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Norberto Bobbio, le promesse non mantenute e lo Stabilicum verso il traguardo

Norberto Bobbio
Categoria domenicale
Pubblicato il 4 Ottobre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 7 minuti

Il 1° ottobre la Camera ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità sollevate contro lo Stabilicum: il voto finale è atteso per l’8 ottobre, e con esso l’addio definitivo ai collegi uninominali in favore di un proporzionale corretto da un premio di maggioranza.

È il momento giusto per introdurre, in questa serie dedicata alla fragilità democratica — già attraversata da Canfora, Tocqueville, Mill, Brennan, Thoreau, de Lagasnerie, Mészáros e Wolf — una voce che mancava: quella di Norberto Bobbio e del suo “Il futuro della democrazia” (Einaudi, 1984), il testo in cui il filosofo torinese elenca le sei “promesse non mantenute” della teoria democratica classica. Non per annunciare un tramonto, cosa che lo stesso Bobbio si rifiutava categoricamente di fare, ma per misurare con il suo stesso metro quanto la riforma elettorale in dirittura d’arrivo rafforzi davvero la rappresentanza, o ne concentri piuttosto l’esercizio nei vertici di partito.

Le sei promesse non mantenute, in breve

Bobbio distingue, fin dalla premessa del 1984, fra “crisi” e “trasformazione”: la democrazia, scrive, è per sua natura dinamica, e il proprio essere in trasformazione costante è il suo stato normale, non patologico. Dentro questa cornice individua sei scarti fra l’ideale democratico ereditato da Locke, Rousseau e Mill e la “democrazia reale”: la persistenza delle oligarchie, nonostante la promessa originaria di un’autonomia legislativa senza distinzione fra governanti e governati; la sopravvivenza del potere invisibile, contro l’ideale illuminista di un potere finalmente reso pubblico e controllabile; lo spazio di partecipazione rimasto limitato alla sola sfera politica, senza mai estendersi davvero a impresa e burocrazia; la soppressione mancata dei corpi intermedi, anzi il loro rafforzamento in una società sempre più centrifuga; la rivincita della rappresentanza degli interessi organizzati su quella dei cittadini come individui uguali; e infine il cittadino rimasto non educato, lontano dall’ideale di una partecipazione che lo elevasse culturalmente e civicamente.

Bobbio precisa, in un passaggio spesso trascurato, che non tutte queste promesse erano realisticamente mantenibili fin dall’inizio: alcune erano illusioni fondative del pensiero liberale ottocentesco, altre speranze mal riposte, altre ancora si sono scontrate con ostacoli storici imprevisti, come la crescente complessità tecnocratica delle società contemporanee, antitetica per definizione a un governo di tutti anziché dei pochi competenti.

La persistenza delle oligarchie: il premio di maggioranza

La prima promessa non mantenuta trova nello Stabilicum un’illustrazione quasi da manuale. Bobbio osserva che il difetto della democrazia rappresentativa — la sua configurazione, di fatto, come governo di élite anziché di tutti — viene “corretto” soltanto dalla presenza di una pluralità di oligarchie concorrenti, i partiti, mai eliminato alla radice. Il meccanismo del premio di maggioranza, assegnato a chi raggiunge il 42% contemporaneamente in entrambe le Camere, insieme ai capilista bloccati e alle preferenze attenuate che questo blog ha già analizzato nel dettaglio, produce esattamente questa dinamica: due coalizioni-oligarchie competono per un premio che, una volta vinto, concentra nella segreteria vincente un potere di governo sproporzionato rispetto al consenso elettorale raccolto nei singoli collegi.

Non è l’eliminazione dell’oligarchia che Rousseau avrebbe sognato, ma la sua gestione competitiva fra due blocchi organizzati, esattamente la soluzione “di seconda scelta” che Bobbio descriveva già quarant’anni fa come il massimo realisticamente ottenibile. La differenza, rispetto al sistema proporzionale puro che lo Stabilicum sostituisce, è che il premio di maggioranza rende quella competizione fra oligarchie ancora più decisiva: non più semplice ripartizione proporzionale dei seggi fra partiti, ma un’unica soglia che, superata anche di un solo punto percentuale, trasforma un vantaggio elettorale moderato in un vantaggio parlamentare schiacciante.

