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Fuga di cervelli o rientro in Italia: secondo ISTAT, CNEL e Migrantes partono quasi due italiani per ogni rientrato, tre tra i giovani. Il nodo sono i salari.

attualità 10 minuti di lettura

La fuga di cervelli supera il rientro con un margine che l’aritmetica elementare rende evidente: nel 2025, secondo il rapporto ISTAT sulle migrazioni, 109 mila italiani hanno trasferito la residenza all’estero e 56 mila sono tornati, quasi due partenze per ogni ritorno. Il saldo migliora rispetto al 2024, anno del picco con 141 mila uscite, ma Avvenire precisa che una parte del calo dipende da un effetto statistico delle nuove regole sull’iscrizione all’AIRE, e i dati del 2025 restano provvisori: nessuno dei due elementi autorizza a parlare di inversione di tendenza.

Il quesito ammette una risposta numerica e ne richiede una politica. La prima riguarda quante persone vanno e vengono, la seconda riguarda chi fissa le condizioni che rendono la partenza agevole e il ritorno improbabile: un’Europa che riconosce i titoli e paga i laureati più dell’Italia, e un’Italia che con le scelte di governi e imprese su salari, contratti e concorsi ha stabilito il prezzo del rientro. Il 21 ottobre Mattarella ha chiesto di non guardare ai giovani con indifferenza o meschina sottovalutazione, e le serie statistiche consentono di misurare quanti di quei giovani abbiano già scelto l’uscita.

Due partenze per ogni ritorno, quasi tre tra i giovani

Le serie disponibili convergono sullo stesso ordine di grandezza. La Fondazione Migrantes, nel Rapporto Italiani nel Mondo 2025, conta tra il 2006 e il 2024 1.644.271 espatri e 826.785 rimpatri, con un saldo negativo di 817.486 cittadini: due uscite per ogni rientro in diciannove anni. Tra i giovani dai 25 ai 34 anni l’ISTAT registra, nei dati riportati da Avvenire, dal 2019 al 2024 247 mila espatri e 86 mila rientri, con un saldo negativo di 161 mila, di cui 78 mila laureati: quasi tre partenze per ogni ritorno. Il rapporto del CNEL sui giovani expat riferisce per il 2024 77.897 cancellazioni anagrafiche di giovani dai 18 ai 34 anni contro 16.833 rientri (oltre quattro a uno, calcolo mio) e un indice dei flussi migratori che per l’Italia vale 14,5, cioè 14,5 giovani in partenza per ogni giovane in arrivo da un’economia avanzata, contro un valore attorno a uno negli altri grandi paesi europei, come riporta Sky TG24.

Ogni serie ha un difetto da dichiarare: le fonti usano archivi e definizioni diversi, per cui i totali non coincidono, e il 2025 è provvisorio e condizionato dalle regole AIRE. Nessuna serie restituisce però un saldo in equilibrio.

Chi parte davvero: i limiti della parola «cervelli»

La Fondazione Migrantes contesta la cornice: tra gli espatriati del 2024 il 31,8% è laureato, il 36,1% diplomato e il 31,1% ha la licenza media (nel Rapporto), e la fuga di cervelli è per Migrantes, riferisce l’AGI, una cornice narrativa che svaluta i talenti non accademici, in una mobilità giovanile diretta nel 73,7% dei casi verso altri paesi europei. Il rapporto del CNEL poggia invece su un campione composto per il 93% da laureati, contro il 41% degli espatri reali registrati dall’ISTAT: un questionario online aperto, con 1.803 risposte analizzate, che secondo Geopop non rappresenta l’insieme degli emigrati. Letti insieme, i due lavori delimitano ciò che si può sostenere: partono persone di ogni livello di istruzione, e tra i 25 e i 34 anni i laureati arrivano, secondo Migrantes, a circa la metà delle partenze dal 2022. La tesi regge senza l’etichetta «cervelli», perché il saldo negativo di 817 mila cittadini nel lungo periodo riguarda l’insieme dei partenti, laureati e non.

