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Contro l’oligarchia è necessaria una resistenza straordinaria: la lezione di Bernie Sanders

bernie sanders
Categoria attualità
Pubblicato il 28 Giugno 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 10 minuti

Il 4 marzo 2025, il presidente Donald Trump ha tenuto il suo primo discorso sullo stato dell’Unione davanti alle Camere riunite del Congresso a Capitol Hill, inaugurando quella che ha definito “una nuova epoca d’oro per l’America”. È stato uno dei discorsi più lunghi e controversi della storia statunitense. Bernie Sanders era presente, ha ascoltato tutto, ma nono è rimasto in silenzio!

Infatti il senatore del Vermont, al suo quarto mandato, uno dei più longevi nel panorama della politica statunitense, ha immediatamente trasmesso in streaming una controreplica smontando sistematicamente le affermazioni di Trump ed etichettandole come bugie e replicando a tutte le affermazioni del Presidente: dai fatti del 6 gennaio (per Trump «un giorno d’amore», in realtà un attacco diretto alla democrazia statunitense), all’immigrazione, al voto, al cambiamento climatico, sull’Ucraina, sulle pensioni. Sanders ha denunciato il vuoto e le menzogne che in 90 minuti di discorso Trump aveva riportato al suo pubblico, senza dire una parola sulla crisi abitativa, sulla disuguaglianza di reddito, né sull’aspettativa di vita inferiore di 7 anni del 50% più povero rispetto all’1% più ricco. Ossigeno

Sanders ha confermato qualcosa che sapeva già:

«viviamo in una società oligarchica in cui i miliardari non solo dominano la politica e le informazioni che consumiamo, ma anche il nostro governo e le nostre vite economiche».

Del resto Sanders era impegnato già da qualche tempo nel tour Fighting Oligarchy, una serie di comizi politici, partito il 21 febbraio 2025 da Omaha, Nebraska, con l’obiettivo dichiarato di opporsi all’oligarchia e all’influenza dei miliardari e delle grandi corporation sulla politica americana. Il tour è partito dal Nebraska, uno degli stati più conservatori del paese, e ha toccato Utah e Idaho, due degli stati più rossi (repubblicani!) degli Stati Uniti, prima di tornare in California.

«Quando si tratta di opporsi al trumpismo non esistono stati rossi. Ventimila persone sono venute qui stasera per dire no all’oligarchia, no all’autoritarismo e no ai tagli fiscali massicci per i miliardari».

Sanders – Salt Lake City.

Il tour ha favorito l’organizzazione dal basso, incluso il reclutamento di volontari e il sostegno a candidati progressisti: non un raduno di fedeli, insomma, ma l’intercettazione di qualcosa di nuovo. Il programma politico proposto durante il tour include Medicare for All, una tassa sulla ricchezza (contraria al Big Beautiful Bill firmata da Trump il 4 luglio 2025), riforme al finanziamento delle campagne elettorali, con l’obiettivo esplicito di trasformare il Partito Democratico per riportarlo alle sue radici progressiste.

I contenuti del Big Beautiful Bill sono esattamente quello che Sanders aveva predetto: estensione permanente dei tagli fiscali della Tax Cuts and Jobs Act del 2017, cancellazione dei crediti per veicoli elettrici e energie rinnovabili, riduzione di Medicaid e delle spese sanitarie, aumento delle spese militari e per la sicurezza alle frontiere. Sanders l’ha definita senza mezze misure la legislazione più distruttiva della storia americana moderna perché scambia la rete di protezione sociale con tagli fiscali per i miliardari, in piena sintonia con le aspettative dei grandi ricchi USA che non si aspettavano tagli ai programmi da cui dipendono.
Sul piano sanitario, il Congressional Budget Office ha proiettato che 10 milioni di persone si troveranno prive di copertura sanitaria entro il 2034 come risultato della legge, a cui si aggiungono circa 4 milioni che perderanno i crediti fiscali in scadenza nel 2026 che sussidiavano la loro copertura. I requisiti lavorativi per il Medicaid entreranno in vigore nel 2027, ma secondo KFF Health News la maggior parte dei beneficiari del Medicaid colpiti da queste disposizioni perderà l’assicurazione non perché non lavorino, ma per errori burocratici nella documentazione delle ore lavorate.
La risposta di Sanders è stata immediata e concreta. Insieme al deputato Ro Khanna ha presentato il Make Billionaires Pay Their Fair Share Act, una tassa annuale del 5% sulla ricchezza dei miliardari (938 persone che detengono complessivamente 8.200 miliardi di dollari) per raccogliere 4.400 miliardi nell’arco di un decennio. I fondi servirebbero a rovesciare i 1.100 miliardi di tagli a Medicaid e all’Affordable Care Act, espandere Medicare a dentistica, vista e udito per gli anziani, garantire che nessuna famiglia spenda più del 7% del reddito per l’assistenza all’infanzia, e fissare uno stipendio minimo di 60.000 dollari per ogni insegnante delle scuole pubbliche.

