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Svezia al voto: la destra di Åkesson frena per la prima volta dal 2010, ma il centrosinistra vince per soli 3 seggi. Risultati definitivi mercoledì.

attualità 9 minuti di lettura

Domenica 13 settembre la Svezia ha votato per rinnovare i 349 seggi del Riksdag e, con lo scrutinio arrivato oltre il 94% delle schede, il quadro che emerge è più sottile di quanto gli exit poll della sera avessero lasciato intendere: la coalizione di centrosinistra guidata da Magdalena Andersson è avanti di appena tre seggi — 176 contro 173, secondo le proiezioni della tv pubblica Svt — sul centrodestra uscente di Ulf Kristersson, con la maggioranza fissata a 175 seggi.

Il dato più solido, quello che nessuno scrutinio residuo sembra in grado di ribaltare, riguarda però l’estrema destra di Jimmie Åkesson: i Democratici Svedesi si fermano al 17,6%, in calo di quasi tre punti rispetto al 20,5% del 2022, la prima volta che arretrano da quando sono entrati in parlamento nel 2010. Per il resto, i risultati definitivi non arriveranno prima di mercoledì: mancano ancora le schede dall’estero, in numero record quest’anno, e quelle sono in grado di ribaltare pochi seggi ma decisivi.

Un margine troppo stretto per essere già una vittoria

Questa non è, almeno per ora, la vittoria netta raccontata dai primi exit poll della serata. I Socialdemocratici restano comunque il primo partito con il 28,1% — pur avviandosi, con questo risultato, verso il peggior esito in oltre un secolo di storia del partito — mentre i Moderati di Kristersson salgono al 19,9%, meglio di quanto i sondaggi pre-voto lasciassero presagire. La distanza fra i due blocchi si misura ormai in circa 28mila voti e sia Andersson sia Kristersson hanno scelto la prudenza: “Dobbiamo attendere i risultati definitivi”, ha detto la leader socialdemocratica ai suoi sostenitori, “ma il mio messaggio è chiaro: saremo sempre pronti ad assumerci la responsabilità del risultato. Sembra che sarà molto equilibrato”. Kristersson, dal canto suo, ha confermato che rispetterà il tentativo di Andersson di formare un governo se il vantaggio attuale sarà confermato, pur ribadendo che “non abbiamo ancora un risultato definitivo”.

Le schede dall’estero, storicamente, tendono a penalizzare leggermente i Socialdemocratici e a favorire Moderati e Verdi: nel 2022 furono circa 251mila, e stavolta il numero è record.

A complicare ulteriormente i tempi, in Svezia tutti i voti vengono automaticamente riconteggiati dai consigli di contea regionali che certificano il risultato finale — un processo che di norma richiede un’intera settimana. Non è un dettaglio tecnico: significa che l’esito resta genuinamente aperto anche oltre la giornata di mercoledì, e che nessuno dei due leader ha ancora dichiarato vittoria. Come ha scritto Linkiesta, la Svezia “boccia la destra, ma consegna al centrosinistra una maggioranza fragile”, ammesso che quella maggioranza, alla fine, ci sia davvero.

Quattro anni che hanno lasciato il segno

Il governo Kristersson, in carica dal 2022, ha segnato una novità assoluta per la cultura politica svedese: per la prima volta l’estrema destra è entrata nell’orbita di governo, sostenendo dall’esterno una coalizione fra Moderati, Cristiano Democratici e Liberali. È la fine di un’eccezione che la Svezia aveva mantenuto a lungo rispetto al resto del Nord Europa, dove i partiti etno-nazionalisti avevano già sfondato da tempo.

La linea dei quattro anni di governo è stata dura sull’immigrazione e sulla criminalità, con Kristersson che ne rivendica i risultati — crescita economica, riduzione dei prezzi di energia e generi alimentari, contrasto alle sparatorie legate alle bande criminali — e che in questa campagna aveva promesso ai Democratici Svedesi incarichi di governo pieni in caso di conferma della coalizione, un salto di qualità rispetto al solo sostegno esterno concesso dal 2022. Ma la stessa architettura di bilancio, secondo le cronache della campagna elettorale, ha usato tagli e sostegni una tantum al costo della vita come risposta congiunturale, mentre nel giugno 2025 il parlamento ha approvato all’unanimità un aumento della spesa per la difesa fino al 3,5% del Pil entro il 2030 — un investimento da 27 miliardi di euro in dieci anni, sulla scia della Germania di Friedrich Merz.

Va detto per onestà, e complica non poco la narrazione più comoda, che neppure i Socialdemocratici hanno costruito la propria campagna su un’alternativa netta in materia di immigrazione: hanno fatto sapere che, in caso di vittoria, confermerebbero sostanzialmente l’impostazione del governo uscente su questo fronte, allontanandosi dalla storica reputazione svedese di accoglienza. La campagna elettorale, del resto, si è trasformata di fatto in un referendum su un solo punto: se i Democratici Svedesi, sostegno esterno del governo dal 2022, avrebbero ottenuto per la prima volta un ruolo diretto nell’esecutivo. Fino all’ultimo i sondaggi restavano incerti — un rilevamento di Indikator Opinion dava il centrosinistra al 50,8% contro il 47,6% del blocco di governo, un margine ridottissimo — proprio perché la posta in gioco non riguardava solo chi guidasse il paese, ma quanto profondamente l’estrema destra potesse orientare le politiche su difesa, scuola, cultura e finanza pubblica.