Il potere (quasi) invisibile: il listone

La seconda promessa chiama in causa un meccanismo che questo blog ha già raccontato attraverso la lente di Foucault: il premio di maggioranza viene distribuito sulla base di un listone unico nazionale, concordato dalle segreterie di coalizione prima ancora che si voti, poi “spacchettato” collegio per collegio in un’operazione che Il Post ha definito un espediente solo formale. È precisamente la sopravvivenza del potere invisibile di cui parlava Bobbio: una decisione sostanziale — chi siederà davvero in Parlamento grazie al premio — presa a porte chiuse, visibile ai cittadini soltanto nella sua messa in scena finale, il voto, che ne certifica l’esito senza averne realmente discusso il merito.

La rivincita degli interessi: la frantumaglia come caso di scuola

La quinta promessa, la rivincita della rappresentanza degli interessi organizzati sulla rappresentanza dei cittadini come individui, trova forse l’illustrazione più immediata nella vicenda raccontata pochi giorni fa a proposito della “frantumaglia” del centro: Carlo Calenda che scommette apertamente sulla propria utilità come ago della bilancia se nessuna coalizione raggiunge il 42%, contro Maria Elena Boschi che sceglie invece di confluire nel campo largo. In entrambi i casi, la logica che guida la scelta non è la rappresentanza diretta dei cittadini che quei partiti dovrebbero incarnare, ma il calcolo strategico di un’organizzazione di interesse, il proprio stesso partito, la propria stessa area politica, su quale posizione negoziale massimizzi il proprio peso specifico dentro il sistema. È Bobbio quasi alla lettera: la soglia del 42% non produce rappresentanza di cittadini, produce calcolo di oligarchie concorrenti su come posizionarsi reciprocamente.

Un cenno a Sparta e Atene

Merita un rimando breve, qui, al filone già aperto su questo blog a proposito di Sparta e Atene e dell’isonomia: l’idea greca secondo cui la democrazia autentica richiedesse non solo il diritto formale al voto, ma un’uguaglianza sostanziale di voce politica fra i cittadini. Bobbio, quattrocento anni dopo Rousseau e duemilacinquecento dopo Clistene, arriva a una diagnosi per molti versi analoga per via diversa: la forma procedurale della democrazia — elezioni, parlamenti, premi di maggioranza — può sopravvivere intatta anche quando l’isonomia sostanziale che dovrebbe animarla si è nel frattempo ritirata verso un numero sempre più ristretto di decisori.

Rappresentanza rafforzata, o potere concentrato

Applicando con rigore il metodo di Bobbio, la risposta più onesta resta sfumata, non catastrofista. Lo Stabilicum non introduce un regime autocratic e lo stesso Bobbio avrebbe probabilmente rifiutato di descriverlo in questi termini: il contenuto minimo della democrazia (elezioni libere, pluralismo dei partiti, alternanza possibile) resta formalmente intatto. Ma la riforma concentra, in modo misurabile e verificabile, l’esercizio concreto della rappresentanza nelle mani di chi guida le coalizioni vincenti, attraverso un premio che eccede ampiamente il consenso realmente raccolto, un listone deciso altrove rispetto al voto, e una logica di sistema che premia il calcolo di parte più della rappresentanza del singolo cittadino. Non è un tramonto della democrazia, ma è, con le parole che Bobbio stesso avrebbe usato, una trasformazione che allontana ulteriormente la pratica dall’ideale, l’ennesima promessa non mantenuta.

Bobbio chiudeva il proprio libro rifiutandosi di fare profezie, limitandosi ad analizzare lo scarto fra ideale e reale senza concludere che quello scarto renda la democrazia irrecuperabile. Lo stesso approccio, applicato allo Stabilicum atteso al voto finale l’8 ottobre, impone la stessa cautela: non si tratta di gridare al crollo delle istituzioni, ma di registrare, con la precisione che lo stesso Bobbio pretendeva, che una riforma elettorale può rispettare ogni formalità costituzionale — e il respingimento delle pregiudiziali di costituzionalità lo conferma sul piano procedurale — e insieme allontanare ulteriormente la pratica democratica dalla propria stessa promessa originaria: quella di un potere realmente, non solo formalmente, nelle mani di chi lo esercita attraverso il voto. È la distinzione più preziosa che Bobbio lascia in eredità a chi oggi osserva lo Stabilicum: la conformità costituzionale di una legge non coincide mai automaticamente con il proprio adempimento delle promesse più profonde della democrazia che quella stessa legge dovrebbe servire.


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