Il 3 dicembre il Pentagono vuole farci guardare una fucilazione. Non per modo di dire: in diretta, con un funzionario che annuncia «seguiranno dettagli», come per il lancio di un servizio in abbonamento.
L’uomo da giustiziare è Nidal Hasan, l’ex maggiore psichiatra dell’esercito che il 5 novembre 2009 aprì il fuoco a Fort Hood uccidendo tredici persone e ferendone trentadue: nessuno, in queste righe, sosterrà che sia innocente o che il dolore dei sopravvissuti sia un dettaglio, ma le domande sono due, e la seconda viene quasi sempre saltata: se sia giusto condannare a morte (per me no) e se sia tollerabile fare di quella morte un programma. Parto da un film, Dead Man Walking, perché il cinema sulla pena capitale ha un problema da risolvere, lo stesso che il Pentagono finge di non avere: come si mostra una morte decisa a freddo senza trasformare chi guarda in un cliente?
Il 3 dicembre, in diretta: la «lezione» del Pentagono
I fatti, per quanto ci è dato sapere. Trump ha approvato l’esecuzione su raccomandazione del capo del Pentagono Pete Hegseth. Hasan si difese da solo e fu condannato a morte da una corte marziale nel 2013; a sparargli sarà un plotone «composto da soldati». Sarebbe la prima fucilazione militare americana dal 1945, quando fu passato per le armi il soldato Eddie Slovik, e la prima esecuzione militare di qualunque tipo dal 1961. Hegseth ha spiegato il perché senza imbarazzi: «faremo in modo che la gente possa assistervi» e, riporta Sky TG24, «perché la gente deve capire che ci sono serie conseguenze per questo tipo di cose».
Le reazioni non si sono fatte attendere. L’Alto commissariato ONU per i diritti umani ha spiegato all’AFP che trasmettere l’esecuzione equivarrebbe a un’esecuzione pubblica e violerebbe il divieto assoluto di tortura: le esecuzioni pubbliche sono «una forma di trattamento o pena crudele, inumana o degradante» ai sensi dell’articolo 7 del Patto sui diritti civili e politici. Una precisazione: il paragone con l’ISIS non l’ha fatto l’ONU, l’ha fatto il senatore democratico Chris Murphy, per il quale Hegseth sta «imitando l’ISIS» con una pratica «medievale»; l’ONU ha semmai ricordato di aver detto cose analoghe su Afghanistan e Iran. Il sopravvissuto Alonzo Lunsford approva la condanna ma non la diretta: la linea di faglia non separa chi vuole la pena da chi non la vuole, ma chi la vuole da chi la vuole come intrattenimento istituzionale.
Qui comincia la genealogia, la parte che il Pentagono sperava non ci venisse in mente. Nel 1936, a Owensboro, in Kentucky, circa ventimila persone assistettero all’impiccagione di Rainey Bethea, un uomo nero: la chiamarono «picnic hanging», la storica Sonya Lea la definisce un «linciaggio legale» (WPLN), ed è considerata l’ultima esecuzione pubblica americana. Da allora la pena capitale è diventata un fatto amministrativo, a porte chiuse e davanti a pochi testimoni, e Foucault in Sorvegliare e punire ci aveva avvertiti: dal supplizio di Damiens, squartato in piazza nel 1757, all’orario di un carcere, la pena si fece «mite» non per umanitarismo ma perché la violenza del sovrano era diventata inefficace e politicamente costosa (di Foucault ho scritto anche qui). Nel 2001, per Timothy McVeigh, una crepa: il ministro della Giustizia Ashcroft autorizzò la visione a circuito chiuso per sopravvissuti e parenti delle vittime di Oklahoma City. Guardava chi aveva una ferita: il pubblico era il lutto. Il 3 dicembre lo spettatore diventa «la gente», e l’unico titolo richiesto è una connessione.