Al 17 novembre 2025, il tour aveva complessivamente radunato 261.100 partecipanti. Un numero che, sommato alle visualizzazioni online, ha reso il Fighting Oligarchy Tour il fenomeno di mobilitazione progressista più rilevante degli ultimi anni negli Stati Uniti — e il materiale grezzo da cui è nato il libro.

Lo scorso 12 maggio è uscito in libreria, per Chiarelettere, Contro l’oligarchia, versione italiana dell’ultimo libro di Bernie Sanders, che deriva direttamente dal tour nazionale che Sanders ha intrapreso con Alexandria Ocasio-Cortez . Il risultato è un pamphlet snello e potente, 144 pagine accessibili in cui Sanders spiega, in capitoli concisi e diretti, come il controllo oligarchico sull’economia e sul sistema politico abbia lasciato milioni di americani nell’impossibilità di permettersi i bisogni fondamentali, mentre i potenti si arricchiscono e si consolidano. L’accoglienza al Salone del Libro di Torino, dove Sanders si è presentato in persona il 16 maggio, ha confermato che il messaggio attraversa l’Atlantico senza perdere nulla: i posti per la presentazione — 1.600 nell’auditorium del Lingotto — sono andati esauriti in 8 minuti, una cosa mai vista al Salone.

Il libro parte da un’analisi spietata dello stato attuale degli Stati Uniti, delle enormi disuguaglianze di reddito e ricchezza che hanno raggiunto livelli senza precedenti nella storia del paese, dove un solo uomo — Elon Musk — possiede più ricchezza del 52% più povero delle famiglie americane. Il top 1% possiede più ricchezza del 93% restante.
Descrive come un sistema di finanziamento corrotto delle campagne elettorali consenta ai miliardari di entrambi i partiti di controllare in misura crescente il sistema politico, e denuncia come sotto Trump ci si stia rapidamente muovendo verso l’autoritarismo — con un presidente che mina la democrazia attaccando il Congresso, i tribunali, i media, gli studi legali e le università.

«Oggi, una manciata di gigantesche corporation domina settore dopo settore — agricoltura, trasporti, energia, servizi finanziari — imponendo prezzi scandalosamente alti. Quattro società di Wall Street — BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street — sono complessivamente i principali azionisti in oltre il 95% delle corporation americane»

Sanders inoltre denuncia come questo sistema stia allargandosi a tutti i paesi del mondo: dalla Russia, al Qatar, agli Emirati Arabi, all’India.
Parlando al Salone del Libro, ha aperto una parentesi italiana: i super-ricchi diventano ovunque sempre più ricchi e i dati sull’Italia confermano che la diagnosi americana non è poi così lontana dalla nostra realtà.
Secondo il rapporto di Banca d’Italia pubblicato in giugno, il 10% più ricco delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza netta totale, mentre la metà meno abbiente delle famiglie ne possiede solo il 7,2%. La divergenza nella distribuzione della ricchezza misurata dall’indice di Gini è passata dal 71,5 del 2024 al 72,2 del 2025.

Mentre i patrimoni si concentrano in alto, in basso i salari ristagnano. Tra il 2019 e il 2024 la perdita cumulata del potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali si è attestata a 7,1 punti percentuali. Per il 2025 è stimato solo un modesto recupero di appena +0,5 punti percentuali. Il profilo è esattamente quello descritto da Sanders per gli USA: i ricchi si arricchiscono, i lavoratori perdono terreno.
Sul fronte fiscale, il quadro è altrettanto eloquente. Dei 100 punti di entrate fiscali e contributive, 49 provengono dai salari e solo 17 dai profitti. Le misure “Tax the Rich”, come un’imposta sui grandi patrimoni, restano un tabù, mentre i più ricchi pagano, in proporzione al proprio reddito, meno imposte dirette, indirette e contributi di un’infermiera o un’insegnante.
Fonte: Oxfam Italia

Il collegamento tra disuguaglianza economica e degrado democratico è sistematico: i paesi ad alta disuguaglianza sono fino a sette volte più esposti al rischio di erosione democratica rispetto a quelli più egualitari. Uno studio su 136 stati ha mostrato che l’aumento della disparità nella distribuzione delle risorse va a braccetto con quello del potere politico e tende a sfociare in una riduzione delle libertà civili dei più poveri. Anche perché gli “oligarchi” oggi controllano tutto, dall’economia, alla politica, alla comunicazione: attraverso i giornali e gli organi di informazione raccontano una narrazione.

