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Da Il Padrino a Serpico, da Scarface a Carlito's Way fino al diavolo con Keanu Reeves: trent'anni di Al Pacino fra crimine e legge, un omaggio.

cinema 7 minuti di lettura

Per trent’anni, dal 1972 al 2002, Al Pacino ha costruito la propria carriera alternando con una regolarità quasi geometrica il volto del crimine e quello della legge, passando dal mafioso italoamericano al poliziotto incorruttibile, dal narcotrafficante cubano al detective di Los Angeles, fino a vestire, in un’unica occasione memorabile al fianco di Keanu Reeves, i panni del diavolo in persona.

In questo articolo ricostruisco la cronologia dei film visti e rivisti di questo straordinario e multiforme attore, capace di essere protagonista, e allo stesso tempo pioniere, di un genere, oggi diremmo crime, a cui ha sempre dato intensità, forza, carattere, coerenza e anche dignità. Al Pacino ha saputo destreggiarsi in personaggi veri, caratterizzati da un forte lato umano: degli outsiders di cui si esaltano e mettono in rilievo forza e fragilità, ossessioni e coerenza.

Il Padrino (1972) e Serpico (1973): il crimine italiano e la legge incorruttibile

Nel giro di appena un anno, Al Pacino interpreta i due estremi che definiranno l’intera sua carriera. Michael Corleone, ne “Il Padrino” di Coppola, è il figlio del boss che giura di restare fuori dagli affari di famiglia e finisce per diventarne il capo più spietato: un’ascesa criminale raccontata con la freddezza calcolata di chi sceglie il potere pezzo per pezzo, senza mai un gesto plateale. L’anno successivo, in “Serpico”, Pacino interpreta l’esatto opposto: un poliziotto di New York realmente esistito, Frank Serpico, che denuncia la corruzione diffusa nel proprio corpo di polizia pagando quella scelta con l’isolamento e, quasi, con la vita. Sono i due poli — il crimine organizzato e la legge che si ribella alla propria stessa corruzione — attorno a cui ruoterà, per i successivi trent’anni, l’intera filmografia dell’attore.

Gli anni Settanta: continuità e variazioni

“Il Padrino Parte II” (1974) approfondisce ulteriormente la parabola di Michael Corleone, mostrando quanto il potere criminale costi in termini di solitudine e distruzione degli affetti: gli vale una candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista, la seconda consecutiva dopo quella per “Il Padrino” come non protagonista, in un film che vede Robert De Niro interpretare il giovane Vito Corleone, in un ideale passaggio di testimone fra i due attori che avrebbero definito il gangster movie americano per i decenni successivi. “Quel pomeriggio di un giorno da cani” (1975) sposta il registro verso una zona più ambigua: Sonny Wortzik, il rapinatore di banca interpretato da Al Pacino, non è né un criminale calcolatore né un poliziotto, ma un uomo disperato la cui rapina nasce da un bisogno di denaro per pagare l’operazione di cambio di sesso della compagna, un crimine raccontato con empatia, mai con condanna moralistica. Nel 1979 arriva “…E giustizia per tutti”, che riporta Pacino dalla parte della legge, ma in una versione ben più disillusa di quella di Serpico: l’avvocato difensore Arthur Kirkland si scontra con un sistema giudiziario marcio quanto la criminalità che dovrebbe combattere.

Scarface (1983): il cubano

Con “Scarface” di Brian De Palma, Al Pacino cambia completamente pelle, non solo il proprio personaggio ma la propria stessa identità etnica sullo schermo: da mafioso italoamericano a narcotrafficante cubano, Tony Montana, arrivato a Miami come rifugiato durante l’esodo di Mariel del 1980 e trasformatosi, nel giro di pochi anni, nel signore incontrastato del traffico di cocaina cittadino. È probabilmente il ruolo più imitato e citato della sua intera carriera, quello che ha fissato nell’immaginario collettivo l’accento marcato, la voce che sale fino all’urlo, la parabola shakespeariana di un’ascesa criminale destinata all’autodistruzione — Montana muore da solo, circondato dai propri stessi eccessi, con la scritta “The World Is Yours” che lo ha ossessionato per tutto il film trasformata in beffa finale.

Sea of Love (1989) e Il Padrino Parte III (1990): il pendolo torna dalla parte della legge

Dopo alcuni anni di minore visibilità, Pacino torna sullo schermo con “Sea of Love”, nei panni del detective newyorkese Frank Keller, un poliziotto segnato dall’alcolismo che indaga su una serie di omicidi legati agli annunci personali sui giornali, un ruolo che anticipa, con più cinismo e più fragilità personale, la stagione dei detective disillusi che avrebbe attraversato tutti gli anni Novanta. L’anno successivo Pacino torna a Michael Corleone per l’ultima volta ne “Il Padrino Parte III”, chiudendo il cerchio di una trilogia che aveva aperto la propria carriera cinematografica quasi vent’anni prima.