Perché la fuga di cervelli è facile: un mercato europeo che paga i laureati

Per un laureato italiano la partenza ha un basso costo di ingresso. Il titolo circola nello spazio europeo, dove vive l’87% degli emigrati interpellati dal CNEL, e il 58% è partito subito dopo gli studi senza avere mai lavorato in Italia (Sky TG24). Il mercato di destinazione paga di più: AlmaLaurea rileva per i laureati magistrali, a cinque anni dal titolo, uno stipendio netto mensile di 2.941 euro all’estero contro 1.840 in Italia, un divario di quasi il 60%, e L’Espresso aggiunge i 2.290 euro contro 1.452 a un anno dalla laurea e circa 7.800 laureati l’anno che cominciano a lavorare all’estero subito dopo il titolo. Per il CNEL i bassi salari pesano per quattro emigrati su cinque, la lentezza della burocrazia per il 49% e il clientelismo per il 48%. Sul blog ho già descritto come un salario povero venga presentato come modello contrattuale e come il miraggio dell’occupazione si accompagni al naufragio dei salari.

Resta un fatto di economia politica: il costo di formazione di chi parte, stimato dal CNEL in circa sedici miliardi l’anno (una stima per difetto), ricade su Stato e famiglie italiani, e il rendimento lo incassano altri paesi. Il Rapporto di Migrantes osserva inoltre che la circolazione dei talenti tipica dello spazio europeo esclude in larga parte l’Italia, dove i percorsi restano spesso a senso unico.

Perché tornare è difficile: il rientro dipende da ciò che l’Italia non ha prodotto

Il rientro richiede condizioni che il singolo laureato non può modificare. Secondo AlmaLaurea, riportata da L’Espresso, soltanto un laureato emigrato su sei immagina di tornare, e per la Fondazione Nord Est, nella sintesi di Lente Pubblica, solo il 16% degli espatriati valuta nel rapporto del 2024 il rientro, quasi sempre per ragioni familiari. Interrogati dal CNEL sulle condizioni del ritorno, gli emigrati indicano retribuzioni molto più alte (83%), opportunità di lavoro adeguate al profilo (88%) e incentivi al rientro (75%), e come priorità assoluta mettono le retribuzioni (53%) davanti alle opportunità di lavoro (19%) e alla meritocrazia (6%). Il titolo con cui Avvenire ha sintetizzato il rapporto afferma che per far rientrare i cervelli basterebbe pagarli il giusto, formula che indica chi debba muoversi: i datori di lavoro e il legislatore.

Lo Stato un movimento lo ha compiuto: il regime fiscale per gli impatriati ha contato nel 2023 oltre 41 mila beneficiari, contro 32.600 nel 2022 e 21.200 nel 2021. L’analisi di Dachille su dati INPS descrive i beneficiari come laureati per circa due terzi, italiani per il 70%, sovrarappresentati in scienza e tecnologia, comunicazione e finanza, con una retribuzione mediana lorda di 57.612 euro contro i 30.783 dei dipendenti e con il settore pubblico al 7% contro il 21% della media. Il numero dei beneficiari non coincide perciò con quello dei cervelli rientrati, e sull’efficacia la letteratura è prudente: lo studio di Bassetto e Ippedico (2024), riportato da Dachille, rileva per il Controesodo tassi di rientro più alti dei laureati under 40 rispetto a un gruppo di controllo e per i regimi successivi un effetto non chiaro, mentre l’Osservatorio CPI dell’Università Cattolica segnalava già nel 2022 che per i ricercatori pesano anche precarietà e scarsa trasparenza dell’università.

Lo Stato attrae chi rientra e lascia partire chi resta: il caso della ricerca

Il 9 marzo 2026 il MUR ha comunicato il finanziamento di fino a 2.000 assunzioni di ricercatori, di cui 1.051 riservate a ricercatori PNRR, con 18,5 milioni nel 2026 e 60,7 milioni l’anno dal 2027, e la ministra Bernini assicura che le professionalità entrate con il PNRR non andranno disperse. Le stime della FLC CGIL riportate da Il Post a dicembre contavano però 9.000 contratti di tipo A e 23.500 assegni di ricerca scaduti o in scadenza, circa 32.500 posizioni: i posti finanziati ne coprono un sedicesimo (calcolo mio, su stime non omogenee), e solo il 13% dei ricercatori interpellati in un sondaggio citato dal quotidiano potrà partecipare a concorsi nella propria università. Il paese costruisce così un regime fiscale che premia soprattutto i rientri verso impieghi ben pagati e lascia cercare lavoro altrove i ricercatori assunti con il denaro europeo del PNRR, cioè il tipo di risorsa che il rapporto del CNEL chiede di pagare il giusto. Sul blog ho già raccontato il sapere celebrato a parole e svuotato nei fatti e seguito dove va a finire il denaro dell’università italiana.