Lo Stato, osserva suor Helen Prejean a Democracy Now, uccide in un rituale semi-segreto costruito per somigliare a una procedura medica: al buio, vestito da ospedale. Ora accende le luci, ma la logica resta: fare della morte un messaggio. In Texas, il 7 ottobre, Jamaal Howard è stato giustiziato con il pentobarbital, la trentesima esecuzione americana del 2026, cioè nulla di eccezionale: l’eccezione sarà la diretta. E il resto del mondo? Il rapporto di Amnesty International sul 2025 registra negli Stati Uniti 47 esecuzioni in 11 Stati contro le 25 del 2024, il dato più alto dal 2009, con la Florida da sola a 19. Gli USA restano l’unico paese delle Americhe a eseguire condanne, e per Amnesty, che si oppone a tutte le esecuzioni indipendentemente dal metodo, è una «battuta d’arresto» per la regione, fra «narrazioni sulla sicurezza distorte a fini politici»: formula che riconosciamo senza fatica, vista la nostra politica securitaria.
Dead Man Walking: il condannato non è innocente, ed è questo il punto
Dead Man Walking, scritto e diretto da Tim Robbins dal libro che Prejean aveva pubblicato nel 1993, esce negli Stati Uniti il 29 dicembre 1995: costa 11 milioni di dollari, ne incassa circa 83, e porta a Susan Sarandon l’Oscar come migliore attrice (candidati anche Robbins e Penn). Il film, con Sean Penn nel ruolo del condannato Matthew Poncelet, compie la scelta che rende la sua posizione ancora oggi impossibile da liquidare: Poncelet non è innocente, non è un errore giudiziario, non è un santo mancato. Ha stuprato e ucciso, lo ammette, chiede perdono al padre della vittima e dice ai genitori della ragazza di sperare che la sua morte porti loro un po’ di pace.
Nella scena dell’esecuzione Robbins ha tenuto il flashback del delitto «per ricordare agli spettatori perché Poncelet fosse nel braccio della morte» e ha girato due versioni della scena, una con la reazione convulsa alla prima dose e una sobria, usando la seconda. Le famiglie delle vittime sono presenti. Non è un dettaglio di regia, è una teoria dello sguardo: lo spettatore non può guardare solo il condannato né solo la vittima, e gli è negata la scorciatoia dello shock che sostituisce il pensiero. Roger Ebert scrisse che gli ultimi trenta minuti sono «di una forza travolgente», che il film affronta la questione «con equità, da tutti i lati» e commuove «senza manipolazioni scorrette» (traduzioni mie, qui e sotto).
Qui sta la differenza che il Pentagono non vuole vedere: testimone e spettatore. Il testimone paga il guardare, con l’attenzione, col disagio, con l’obbligo di poter dire poi che cosa ha visto e che cosa ne pensa; Prejean cammina accanto a Poncelet fino alla stanza e non distoglie lo sguardo. Lo spettatore consuma. Il film mostra l’esecuzione perché nessuno possa dire di non sapere; la diretta del 3 dicembre la mostrerà perché tutti sappiano che cosa rischiano. L’immagine è la stessa, lo scopo opposto. E al cinema chi inquadra la morte non è chi la procura, quindi esiste un controcampo, uno sguardo che può perfino sbagliare; nello streaming il regista dell’esecuzione è il boia. Non sappiamo nemmeno se comparirà ciò che Robbins non volle togliere: il delitto, i volti dei parenti.
Che cosa ha prodotto? Uno studio di Koslovsky-Golan citato da Wikipedia riconosce che il dibattito crebbe per un periodo, ma senza «alcun reale cambiamento politico o giuridico»; Gallup ha misurato nel 2025 il sostegno alla pena di morte al 52%, il livello più basso dal 1972, mentre Amnesty conta 47 esecuzioni in un anno. Il cinema ha lavorato sull’opinione, non sull’apparato, e l’apparato ha pensato di colmare la distanza con il formato che gli mancava: l’audience.