Carlito’s Way (1993): il portoricano

Con “Carlito’s Way”, ancora diretto da Brian De Palma, Pacino cambia identità etnica per la seconda volta, interpretando Carlito Brigante, criminale portoricano di Harlem Est appena uscito di prigione e determinato a lasciarsi alle spalle il proprio passato criminale per ritirarsi alle Bahamas. È forse il ruolo più malinconico della sua intera galleria di criminali: Carlito non desidera più il potere, come Michael Corleone, né l’eccesso, come Tony Montana, ma soltanto una via d’uscita che il proprio passato, e gli uomini che lo popolano, continuano a negargli fino all’ultima, fatale sequenza alla stazione ferroviaria.

Heat (1995) e Donnie Brasco (1997): legge e crimine allo specchio

Con “Heat” di Michael Mann, Pacino interpreta il detective Vincent Hanna, dando vita a uno dei confronti più celebri della storia del cinema americano: il faccia a faccia al bar con Robert De Niro, nei panni del criminale che Hanna sta dando la caccia, resta l’unico momento in cui i due attori condividono lo schermo nello stesso inquadratura in tutta la loro carriera. Appena due anni dopo, in “Donnie Brasco”, Pacino torna dalla parte del crimine interpretando Lefty Ruggiero, un mafioso di basso rango logorato dall’età e dall’amicizia, inconsapevole, con un giovane agente dell’FBI infiltrato nella propria stessa famiglia criminale: forse il ritratto più umano e più commovente di un criminale nell’intera filmografia dell’attore.

L’avvocato del diavolo (1997): il diavolo in persona

Nello stesso anno di “Donnie Brasco”, Pacino compie il salto più sorprendente della propria carriera, uscendo del tutto dal registro realistico del crimine e della legge per interpretare John Milton, il capo di un prestigioso studio legale newyorkese che si rivela, con sempre meno ambiguità, essere Satana in persona. Al fianco di un giovane Keanu Reeves, nei panni dell’avvocato che Milton recluta e corrompe pezzo per pezzo, Pacino costruisce un villain sovrannaturale fatto della stessa materia dei suoi criminali più memorabili — il fascino magnetico, la seduzione della parola, l’ambizione senza freni — ma elevato per la prima volta a categoria metafisica: non più un uomo che sceglie il male, ma il male stesso che sceglie i propri strumenti umani.

Insomnia (2002): l’ultimo detective

A chiudere idealmente il trentennio, “Insomnia” di Christopher Nolan riporta Al Pacino dalla parte della legge un’ultima volta, nei panni del detective Will Dormer, un poliziotto integerrimo costretto, in Alaska, a confrontarsi con un errore proprio che lo trascina nella stessa zona grigia morale che i suoi personaggi criminali avevano sempre abitato: la linea fra chi applica la legge e chi la infrange, in Al Pacino, non è mai stata davvero una linea netta. Non è un caso che proprio Nolan, uno dei registi più attenti alla costruzione morale dei propri protagonisti, abbia scelto Al Pacino esattamente per questo ruolo di cerniera: un detective che ha passato la carriera a giudicare gli altri, costretto infine a giudicare se stesso.

Le ragioni del successo

Quello che rende Al Pacino capace di attraversare con la stessa credibilità entrambi i lati della legge non è solo la tecnica — pure notevole, affinata all’Actors Studio sotto la guida di Lee Strasberg, nella tradizione del Method acting che gli ha permesso di ottenere il raro “Triple Crown of Acting”, Oscar, Emmy e Tony. È soprattutto il rifiuto sistematico di trattare crimine e legge come categorie morali opposte: i suoi poliziotti sono quasi sempre corrosi da qualche compromesso o da qualche ossessione personale, i suoi criminali quasi sempre mossi da una logica interna coerente, spesso persino da un codice d’onore. Al Pacino non recita “il buono” o “il cattivo”: recita la stessa intensità umana, la voce che sale progressivamente fino all’esplosione, gli occhi che si stringono nel calcolo un attimo prima della decisione, il corpo che si fa piccolo nella vulnerabilità e enorme nella minaccia — applicandola indifferentemente a chi indossa una divisa e a chi la combatte.

È questa capacità di rendere ogni personaggio, indipendentemente dal lato della legge in cui si trova, ugualmente umano e ugualmente pericoloso, la vera ragione per cui il suo volto è rimasto, per trent’anni, la maschera più credibile del confine americano fra ordine e crimine.


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