulla libertà degli organi collegiali di deliberare sui contenuti didattici, compresa l’educazione sessuo-affettiva. Non c’è nulla sulla valutazione partecipata, che torni a essere strumento formativo e non di controllo disciplinare. Non c’è nulla che rinforzi l’autonomia didattica dei docenti contro le ingerenze ministeriali. La “consultazione” del personale scolastico (già avviata ma senza possibilità di dissenso!) e con le Consulte studentesche vantata come grande novità democratica da Loredana Perla è un esercizio di facciata.
Un progetto culturale organico, non una serie di toppe – Loredana Perla ci chiede di non considerare queste Indicazioni «un mero aggiornamento delle precedenti» e almeno in questo ha ragione: sono infatti l’ennesimo capitolo di un progetto coerente di smantellamento della scuola democratica. Dalla centralità del voto in condotta al liceo del made in Italy, dalla riforma degli ITS Academy alla filiera tecnologico-professionale 4+2, dal registro elettronico usato per scavalcare i presidi alla schedatura dei docenti “di sinistra”, ogni intervento risponde a una logica precisa, quello di una scuola più gerarchica, più disciplinata, più “occidentale”, meno partecipata, meno inclusiva, meno plurale. Una scuola dove il merito premia chi già merita e la tradizione consolida chi già comanda.
Non è una riforma della scuola pubblica, è un tentativo di smontarla dall’interno.
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