A Baldissero d’Alba, in provincia di Cuneo, un camionista di 35 anni, Roberto Mollo, ha sorpreso una banda di almeno cinque uomini nel cortile del proprio cascinale in ristrutturazione, dove dormiva da alcune notti proprio per sorvegliare i materiali edili lasciati all’aperto.
Ha impugnato la pistola semiautomatica regolarmente detenuta e ha sparato più colpi nel buio: uno ha ucciso uno dei presunti ladri, un uomo fra i 30 e i 40 anni, probabilmente di nazionalità albanese e residente nel Torinese. Gli altri quattro sono fuggiti a piedi. Mollo ha chiamato lui stesso i soccorsi ed è ora indagato per omicidio. A pochi chilometri da Baldissero, nel 2021, si era già consumata la vicenda che ha reso le Langhe un caso nazionale: quella del gioielliere Mario Roggero, condannato in via definitiva lo scorso luglio a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori in fuga dalla sua gioielleria di Grinzane Cavour. Nel giro di poche ore dalla notizia, il ministro Matteo Salvini ha scritto un “abbraccio a chi si è difeso a casa sua”, mentre i vicini di Mollo, interpellati dai cronisti, non hanno avuto dubbi: “Ha fatto bene, quello se lo meritava”.
Il precedente Roggero, e il paradosso dei danni
Il caso Roggero merita di essere ricordato con precisione, perché la sua eco pesa su ogni vicenda analoga che si consuma nella stessa provincia. Il 28 aprile 2021 tre rapinatori assaltarono la gioielleria di Grinzane Cavour, minacciando Roggero, la moglie e la figlia. Mentre i tre fuggivano dal retro verso l’auto, Roggero li inseguì sulla pubblica via ed esplose diversi colpi, uccidendone due e ferendo gravemente il terzo. La Corte d’Assise, l’Appello e infine la Cassazione hanno tutte escluso la legittima difesa per tre ragioni concordanti: il pericolo era ormai cessato, i rapinatori stavano salendo in auto per allontanarsi; mancava la proporzione, poiché due vite umane erano state sacrificate per difendere beni materiali; la reazione non era necessaria, dato che Roggero avrebbe potuto chiudersi nel negozio blindato e attendere le forze dell’ordine.
Il procuratore capo di Asti, Biagio Mazzeo, l’ha definita “una reazione violenta a scoppio ritardato”, aggiungendo che “il bene della vita non può essere messo sullo stesso piano del bene materiale”. Roggero dovrà inoltre risarcire con 780mila euro le famiglie delle vittime e il rapinatore sopravvissuto: è probabilmente questo dettaglio, più di ogni altro, a essere percepito come un paradosso intollerabile da chi sostiene la causa del gioielliere, al punto da alimentare una raccolta fondi pubblica e un appello per la grazia presidenziale. Roberto Vannacci e Giuseppe Cruciani ne hanno fatto un caso politico a petto nudo su un palco, gridando “siamo tutti Mario Roggero“.
Il governo, dal canto suo, ha già presentato un disegno di legge per modificare ulteriormente i confini della legittima difesa, e il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria per la grazia, con un passaggio al Quirinale da parte dello stesso Mattarella: un caso giudiziario concluso in tutti i gradi di giudizio che continua comunque a produrre effetti sul piano politico e simbolico.
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Baldissero, un caso legalmente diverso
La vicenda di Baldissero d’Alba presenta una differenza tecnica non irrilevante rispetto a quella di Roggero.
La riforma della legittima difesa voluta dallo stesso Salvini nel 2019 ha introdotto, nell’articolo 52 del Codice penale, una presunzione di proporzionalità rafforzata per chi reagisce a un’aggressione all’interno del proprio domicilio o della propria attività commerciale: la cosiddetta legittima difesa domiciliare.
