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La frantumaglia, Foucault e il cerchio che si chiude

la bilancia dello stabilicum
Categoria domenicale
Pubblicato il 27 Settembre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 6 minuti

La serie di questa domenica non ha bisogno di una rassegna di pensatori messi in fila: ha bisogno di un solo episodio, accaduto ieri, che dimostra da solo tutto quello che le puntate precedenti hanno provato a costruire per gradi. Carlo Calenda, intervistato dal Corriere della Sera, chiude la porta sia a Meloni sia al campo largo, dando “zero per cento” di possibilità a entrambi gli accordi, e scommette apertamente che nessuno dei due poli raggiungerà il 42% previsto dallo Stabilicum per ottenere il premio di maggioranza — unica eccezione, un governo di emergenza nazionale in caso di attacco russo.

Lo stesso giorno, Maria Elena Boschi prende la direzione opposta: raccoglie l’invito di Clemente Mastella a costruire una lista unica di centro, dice basta ai veti, si dichiara pronta a un progetto che mantenga un’identità propria ma confluisca nella coalizione di centrosinistra. Due dirigenti dello stesso spazio politico, la stessa mattina, davanti alla stessa soglia numerica scritta nella stessa legge, scelgono strategie opposte. È il punto in cui Foucault smette di essere una lente astratta e diventa lo strumento più preciso per leggere la cronaca di ieri.

La soglia che produce due strategie opposte

Il nucleo del corso di Foucault su Buffalo, già ricostruito, sostiene che la verità non si scopre, ma si fabbrica, a partire da procedure storiche che stabiliscono cosa conti come vero e per chi. Applicato allo Stabilicum, l’argomento era finora rimasto sul piano dei principi: il premio di maggioranza, le firme, il listone non misurano una rappresentanza che esisterebbe comunque, la costruiscono. Il caso Calenda-Boschi rende quell’argomento concreto e verificabile in tempo reale. La soglia del 42% non si limita a fotografare i rapporti di forza fra le coalizioni: produce, come effetto diretto e immediato, la strategia politica di chi le osserva dall’esterno.

Per Calenda, finché nessuno dei due poli supera quella soglia, l’esistenza stessa di una “frantumaglia” di forze autonomiste — né campo largo né centrodestra — diventa la merce più preziosa che possiede: i pochi seggi rimasti fuori dalle coalizioni si trasformano nella chiave per formare qualunque governo dopo il voto. È un’indispensabilità che la legge stessa costruisce, non che i sondaggi registrano: senza quella specifica soglia, scritta in quel modo, la scommessa di Calenda semplicemente non avrebbe alcun senso strategico.

Boschi, osservando la stessa soglia, ne ricava l’esatto contrario. Se il centro che lei rappresenta insieme a Mastella decidesse di confluire nel campo largo invece di restare fuori, sarebbe probabilmente proprio quel pezzo di elettorato a spingere la coalizione di centrosinistra oltre il 42%, facendo saltare il calcolo di Calenda alla radice.

La frantumaglia funziona come leva solo finché resta frammentata: nel momento in cui un pezzo decide di rientrare in gioco, il vantaggio di restare fuori si complica per tutti gli altri. Non è un dettaglio tattico secondario: è la dimostrazione, empirica e non più solo teorica, che la soglia del 42% non descrive un dato di natura politica, ma genera essa stessa gli incentivi che spingono un attore a scegliere l’isolamento e un altro a scegliere la fusione, nello stesso giorno, sulla base della stessa identica norma.

Lo stesso meccanismo, del resto, si salda con un dettaglio già emerso nei dubbi di costituzionalità sollevati sulle firme: chi possiede già un gruppo parlamentare, per quanto minuscolo, resta esentato dalla soglia delle 6.000 firme per collegio; chi ne è privo deve raccoglierne un numero superiore ai voti ottenuti nel 2022 da alcuni partiti oggi seduti in aula. È lo stesso principio che spiega la scommessa di Calenda: la legge non si limita a contare chi esiste già come forza organizzata, la protegge in quanto tale, rendendo più razionale restare un frammento riconosciuto che rischiare di sciogliersi in un blocco più largo e perdere, insieme all’autonomia, anche l’esenzione che quella stessa autonomia, paradossalmente, garantisce.

Il cerchio che si chiude

È qui che il cerchio aperto il 4 settembre trova la propria chiusura più precisa. Chiedersi a chi convenisse il ballottaggio, allora abbandonato, significava chiedersi quale meccanismo elettorale avrebbe premiato quale attore politico. Tre settimane dopo, lo stesso interrogativo si ripresenta in una forma più raffinata e più difficile da contestare pubblicamente: non un doppio turno esplicito, ma una soglia percentuale che nessuno, a prima vista, riconoscerebbe come uno strumento di ingegneria politica deliberata. Eppure produce esattamente lo stesso tipo di effetto che il ballottaggio avrebbe prodotto in modo più visibile: costringe gli attori politici a scegliere fra consolidarsi in blocchi larghi o scommettere sulla propria sopravvivenza come frammento residuale, e lo fa attraverso un numero — il 42% — che sembra un dettaglio tecnico e che invece, come mostra in diretta il caso Calenda-Boschi, sta già riscrivendo gli allineamenti politici prima ancora che si vada alle urne.

Le puntate precedenti

  • 4 settembre — “A chi conviene il ballottaggio?”: l’emendamento sul doppio turno viene accantonato al vertice degli sherpa di centrodestra. Prima domanda della serie: a chi serve davvero una regola elettorale, al di là di come viene presentata.
  • 21 settembre — Lo Stabilicum torna alla Camera: il rush finale trattato come formalità di un iter già scritto. Prima comparsa del dettaglio delle firme, alzate da 1.500 a 6.000, con l’ironia che il meccanismo rischia di penalizzare proprio il Fronte Nazionale di Vannacci.
  • 24-26 settembre — Foucault e lo Stabilicum: usando l’inedito “Storia della verità”, la tesi che la legge elettorale non misuri una rappresentanza preesistente, ma la costruisca attivamente — esattamente come il giudice medievale non applicava una verità data, ma la produceva attraverso la propria stessa procedura.
  • 26 settembre — “Frantumaglia: Calenda punta sul 42%, Boschi cambia rotta”: Calenda scommette sulla propria indispensabilità come ago della bilancia se nessuno raggiunge il 42%; Boschi, lo stesso giorno, apre a una lista unica di centro dentro il campo largo. La stessa soglia produce due strategie opposte.

Restano da capire, come nota lo stesso pezzo sulla frantumaglia, due cose molto concrete: se Renzi seguirà davvero Boschi su questa strada, e se Calenda, rimasto solo fuori dai giochi, continuerà a considerare la propria indispensabilità una strategia vincente o una scommessa persa in partenza. Ma la domanda più ampia, quella che questa serie domenicale ha inseguito da settembre, ha già una risposta parziale scritta nella cronaca di ieri: una legge elettorale non aspetta le urne per produrre i propri effetti, li produce nel momento stesso in cui viene scritta, spingendo chi la osserva a ricalcolare, in tempo reale, cosa convenga fare della propria stessa identità politica.


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