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L'Italia vive di rendita statistica, mascherando consumi con bonus e stagnazione dei salari con decontribuzione. Il tempo dei trucchi contabili sta finendo

sindacato 8 minuti di lettura

Benvenuti nell’era del trionfalismo statistico, dove i “record” vengono sbandierati come trofei mentre le fondamenta del Paese mostrano crepe che nessun bonus edilizio o fiscale potrà mai stuccare. Il XXV Rapporto Annuale INPS, presentato nel luglio 2026, ci consegna una fotografia che, a una prima lettura distratta, parrebbe quella di un’Italia in pieno fermento: 27,2 milioni di assicurati nel 2025. Un incremento di 244 mila unità rispetto al 2024 e un balzo di 1,7 milioni rispetto al pre-pandemia (+6,8%). Numeri da capogiro, se non fosse che dietro la rutilante facciata dei grafici a barre si nasconde una realtà fatta di percorsi frammentati, salari asfittici e un patto generazionale ormai stracciato.

Siamo davvero di fronte a una crescita o stiamo solo assistendo al gonfiamento di un pallone che nasconde una fragilità strutturale senza precedenti? Il Presidente Gabriele Fava ha parlato dell’INPS non come un mero ente erogatore, ma come un’“Officina del welfare”. Ma a guardare bene i dati, questa officina somiglia sempre più a un Pronto Soccorso di guerra, dove si tenta di medicare con decontribuzioni e sussidi le ferite prodotte da un mercato del lavoro che non riesce più a generare valore reale. Il welfare non può essere l’ammortizzatore di un Paese che ha smesso di investire sul proprio futuro. Se la storia lavorativa è fragile, come ha giustamente ammonito Fava, l’intero sistema è destinato a portarne il peso. E oggi, quella storia è più fragile che mai.

Il boom dell’occupazione: il trucco dell’invecchiamento e la dipendenza straniera

Chi sta davvero tirando il carro di questo incremento occupazionale? Se guardiamo ai dati con occhio clinico, scopriamo che il “miracolo” è in realtà un travaso demografico e una necessità di sostituzione. La crescita degli assicurati è trainata dai giovani under 34 (+12,4%) e dalle donne (+7,8%), ma il dato che dovrebbe far riflettere è l’esplosione della componente straniera. Tra il 2019 e il 2025, i lavoratori extra-UE sono cresciuti del 35,5%. Oggi rappresentano il 14,3% dei dipendenti totali, superando la soglia dei 3 milioni.

Sorgono allora domande che il “politicamente corretto” statistico preferisce eludere: l’Italia sarebbe in grado di reggersi per un solo giorno senza questo apporto massiccio? La risposta è un “no” brutale. Ma non si tratta di una scelta strategica, bensì di un’occupazione di rimpiazzo in un Paese che non fa più figli e che ha smesso di nobilitare i mestieri tradizionali. Siamo un Paese che dipende strutturalmente da chi nasce fuori dai nostri confini per pagare le pensioni di chi, dentro quei confini, invecchia inesorabilmente. È questo il modello di sviluppo che vogliamo? Un sistema che si regge sulla vulnerabilità di chi entra e sulla necessità disperata di manodopera che il nostro declino demografico non è più in grado di produrre?

Salari e imprese: il doping fiscale e il dominio dell’1%

Passiamo alla farsa dei salari. Il Rapporto indica una retribuzione media annuale lorda di 27.649 euro, in crescita del 14,5% rispetto al 2019. Sembrerebbe un traguardo, ma è un’illusione ottica alimentata dal doping fiscale. Lo Stato ha letteralmente sussidiato la mancanza di aumenti contrattuali reali attraverso tagli all’aliquota IVS (Invalidità, Vecchiaia e Superstiti) e interventi fiscali che hanno gonfiato il netto a spese del bilancio pubblico.

Ma c’è un dato ancora più inquietante che emerge dalle pieghe del rapporto (p. 16): la crescita occupazionale è un fenomeno aristocratico. Il 60% della variazione occupazionale tra il 2022 e il 2024 è stato generato appena dall’1% delle imprese, le cosiddette IECO (Imprese ad Elevata Crescita Occupazionale). Questo significa che mentre un pugno di aziende dinamiche corre, il restante 99% del tessuto produttivo — composto per l’86% da micro-imprese — è in stato vegetativo o di lenta agonia.

Dinamica (2019-2025)Valore NominaleImpatto Reale / Note
Retribuzione Lorda Media+14,5%Erosa dall’inflazione cumulativa 2022-2023.
Retribuzione Mediana Netta+19,2%Sostenuta da sgravi contributivi temporanei (Doping).
Lavoratori Stabili (Longitudinali)+17-18%Solo chi è rimasto fermo ha parato il colpo dei prezzi.
Micro-imprese (<10 dip.)86% del totaleL’ancora che zavorra la produttività nazionale.

Il recupero del potere d’acquisto non si fa con i decreti, ma con la produttività. Finché l’Italia resterà un Paese di micro-aziende incapaci di fare investimenti e innovazione, i salari rimarranno al palo. La differenza tra il +10,8% del lordo e il +19,2% del netto è il segnale di un sistema che sta mangiando se stesso per non far sentire ai cittadini il morso della povertà lavorativa. Quanto può durare questo gioco di prestigio?