Mollo ha sparato dentro la proprietà di famiglia, di notte, contro intrusi ancora presenti sul posto, non contro persone già in fuga sulla pubblica via: una circostanza che potrebbe collocare il suo caso in una cornice giuridica assai più favorevole di quella che condannò Roggero. Resta indagato, e solo l’inchiesta stabilirà i fatti nel dettaglio. Ma la distinzione giuridica, per quanto reale, non intacca la domanda politica e sociale più ampia che la vicenda pone, ed è esattamente la stessa domanda sollevata dal caso Roggero: cosa produce, in un territorio agricolo e apparentemente tranquillo come le Langhe, la condizione per cui un uomo sceglie di dormire armato in un cantiere per proteggere del materiale edile.
Una società costruita sulla paura
La risposta più immediata, quella che la cronaca di queste ore restituisce senza troppi filtri, riguarda il clima politico degli ultimi anni. Un ministro dell’Interno che abbraccia pubblicamente chi ha appena ucciso un uomo, prima ancora che le indagini stabiliscano alcunché; un intero paese che si schiera compatto con chi ha sparato, senza attendere i fatti; un cittadino che, per mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine o nei tempi della giustizia, decide di trasferirsi a dormire in un cascinale semiabbandonato pur di difendere di persona dei beni materiali: sono tutti sintomi di una fiducia collettiva nelle istituzioni pubbliche di sicurezza che si è visibilmente incrinata.
Non è un caso isolato: è il prodotto di anni di propaganda securitaria che ha insistito, elezione dopo elezione, sull’insicurezza percepita come priorità assoluta, alimentando una diffidenza reciproca fra vicini di casa, fra cittadini e stranieri, fra chi possiede qualcosa e chi viene automaticamente sospettato di volerlo sottrarre. È lo stesso clima che, appena ieri, ha prodotto l’annuncio di Giorgia Meloni sul tetto agli alunni stranieri e sul divieto di burqa, pronunciato proprio nella domenica di Pontida: una coincidenza temporale che non è casuale, ma la fotografia di un’unica strategia politica che sceglie sistematicamente la paura come chiave di lettura della realtà sociale.
Il vero problema che nessuno affronta
Il punto più scomodo, quello che la propaganda securitaria ha tutto l’interesse a non affrontare, riguarda le cause materiali che alimentano proprio i reati contro il patrimonio su cui si costruisce questa stessa narrazione. Bande di rapinatori che si spostano di notte fra cascinali isolati, gioiellerie di paese, abitazioni rurali prive di sorveglianza non nascono da un’emergenza etnica né da un’invasione, ma da condizioni economiche di marginalità, disoccupazione e disuguaglianza crescente che una politica economica più equa — salari dignitosi, welfare funzionante, investimenti nei territori più fragili — potrebbe ridurre alla radice, invece di limitarsi a gestirne le conseguenze con un’arma in più in ogni cascina.
È lo stesso schema già documentato su questo blog a proposito della scuola, dell’edilizia, del lavoro: ogni volta che si presenta un problema strutturale, la risposta preferita non è mai l’investimento pubblico necessario a risolverlo, ma un simbolo securitario capace di generare consenso immediato — il tetto, il muro, la pistola sotto il cuscino — che lascia intatta, e spesso peggiora, la condizione sociale che ha reso il problema possibile fin dall’inizio.
Un salario minimo dignitoso, una rete di welfare che raggiunga davvero le famiglie in difficoltà, politiche abitative capaci di ridurre l’isolamento delle zone rurali più esposte: sono investimenti che costano, in termini di bilancio pubblico, molto più di un decreto sulla legittima difesa o di un annuncio sul tetto agli stranieri. Ma sono anche gli unici, a differenza di questi ultimi, capaci di intervenire sulle cause materiali del reato, non solo sulla reazione armata che quel reato può innescare in chi si sente lasciato solo.
Le Langhe non sono diventate il Far West per una fatalità geografica: lo sono diventate perché la sicurezza pubblica reale è stata sostituita, nel discorso politico dominante, dalla sicurezza percepita e dall’autodifesa armata, mentre le cause materiali dell’insicurezza — povertà, disuguaglianza, assenza di welfare — restano fuori discussione. Un uomo che dorme in un cantiere con una pistola accanto non è un eroe né un mostro: è il sintomo più visibile di un patto sociale che ha smesso di funzionare, e che nessun abbraccio ministeriale, per quanto tempestivo, può ricostruire da solo.
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