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Ferma opposizione dei sindacati italiani contro le recenti proposte governative riguardanti la deregolamentazione dei contratti collettivi.

sindacato 6 minuti di lettura

Nel compassato teatro delle relazioni industriali italiane, eravamo abituati a un copione immutabile: la CGIL sulle barricate e la CISL nel ruolo di ammortizzatore storico, sempre pronta a oliare gli ingranaggi del dialogo con il governo di turno. Ma questa primavera ci regala un colpo di scena degno di un thriller politico.

È bastata una sortita del sottosegretario Claudio Durigon per far saltare i bulloni a Daniela Fumarola. La reggente della CISL, solitamente incline alla pazienza benedettina, ha alzato le barricate con una nettezza che non lascia spazio a interpretazioni. Lo “stupore e la preoccupazione” espressi dalla segretaria non sono solo formule di rito; sono il segnale che il ponte più solido tra Palazzo Chigi e il mondo del lavoro è crollato. Quando anche il sindacato più “dialogante” decide di firmare il certificato di morte di una proposta governativa, significa che qualcuno ha davvero esagerato con il dosaggio del veleno.

L’architetto di questo sfacelo è Claudio Durigon, che tra il temerario e l’incauto ha deciso di riesumare l’articolo 39 della Costituzione per farne un uso improprio, quasi una sorta di eresia teologica nel dogma sindacale. Il sottosegretario leghista punta a rompere quello che definisce il “monopolio” dei sindacati maggiormente rappresentativi, lanciando un’apertura clamorosa agli “accordi pirata” attraverso il concetto di “equivalenza” contrattuale.

L’obiettivo? Sostituire il primato dei contratti firmati dalle sigle storiche con una giungla di intese dove conta solo il costo, e non la qualità, del lavoro. Un “abbaglio pericoloso”, lo ha bollato la Fumarola, ricordando che il pluralismo costituzionale non può essere il grimaldello per scatenare una competizione al ribasso sulla pelle dei lavoratori. La mossa di Durigon è particolarmente autolesionista: la CISL, a differenza dei cugini di CGIL e UIL, aveva finora mantenuto un approccio aperto verso le sigle minori come Ugl, Cisal e Confsal, accettando persino i “tavoli allargati”. Tradire questa apertura proponendo di equiparare la buona contrattazione a quella “pirata” è stato il capolavoro politico che ha spinto la Fumarola a ribadire il concetto morale supremo: il lavoro non è una merce.

-> Lavoro povero, il governo pronto a un nuovo favore ai sindacati amici: via libera ai contratti al ribasso, su Il Fatto Quotidiano dell’8 aprile 2026
Claudio Durigon “ha parlato di una norma per “la libertà sindacale”, che rompa l’attuale situazione in cui a farla da padrone sono i contratti firmati dalla Confindustria con le tre sigle principali. Già la legge delega approvata a settembre 2025 dal Parlamento pone le basi per un provvedimento che sorrida ai sindacati “minori”. Il testo, infatti, nega la volontà di introdurre un salario minimo per legge, e individua i contratti “maggiormente applicati” come riferimento per le retribuzioni. Quindi non si utilizza il criterio della rappresentanza, che premierebbe invece i contratti firmati dai sindacati con più iscritti e più delegati nelle aziende. Al contrario, assume il requisito della maggiore applicazione, che in alcuni settori può favorire anche i contrattini delle sigle minori, magari perché le aziende li trovano più convenienti. Un esempio è il contratto Cisal dei call center firmato a fine 2024: in pochi mesi diverse aziende lo hanno applicato, trovandolo più comodo di quello Tlc di Cgil, Cisl e Uil, tanto che i sindacati confederali hanno promosso e vinto cause in Tribunale.“

Dall’altra parte della barricata, Maurizio Landini osserva il governo che si infila da solo in un vicolo cieco e non perde l’occasione per affondare il colpo. Dai microfoni di La7, Landini ha liquidato le uscite di Durigon come un mix di truffe e propaganda pre-elettorale in vista del Primo Maggio. Le sue critiche sono così riassumibili:

  • Il prelievo forzoso: L’accusa al governo di “tassare tutto l’anno i lavoratori dipendenti”, rendendo risibili i bonus una tantum.
  • La messinscena del Primo Maggio: L’ironia sulla tempistica degli annunci, buoni solo per le telecamere e i titoli di giornale.
  • L’invito alla Premier: Un perentorio “Si fermi, ha già fatto tanti disastri”, rivolto direttamente a Giorgia Meloni.