Il miglio verde, Orizzonti di gloria e il cinema che sbaglia misura
Il caso più istruttivo è il film che il pubblico ha amato di più. Il miglio verde, di Frank Darabont (1999), incassa 286,8 milioni di dollari su 60 di budget, più del triplo di Dead Man Walking e contiene l’esecuzione di Delacroix, in cui la guardia Percy Wetmore omette di bagnare la spugna e lo condanna a una morte agonizzante. Ebert la giudicò «particolarmente cruenta e vista con qualche dettaglio», notò che Percy è «meschino, incurante e stupido» mentre il resto del personale è umano, e precisò che il film non è un argomento sulla pena capitale. Ed è proprio qui che, a mio avviso, il film di maggior successo fa il lavoro opposto a quello di Robbins. Mette la crudeltà su un cattivo, la «mela marcia» che permette al sistema di restare presentabile: basterebbero guardie migliori e spugne bagnate. E schiera dalla parte dell’innocenza il condannato più celebre, John Coffey, accusato dello stupro e dell’omicidio di due bambine che non ha ucciso, così l’argomento diventa l’errore giudiziario, che nessuno difende, e non l’uccisione, che molti difendono ancora. Dead Man Walking dice no per un colpevole, Il miglio verde dice no per un innocente: la prima posizione costa parecchio, la seconda è comoda. Né serve un Percy: il 30 settembre il Tennessee ha tentato di giustiziare Christa Pike, sopravvissuta a due dosi di pentobarbital.
Gli eserciti, del resto, conoscono la differenza fra mostrare e filmare. Orizzonti di gloria, di Kubrick (1957), racconta di tre soldati scelti uno per compagnia e fucilati dopo un attacco fallito: l’esecuzione esemplare, quella che Hegseth vuole restituire. Il film restò fuori dalla Francia per le pressioni di esercito e governo e fu proibito in tutte le strutture militari americane: gli stessi apparati che oggi farebbero della fucilazione un contenuto. Il precedente reale è Slovik: il plotone aveva dodici uomini con undici fucili carichi e uno a salve, espediente che serve, si dice, a lasciare a ciascuno il dubbio di non aver sparato davvero. Il rituale nacque per diluire la responsabilità di chi preme il grilletto; lo streaming la estende a chi guarda, ma senza il fucile a salve. Persino The Execution of Private Slovik, film NBC del 1974, si guadagnò dal critico John J. O’Connor il rimprovero di aver tirato per le lunghe le due sequenze di esecuzione fino a renderle controproducenti: la lunghezza della morte è già un effetto, e l’effetto è già un godimento.
Un ultimo esempio inverte l’inquadratura. In Clemency di Chinonye Chukwu (Sundance 2019, ispirato all’esecuzione di Troy Davis) la protagonista, interpretata da Alfre Woodard, è la direttrice di un penitenziario che supervisiona le esecuzioni e ne paga il prezzo in insonnia, incubi e alcol. È la domanda che lo streaming rimuove: chi sono i soldati del plotone? I comunicati dicono soltanto «soldati». L’inquadratura mostrerà i fucili, non le loro notti.
La pena e il suo scopo: perché dico no, e perché non basta
Dico no per tre ragioni. È irreversibile, e la giustizia sbaglia. Non serve: il National Research Council americano concluse nel 2012 che gli studi sulla deterrenza non provano né l’effetto della pena capitale sugli omicidi né la sua assenza e non dovrebbero orientare le politiche, quindi le «serie conseguenze» di Hegseth sono una frase, non un’evidenza. E lo Stato che uccide ammette di non avere altro da offrire. La nostra Costituzione tiene le due cose nello stesso articolo, il 27: le pene devono «tendere alla rieducazione del condannato» e «non è ammessa la pena di morte» (Brocardi). Non è un caso: una pena che deve riportare qualcuno indietro non può essere la stessa che lo cancella.
La domanda scomoda riguarda noi, che l’abbiamo abolita e ci sentiamo a posto. Il rapporto Antigone segnala un sovraffollamento medio oltre il 139% e 82 suicidi nel 2025. Rieducare non è un premio per i buoni: è il metro con cui la pena si giudica, e con quel metro una Repubblica che accatasta le persone così non ha titolo per sentirsi al riparo dalla stessa domanda: che cosa vogliamo dalla pena, farla vedere o farla servire? Altre volte ho parlato della soluzione securitarie di scuola come ultimo argine contro l’emarginazione ho scritto parlando di Steve. Il 3 dicembre qualcuno ci dirà che guardare è un dovere civile. Il cinema, quello buono, risponde altrimenti: si può guardare, anzi bisogna sapere, ma da testimoni, con la memoria del delitto, i volti dei parenti, il peso di chi esegue. Se la morte di un uomo diventa un contenuto, che cosa stiamo imparando, noi, dalle «serie conseguenze»?
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.