Il ricambio: chi parte viene sostituito da chi arriva

Il saldo dei laureati resta in positivo grazie all’immigrazione: tra il 2019 e il 2024 i giovani italiani hanno perso 161 mila unità, di cui 78 mila laureati, e i giovani stranieri ne hanno guadagnate 454 mila, di cui 88 mila laureati, per un saldo di laureati positivo di circa 10 mila soltanto per effetto degli arrivi, come riferisce Avvenire sul rapporto ISTAT. Secondo il rapporto Caritas e Migrantes, che al primo gennaio 2026 conta 5.559.527 stranieri residenti, cresciuti di circa 188 mila unità mentre gli italiani ne perdevano circa 189 mila, il 64% dei migranti laureati svolge un lavoro che non richiede la laurea. Il dato, accostato ai salari dei laureati italiani, descrive a mio avviso un’economia con una domanda di lavoro qualificato inferiore all’offerta, italiana e straniera: mancano i posti in cui pagare i cervelli.

La geografia aggiunge una prima uscita che le statistiche sull’estero non vedono: tra il 2019 e il 2025 il Mezzogiorno ha perso 150 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, 122 mila verso il Centro-Nord e 28 mila verso l’estero (In Terris, su dati ISTAT), e oltre quattro su cinque (calcolo mio) lasciano il Sud senza lasciare il paese.

Exit e voice: chi può partire parte, chi non può scende in piazza

Albert Hirschman, in Exit, Voice, and Loyalty (1970), distingueva le due risposte con cui i membri di un’organizzazione in declino reagiscono al peggioramento, l’uscita e la protesta, e sosteneva che la disponibilità di un’uscita agevole indebolisce la voce di chi resta. Il paese lascia ai laureati un’uscita agevole e ne ricava una selezione: partono i giovani con il titolo, la lingua e le reti per farlo, mentre chi non dispone dell’uscita resta e protesta.

(Il 17 e il 18 ottobre a Milano è scesa in piazza una rivolta di minorenni, il Movimento 17 ottobre ha diffuso un comunicato in cui dichiara di voler capire chi abbia tolto tutto, e il governo ha risposto con un decreto che, secondo le cronache, istituisce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione, sul quale ho scritto di Stato penale a basso costo. Ho cercato altrove di spiegare perché questo non sia un paese per giovani e i giovani si ribellino: esodo dei laureati e rivolta dei minorenni sono due forme della stessa assenza di risposte.)

Che cosa renderebbe il ritorno facile quanto la partenza

Il confronto internazionale offre un’indicazione di metodo più che un modello. Il Plan de retorno a España, presentato nel 2019, prevedeva cinquanta misure in dieci ministeri e uno sportello unico, e il programma pilota su 200 partecipanti ha prodotto 58 rientri (circa il 29%), senza valore di valutazione conclusiva perché partito poche settimane prima della pandemia, come ricorda Geopop. Il pacchetto che il CNEL ricava dalle risposte (retribuzioni, lavoro adeguato al profilo, merito, alloggi, servizi) coincide con l’agenda portata ai tavoli dal sindacato: rinnovi che recuperino il potere d’acquisto, assunzioni stabili nella ricerca, concorsi con regole leggibili, politiche abitative per chi ha meno di quarant’anni. Da sindacalista, si ha la consapevolezza che una politica del genere costa in spesa visibile, mentre un regime fiscale per gli impatriati costa in minori entrate, come ricorda Dachille, e non compare come voce di spesa.

Resta da capire se il governo intenda misurare il successo delle politiche di rientro sul numero dei beneficiari dei regimi fiscali, che è cresciuto fino al 2023, oppure sul rapporto tra uscite e ritorni, che oggi segna quasi due a uno per l’insieme degli italiani e quasi tre a uno per i giovani.


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