Un esempio? Le politiche contro l’immigrazione. Trump ha strutturato la sua proposta politica attorno a una contraddizione permanente: gli Stati Uniti sono il paese più ricco e potente della storia, e al tempo stesso un paese “occupato”, bersaglio di una permanente invasione di immigrati illegali, portatori di violenza, criminalità e malattie. La sua “guerra di liberazione” divide l’America in due: quelli che difendono i “veri” cittadini americani e quelli che difendono gli immigrati. In realtà si tratta soltanto di manipolare l’opinione pubblica: senza trattare i temi più scottanti (la crescente crisi dei salari, del lavoro, dello stato sociale, dell’occupazione, degli alloggi), si individua nei “più deboli” il nemico della felicità del popolo. E intanto finanzia guerre e la forza speciale contro l’immigrazione, l’ICE, militarizzando lo Stato.

E chi ha un pensiero divergente, anche fra i parlamentari democratici, non può parlare e denunciare perché metterebbe in moto la macchina dell’oligarchia: pronte le minacce di nuove elezioni con i ricchi minacciano a finanziare la campagna elettorale di un nuovo “burattino” pronti a riportare il pensiero comune nella confort zone dell’odio e della paura. Ma la lezione vera è un’altra ed è quella che Sanders ha capito meglio di chiunque altro nella sinistra americana: l’odio razziale è una risposta distorta a un malessere reale. La gente che vota per Trump non è composta in prevalenza da razzisti convinti, ma è composta da persone impoverite, deindustrializzate, abbandonate dalla sinistra tradizionale, a cui viene offerto un capro espiatorio credibile. Combattere il razzismo senza combattere la diseguaglianza economica che lo alimenta è come spegnere le fiamme senza togliere il combustibile. La sinistra che sa solo condannare moralmente l’odio razziale senza proporre una alternativa economica concreta lascia il campo aperto, al contrario quella che riesce a nominare insieme i due inganni (il nemico razzializzato costruito per la propaganda e i miliardari che applaudono in prima fila) è quella che può vincere.

-> Vedi nel blog la recensione a Lea Ypi, Confini di classi, Feltrinelli 2025

La risposta non è la rassegnazione: con ottimismo tenace ed energia concentrata, Sanders ricorda ai lettori che il vero potere risiede nel popolo e presenta una via verso una democrazia rinvigorita. Il succo del messaggio politico è quello che ripete da decenni, ma oggi suona con urgenza diversa: bisogna stare dalla parte della classe lavoratrice, esigere che i ricchi paghino la loro giusta quota di tasse, affermare che la sanità, l’istruzione, la democrazia sono diritti da esigere.

Contro l’oligarchia non è un testo di politologia accademica, ma l’esatto contrario: parte dall’analisi della situazione degli Stati Uniti, del fenomeno Trump [che è solo la punta di un iceberg di una deriva culturale più ampia].
È un appello all’azione, scritto con la chiarezza di chi sa che il tempo stringe e che di fronte ad una situazione straordinaria sono richiesti impegni e strategie straordinari. Bisogna uscire dalla rassegnazione del “there is no alternative” del capitalismo di Reagan e Tatcher, e riuscire ad unire il fronte popolare perché determini il cambiamento. Non a caso centinaia di migliaia di persone, in stati roccaforte dei repubblicani di Trump, come Idaho e Oklahoma, si sono alzate dalla sedia per andare ad ascoltarlo. Quella massa non si mobilita per simpatia verso un vecchio senatore socialista del Vermont: si mobilita perché riconosce nella diagnosi la propria vita.

La situazione In Italia è identica: stipendi erosi dall’inflazione, affitti inaccessibili, sanità ed istruzione pubblica a pezzi, figli che emigrano, fuga di cervelli.
La risposta che la sinistra deve darsi non è se condividere le analisi di Sanders, ma se ha il coraggio e la capacità organizzativa di trasformarle in una proposta politica capace di vincere. Perché, come ha detto Sanders al Lingotto davanti a milioni di italiani che lo guardavano online, essere spettatori non basta.


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