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Lo Stabilicum torna alla Camera per il rush finale, fiducia già annunciata. Le firme salgono a 6000 e rischiano di penalizzare il partito di Vannacci.

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Il 21 settembre la riforma elettorale ribattezzata “Stabilicum” è tornata a Montecitorio per quello che, nelle intenzioni della maggioranza, deve essere l’ultimo passaggio parlamentare prima dell’approvazione definitiva.

Il calendario è già scritto nei minimi dettagli: oggi si apre un nuovo ciclo di audizioni informali in Commissione Affari Costituzionali, domani alle 16 scade il termine per presentare gli emendamenti, mercoledì si giudicherà la loro ammissibilità, il testo sbarcherà in Aula lunedì 28 settembre e il voto finale è atteso entro la prima settimana di ottobre. La premier Giorgia Meloni ha già annunciato che porrà la fiducia “per chiarezza”, trasformando il passaggio parlamentare in quella che assomiglia sempre più a una formalità di un percorso già deciso altrove, nelle segreterie di maggioranza.

Un iter che si ripete come un rito

Colpisce, di questo nuovo giro alla Camera, un dettaglio quasi paradossale: le audizioni che si sono tenute il giorno stesso — alle Michele Ainis, professore emerito di istituzioni di diritto pubblico a Roma Tre, Gaetano Azzariti, costituzionalista della Sapienza, e Mario Staderini, coordinatore del ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo sulla legge elettorale; Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Luigi Einaudi, insieme ai costituzionalisti Andrea Pertici dell’Università di Pisa e Francesco Clementi della Sapienza — erano già state svolte, sostanzialmente con gli stessi protagonisti, sia alla Camera sia al Senato nei mesi scorsi. Riascoltare gli stessi esperti su un testo che la maggioranza considera ormai blindato non serve a raccogliere elementi nuovi per la decisione: serve a rispettare la forma dell’iter parlamentare, mentre la sostanza della riforma resta quella già negoziata e votata a Palazzo Madama. È il tratto più rivelatore di come la maggioranza intenda questo passaggio alla Camera: non un luogo di confronto reale, ma l’ultima tappa cerimoniale di un percorso il cui esito è già stato deciso.

Le firme che tagliano fuori quasi tutti, tranne chi già c’è

Fra le novità meno raccontate del testo che torna oggi in commissione, ce n’è una che merita attenzione più delle proiezioni sui seggi già discusse altrove: l’aumento da 1.500 a 6.000 delle firme minime richieste per collegio a chi voglia presentare una lista senza sedere già in Parlamento. È un innalzamento drastico, pensato esplicitamente per rendere più difficile l’ingresso di nuove forze politiche. Il testo prevede però un’esenzione per chi abbia già due gruppi parlamentari, oppure almeno un gruppo formatosi entro il 31 dicembre 2025: una soglia temporale che, secondo la stessa ricostruzione dell’Ansa, avvantaggia esplicitamente Italia Viva e Azione, entrambe già dotate di gruppi parlamentari consolidati da tempo, ma esclude sia +Europa sia il Fronte Nazionale di Roberto Vannacci. È un dettaglio che merita di essere sottolineato per la sua ironia politica: la stessa maggioranza che da mesi osserva con crescente nervosismo la crescita di Vannacci nei sondaggi, al punto da riprenderne temi e linguaggio sulla scuola e sull’immigrazione come raccontavo proprio ieri, scrive contestualmente una norma che rischia di rendere più complicato, non più semplice, l’accesso alle urne per il partito del generale, salvo che questo riesca a consolidare una propria rappresentanza parlamentare autonoma entro la scadenza fissata.

Le altre modifiche tecniche

Il testo interviene anche su aspetti più circoscritti ma non irrilevanti, spesso trascurati dalla cronaca politica più concentrata sui rapporti di forza fra i partiti. La circoscrizione Estero viene riorganizzata, passando da quattro a due ripartizioni geografiche per la Camera — Europa ed extra Unione europea — e da quattro a una sola area per il Senato, una semplificazione che ridisegna la rappresentanza dei cittadini italiani residenti all’estero senza che il dibattito pubblico interno vi abbia dedicato particolare attenzione. Viene inoltre introdotto il voto fuorisede per chi sia temporaneamente domiciliato altrove da almeno nove mesi, ridotti a tre per chi si trova fuori dal proprio Comune per motivi di cura: una possibilità estesa, nel corso della discussione al Senato, anche ai caregiver. Restano confermate le soglie di sbarramento già previste dal Rosatellum, il 3% per le singole liste e il 10% per le coalizioni, mentre nessuna soglia minima è richiesta per concorrere al computo della cifra elettorale nazionale che determina il premio di maggioranza.

Il vero rischio non è il merito, è la tenuta interna

Il paradosso più istruttivo di questo passaggio alla Camera riguarda proprio la fiducia annunciata da Meloni. Se il testo fosse davvero così “blindato” come la maggioranza lo presenta, la fiducia sarebbe uno strumento superfluo: la si pone, di norma, proprio quando si teme che la disciplina di maggioranza possa incrinarsi. E non si tratta di un timore campato in aria: come ha ricordato la stessa Ansa, il primo passaggio dello Stabilicum alla Camera era già stato “impallinato dai franchi tiratori”, i voti segreti dissidenti che nessuna fiducia riesce a intercettare del tutto. È significativo che, proprio nelle stesse ore in cui la riforma elettorale rientra in commissione, Matteo Salvini abbia annunciato l’intenzione di proporre un congresso straordinario della Lega a ottobre: un segnale di tensioni interne al partito che si somma, senza risolverla, alla marcia divisa già emersa a Pontida fra la base più giovane orientata verso la remigrazione di stampo vannacciano e la componente più tradizionale del partito.

In un contesto simile, il vero rischio per la maggioranza non riguarda il merito della riforma, già scritto e ormai difficilmente modificabile nella sostanza, ma la tenuta di una coalizione che affronta contemporaneamente più fronti di frizione interna proprio nelle settimane in cui dovrebbe mostrarsi più compatta. Basti pensare che lo stesso giorno in cui la legge elettorale riprendeva il proprio iter, Meloni si concedeva anche una battuta pubblica rivolta a Elly Schlein — “non trovi argomenti veri per attaccarci, te li passo io sottobanco” — mentre la segretaria dem replicava chiedendo alla premier di “porre fine ai suoi fallimenti” e di annunciare la data delle prossime elezioni: un contorno polemico che conferma quanto il vero terreno di scontro, in queste settimane, si sia spostato dal merito tecnico della riforma alla battaglia di comunicazione politica che la circonda.

Lo Stabilicum torna alla Camera con un calendario già fissato al minuto, audizioni che ripetono senza sostanza quelle già svolte, e una fiducia annunciata in anticipo che trasforma il voto finale in una formalità solo apparente. Fra le pieghe tecniche del testo si nasconde però un dettaglio che meriterà di essere seguito con attenzione nelle prossime settimane: una soglia di firme così alta da poter penalizzare, paradossalmente, proprio quel Fronte Nazionale di Vannacci che la stessa maggioranza sembra al tempo stesso temere e voler inseguire sui contenuti. La vera partita di questo passaggio parlamentare, più che nell’Aula di Montecitorio, si gioca nella capacità della maggioranza di restare unita fino al voto finale, mentre le sue stesse componenti interne continuano a litigare su tutto il resto.


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