Il cannibalismo generazionale: la trappola del 1990

Se volete vedere dove si annida il vero dramma, guardate i dati sulle coorti (p. 31). Il confronto è spietato: chi è nato nel 1990 ha accumulato un montante contributivo medio che è del 18-20% inferiore a quello dei nati nel 1980, osservati alla stessa età. È il “fumo nero” della precarietà: carriere che iniziano più tardi — l’età media al primo contributo è salita a quasi 22 anni — e che sono costellate da buchi contributivi.

Mentre i giovani affogano, il sistema pensionistico si trasforma in un rifugio per sopravvissuti. L’età media alla decorrenza è salita a 64,7 anni. Non è voglia di lavorare, è la trappola del contributivo: si resta in servizio perché l’assegno calcolato sui magri salari attuali sarebbe una condanna all’indigenza. E il fenomeno dei “pensionati lavoratori” (6% dei nuovi pensionati) è l’ultima prova del fallimento: 9 su 10 restano presso lo stesso datore di lavoro. Le aziende “congelano” i senior perché non sanno o non vogliono integrare i giovani, creando un tappo generazionale che soffoca ogni ricambio.

Contemporaneamente, assistiamo all’esplosione della spesa assistenziale: le indennità di accompagnamento sono raddoppiate dal 2002 al 2026, passando da 1 milione a 2,2 milioni di prestazioni. Non stiamo solo invecchiando; stiamo diventando un Paese di non autosufficienti protetti da un welfare che si sta trasformando in un enorme reparto di geriatria, a spese di generazioni future che avranno montanti contributivi ridicoli.

Il paradosso dei bonus: quando lo Stato si lava la coscienza

Il welfare familiare italiano è diventato un catalogo di “mancette” elettroniche. L’Assegno Unico copre il 95% della platea, ma è sul Bonus Nido che si consuma il paradosso più atroce. Nonostante l’utilizzo sia salito dal 4% al 35%, le famiglie a basso reddito — quelle che più ne avrebbero bisogno e che avrebbero diritto agli importi massimi — sono quelle che lo usano meno.

Perché? Perché il bonus è un trasferimento monetario che presuppone l’esistenza di un servizio. Se l’asilo nido non esiste, o se le liste d’attesa sono infinite, il bonus è un pezzo di carta inutile. Il dato che vede un aumento del 17% nella probabilità di occupazione per le madri che usano il bonus è, paradossalmente, un atto d’accusa: ci dice che il lavoro femminile in Italia è possibile solo dove c’è un’infrastruttura, e che lo Stato sta fallendo nel fornirla equamente su tutto il territorio. Preferiamo dare soldi per lavarci la coscienza piuttosto che costruire asili.

La morte dell’autonomia e la porta girevole della gestione separata

Il lavoro autonomo tradizionale è un malato terminale. Artigiani e commercianti diminuiscono costantemente, vittime di una mancanza di ricambio generazionale che prelude alla desertificazione dei centri storici e dei distretti produttivi. Al loro posto cresce la Gestione Separata (+15% collaboratori, +23% professionisti).

Ma non fatevi ingannare dal termine “professionisti”. La Gestione Separata è diventata il bacino ad alto turnover del Paese, una sorta di “porta girevole” della precarietà dove transitano giovani e donne con carriere a singhiozzo. Chi entra in questo sistema ha un’altissima probabilità di uscirne nel giro di pochi anni, spesso verso l’inattività o il lavoro dipendente dequalificato. È un esercito di partite IVA di sopravvivenza, senza le tutele del dipendente e senza la solidità del vecchio artigiano. È questa l’innovazione del mercato del lavoro? Sostituire il saper fare con il “saper galleggiare”?

Lo “Stato predittivo”: algoritmi per mappare il declino?

L’INPS si sta trasformando in un gigante digitale. I numeri sono imponenti: il Portale Giovani ha registrato 3 milioni di visite, il Portale Famiglia oltre 500 mila accessi mensili. L’ambizione di Gabriele Fava è quella di uno “Stato Predittivo”, capace di leggere le transizioni prima che diventino fratture.

L’uso dell’Intelligenza Artificiale per semplificare l’accesso ai diritti è lodevole, ma sorge un dubbio atroce: a cosa serve la tecnologia se serve solo a mappare con estrema precisione il nostro naufragio? Possiamo avere l’algoritmo più sofisticato del mondo, ma se la realtà che va a “predire” è quella di una generazione (quella del 1990 e oltre) con montanti contributivi inferiori del 20%, l’IA diventa solo un contatore digitale della povertà futura. L’innovazione senza una riforma strutturale della qualità del lavoro è come mettere un navigatore satellitare su una nave che ha già colpito l’iceberg.

Il XXV Rapporto INPS non è un documento tecnico; è un urlo nel vuoto. Ci dice che l’Italia è un Paese che vive di rendita statistica, drogando i consumi con bonus e mascherando la stagnazione dei salari con la decontribuzione. Ma il tempo dei trucchi contabili sta finendo. La sostenibilità del sistema non si salva ritoccando l’età pensionabile o inventando nuovi acronimi per i sussidi. Si salva, come ha detto il Presidente Fava, nobilitando il primo contratto dei giovani. Se continuiamo a permettere che il primo approccio di un ventenne al mercato del lavoro sia un tirocinio gratuito o una collaborazione precaria nella Gestione Separata, stiamo scientemente mettendo una mina sotto le fondamenta dell’INPS e dello Stato Sociale. La pensione comincia il primo giorno di lavoro: se quel giorno è un miraggio, il futuro sarà un naufragio. L’Italia del 2026 deve decidere se vuole essere un’Officina di futuro o l’archivio digitale di un declino annunciato.


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