Il vero tema non è armarsi, ma cosa sacrificare

Ed è qui che si coglie il punto più interessante di questa campagna elettorale, che vale per la Svezia ma anche per il resto d’Europa. Nessuno, in questa tornata, ha messo seriamente in discussione la necessità di aumentare la spesa per la difesa: lo stesso blocco di opposizione guidato da Andersson non ha mai proposto di tornare indietro sugli impegni assunti. La vera domanda politica, semmai, riguarda come finanziare quell’aumento senza intaccare lo Stato sociale.

In Germania, la Bundesbank aveva già calcolato che portare la spesa militare al 5% del Pil — come chiesto in sede Nato — costerebbe oltre 200 miliardi di euro l’anno, con alternative che si riducono, in sostanza, a tre: tagli a sanità, istruzione e fiscalità; più debito pubblico; oppure più tasse. È esattamente questo il bivio che il governo Kristersson ha attraversato scegliendo, secondo i suoi critici, la prima strada — e che il voto di oggi sembra aver punito.

Non è un dilemma solo svedese o tedesco: dalla Francia al Regno Unito, ogni governo europeo che negli ultimi due anni ha annunciato incrementi strutturali della spesa militare si è trovato a dover spiegare, prima o poi, da dove arriverà quella copertura e la risposta, quasi ovunque, ha finito per toccare pensioni, sanità o istruzione prima ancora del debito pubblico, ritenuto già troppo alto per essere ulteriormente ampliato senza reazioni dei mercati.

Andersson ha costruito la propria campagna esattamente su questo terreno, presentando la scelta elettorale non come un referendum sulla propria persona, ma come una domanda diretta agli elettori: quanto peso lasciare all’estrema destra su difesa, scuola, cultura e finanza pubblica, in un governo che ha finanziato il riarmo scaricandone il costo sul welfare.

Il segnale europeo: prima frenata dell’onda nera

Il voto svedese arriva a distanza di appena una settimana dal 44,5% raccolto dall’Afd in Sassonia-Anhalt, il miglior risultato mai ottenuto da un partito di estrema destra in un’elezione regionale tedesca dal dopoguerra. Messi uno accanto all’altro, i due risultati raccontano un continente meno compatto di quanto la sola narrazione dell'”onda nera” lasci intendere. E c’è un precedente ancora più netto, arrivato in aprile dall’Ungheria: il partito Tisza di Péter Magyar — ex uomo di Fidesz, oggi leader di un centrodestra esplicitamente europeista — ha travolto Viktor Orbán dopo sedici anni di potere, conquistando una maggioranza dei due terzi (53,6% contro il 37,7% di Fidesz) sufficiente a modificare la Costituzione. Non è stata una vittoria della sinistra, ma una correzione interna alla destra stessa: un centrodestra moderato e filoeuropeo che ha sconfitto il modello di “democrazia illiberale” costruito da Orbán in sedici anni, proprio nel momento in cui quel modello veniva presentato come punto di riferimento per l’intera destra radicale europea e per i suoi alleati a Mosca e a Washington. Magyar proviene, infatti, proprio dall’establishment di Fidesz, da cui si è staccato nel 2022: la sua vittoria racconta quindi meno una sconfitta ideologica della destra in sé, quanto il logoramento specifico di un modello di potere personalistico, percepito dagli stessi elettori conservatori come ormai incompatibile con l’appartenenza piena all’Unione europea.

Cosa può significare per le prossime scadenze elettorali, Italia compresa

La lezione che se ne può trarre, con la cautela che ogni singolo voto nazionale impone, è che gli elettorati europei non sembrano premiare l’estrema destra in automatico, quanto piuttosto punire le conseguenze materiali specifiche delle scelte di governo che quell’estrema destra ha reso possibili o rafforzato: meno welfare per finanziare più riarmo, meno diritti per finanziare più sicurezza performativa.

È un’indicazione che vale anche a parti invertite: dove la destra riesce a intestarsi la difesa del welfare, o quantomeno a non farsene percepire come il principale erosore, come sembra essere accaduto proprio in Sassonia-Anhalt in un contesto di disagio sociale acuto, il consenso può spostarsi nella direzione opposta con la stessa rapidità. Dove invece un’opposizione riesce a rendere concreta questa alternativa — non solo un appello identitario contro il pericolo autoritario, ma un conto economico preciso su chi paga cosa — il consenso sembra tornare a spostarsi. È una lezione che riguarda da vicino anche il campo progressista italiano, ancora impegnato, come raccontavo scrivendo del ballottaggio nella riforma elettorale, a litigare sul metodo delle primarie prima ancora di aver definito un programma capace di tradurre in proposta concreta lo stesso nodo emerso oggi a Stoccolma. Vale però la pena non esagerare l’entusiasmo: il margine resta di pochi seggi, i risultati definitivi arriveranno solo mercoledì, e persino in caso di conferma del vantaggio attuale Andersson dovrebbe comunque costruire una maggioranza fra quattro partiti che concordano sull’aumento della spesa sociale ma divergono su tassa sui miliardari e nucleare, con il Partito di Centro che rifiuta perfino di sedersi nello stesso governo della Sinistra. Un segnale in controtendenza non è ancora un’inversione di rotta: è, nella migliore delle ipotesi, la prova che la rotta può ancora essere cambiata.

Sassonia-Anhalt, Ungheria, Svezia: tre elezioni, tre direzioni diverse, nello spazio di pochi mesi. Il continente che ne esce non è quello di un’unica onda nera inarrestabile, ma quello di un conflitto ancora aperto, deciso non tanto da un’identità ideologica quanto dalla capacità concreta di ciascun campo politico di rispondere alla domanda più elementare: chi paga il conto delle scelte di governo, e con quale moneta — tasse, debito, o pezzi di Stato sociale smontati un pezzo alla volta.


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