Per capire perché la rivolta sia così trasversale, non occorre una laurea in giurisprudenza, basta saper leggere i dati del CNEL. La difesa del “perimetro contrattuale” non è un capriccio burocratico, ma una questione di sopravvivenza economica. Il confronto tra i contratti collettivi nazionali (CCNL) firmati da CGIL, CISL e UIL e quelli siglati dalle sigle minori è impietoso: nei settori dei servizi, i contratti dei sindacati rappresentativi garantiscono ai lavoratori oltre 6.000 euro all’anno in più rispetto a quelli delle associazioni minori.

Ecco svelata l’insidia dell’“equivalenza” proposta da Durigon: equiparare legalmente questi contratti significherebbe autorizzare un dumping salariale di massa.
La giustizia sociale e le esigenze di crescita richiedono l’esatto contrario: alzare i salari medi attraverso la contrattazione vera, non diluirli in un calderone di accordi al ribasso. Quello che doveva essere il decreto della pacificazione, la “carezza” di Giorgia Meloni ai lavoratori per il Primo Maggio, si è trasformato in una sconfitta referendaria anticipata. La mossa di Durigon è stata fulminata ancor prima di approdare alle Camere, dove la Premier dovrà parlare domani in un clima di gelo totale con le parti sociali.

Resta l’ironia amara di un governo che, nel tentativo di dividere i sindacati e indebolire il loro “monopolio”, è riuscito nel miracolo impossibile: far parlare con una sola voce la CISL e Landini. Se l’obiettivo era quello di semplificare le relazioni industriali, Durigon ha fallito clamorosamente; se l’obiettivo era quello di farsi terra bruciata intorno, ha centrato il bersaglio in pieno. Per quest’anno, il Primo Maggio non sarà una festa di annunci, ma il festival della resistenza contro la pirateria contrattuale.

-> L’articolo di riferimento è di Valentina Conte, comparso su La Repubblica del 8/4/2026: “Giù le mani dai buoni contratti”. Anche la Cisl contro il governo.
Claudio Durigon è un politico e sindacalista italiano (UGL), sottosegretario di Stato al Ministero del lavoro e delle politiche sociali dal 13 giugno 2018 al 5 settembre 2019 nel governo Conte I e dal 2 novembre 2022 nell’attuale governo Meloni (quota Lega). È stato inoltre sottosegretario di Stato al Ministero dell’economia e delle finanze dal 1º marzo al 2 settembre 2021 nel governo Draghi. Ad aprile 2021 è finito al centro dell’inchiesta giornalistica di Fanpage.it Follow the money, nella quale si è ricostruita la collaborazione tra il suo sindacato UGL e la Lega di Salvini, prima delle politiche 2018, suggellata da Durigon stesso. L’UGL fornisce alla Lega supporto durante gli eventi pubblici, la sua sede al primo piano in via delle Botteghe Oscure per il team social di Matteo Salvini (la “Bestia”) e uomini nelle aree in cui la Lega cercava di radicarsi, come Rossano Sasso e Francesco Zicchieri. Inoltre, ripreso con una telecamera nascosta, confida il motivo per cui non è preoccupato dalle indagini dei 49 milioni dei rimborsi elettorali confiscati alla Lega dalla procura di Genova: «quello che fa le indagini, il generale della Guardia di finanza, sulla Lega lo abbiamo messo noi.».
Ad agosto 2021 suscita molto scalpore e polemiche tra le forze politiche, in considerazione del suo incarico di sottosegretario ricoperto nel Governo Draghi, la proposta di rimuovere l’intitolazione a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino di un parco pubblico a Latina, per ripristinare la vecchia denominazione ad Arnaldo Mussolini, fratello minore di Benito Mussolini. Il 26 agosto 2021, dopo un incontro con il segretario federale della Lega Matteo Salvini, ha rassegnato le dimissioni da sottosegretario.
(fonte Wikipedia)


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