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Il referendum sulla Giustizia è appena archiviato con una vittoria del No, e già il dibattito nel centrosinistra si è spostato — con una velocità sospetta — su chi sarà il candidato premier alle politiche del 2027. Conte apre ufficialmente alle primarie, Schlein annuisce, e i commentatori si affrettano a stilare sondaggi e pronostici. Eppure, due voci autorevoli e distanti tra loro — quella della sindaca di Genova Silvia Salis e quella di Gad Lerner sul Manifesto — convergono su un punto…

politicamente scorretto 4 minuti di lettura

Il referendum sulla Giustizia è appena archiviato con una vittoria del No, e già il dibattito nel centrosinistra si è spostato — con una velocità sospetta — su chi sarà il candidato premier alle politiche del 2027. Conte apre ufficialmente alle primarie, Schlein annuisce, e i commentatori si affrettano a stilare sondaggi e pronostici. Eppure, due voci autorevoli e distanti tra loro — quella della sindaca di Genova Silvia Salis e quella di Gad Lerner sul Manifesto — convergono su un punto: stiamo parlando della cosa sbagliata, al momento sbagliato.

La sindaca di Genova ha definito le primarie del centrosinistra «sbagliate», criticando un metodo che «costringe a contrapporre due o più soggetti politici che in realtà fanno parte della stessa alleanza, creando un periodo in cui fai campagna elettorale contro chi poi dovrebbe sostenere il tuo governo». Una critica netta, non tattica. Per Salis, le primarie andrebbero abolite sia nella coalizione che all’interno dei partiti: preferisce che «i partiti o le coalizioni esprimessero i propri leader senza doverli fare scontrare l’uno contro l’altro», perché in una gara interna «una persona dovrebbe parlare male di quelli che il giorno dopo devono diventare i propri alleati».

Non è indisponibilità politica o timidezza. È una posizione di metodo, ribadita anche di recente su Open.online, che parte da un’esperienza concreta: Salis propone come alternativa una discussione interna ai partiti per individuare la figura più competitiva, sottolineando che «non è detto che chi perde poi sposti il consenso sull’altro» ovvero che le primarie non garantiscono affatto coesione, e spesso producono l’effetto contrario.

Ancora più netta è la riflessione di Gad Lerner sul Manifesto del 28 marzo, titolata con disarmante chiarezza: «Ora non mettetevi a cercare un capo anche a sinistra». Il monito è duplice: da un lato si rivolge a chi preme per le primarie come panacea, dall’altro smonta l’idea che la sinistra soffra di un deficit di leadership «forte». Lerner scrive che «la sinistra non deve sentirsi minorata perché non ha la sua Meloni: un’aspirante queen — o king — che la crisi mondiale ha già ridimensionato». È un punto cruciale: il personalismo è la trappola del centrodestra, non un modello da inseguire.

Anche l’analisi di Lerner su Conte è tagliente: pur riconoscendone «l’ottima reputazione costruita da premier negli anni duri del Covid», Lerner ricorda che nel 2018 «a presceglierlo furono Di Maio e Salvini, mica il popolo delle primarie» e dubita apertamente dei sondaggi che lo proiettano come favorito nelle urne interne.

Un altro pezzo del Manifesto — titolato eloquentemente «Il macigno delle primarie per un’alleanza ancora fragile» — mette a fuoco la questione strutturale: PD e Cinque Stelle non sono mai stati alleati alle politiche, e non hanno mai scelto candidati con i gazebo in nessuna regione. Prima di pensare al leader, servono accordi su politica estera, fisco, immigrazione — un programma comune senza cui la coalizione non appare pronta a uno stress test di questo tipo.
Il punto è che una leadership selezionata prima di un programma condiviso è una leadership senza contenuto. Un nome senza idee. E la storia recente della sinistra italiana è già costellata di prove in cui il carisma del candidato — da Prodi a Renzi a Letta — non ha sopperito alla mancanza di una visione collettiva coesa.

Cosa dovrebbe fare allora il centrosinistra? – Lavorare. Costruire quel «blocco sociale» a cui rivolgere una proposta di governo — il fatto che alcuni milioni di elettori si siano risvegliati dall’astensione indica una strada percorribile — e rispondere a una domanda che nessuno ha ancora affrontato davvero: come si ridà centralità alla politica a scapito del mercato, dopo anni di governi tecnici e di subalternità alle istituzioni finanziarie?

Dietro le posizioni di Salis non c’è solo il futuro di Genova, ma una possibile traiettoria per tutto il centrosinistra italiano: primarie o sintesi politica, competizione o coesione.
La risposta, per ora, sembra già scritta nei fatti: nessuna delle vittorie recenti del campo largo — da Sardegna alla Campania alla Puglia a Umbria — è nata da primarie, ma da accordi politici attorno a nomi e programmi condivisi.

Il volto verrà. Ma prima servono le idee.


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