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Meloni lancia il tetto agli alunni stranieri come propaganda elettorale. A Milano 35 scuole sono già oltre il 50%: la misura è matematicamente irrealizzabile.

mondoscuola 9 minuti di lettura

20 settembre, la campagna elettorale della destra entra ufficialmente nel vivo e lo fa scegliendo come primo terreno la scuola, con un provvedimento costruito più per la propaganda che per la sua reale applicabilità.

Dal palco di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, Giorgia Meloni ha annunciato l’arrivo in Consiglio dei ministri di un provvedimento che introduce per legge un numero massimo di studenti stranieri per classe, l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico di imparare l’italiano, e il divieto di burqa e niqab a scuola.

“Non esiste, non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare”,

ha detto la premier, definendo la questione “di civiltà”. Lo stesso giorno, a Pontida, Matteo Salvini chiudeva il raduno leghista con la parola d’ordine “uniti si vince”, mentre Roberto Vannacci osservava la scena da una posizione che assomiglia sempre più a quella di chi ha già vinto senza doversi presentare all’esame. Sono tre annunci nati nello stesso giorno, sullo stesso terreno identitario, ed è utile leggerli come quello che sono davvero: propaganda elettorale costruita per colpire la pancia degli italiani, non per essere applicata sul serio.

Il tetto che già esiste, e che nessuno applica

Il tetto agli alunni stranieri non nasce oggi. La circolare ministeriale n. 2 del 2010, firmata dall’allora ministro Mariastella Gelmini, prevede già come criterio generale una distribuzione degli alunni con cittadinanza non italiana che eviti, di norma, il superamento del 30% degli iscritti per classe, con specifiche deroghe. Come raccontavo qualche mese fa a proposito de il tetto di carta, quella soglia è rimasta per sedici anni sostanzialmente lettera morta, applicata a macchia di leopardo e priva di qualunque meccanismo sanzionatorio reale.

Lo stesso ministro Giuseppe Valditara lo ha ammesso l’11 settembre scorso, dichiarando che il limite resta scarsamente applicato e anticipando l’intenzione di intervenire per legge. Meloni, nove giorni dopo, ha semplicemente confermato l’annuncio, trasformando una misura amministrativa rimasta sulla carta in una promessa elettorale pronunciata davanti a una platea di giovani militanti.

Perché il tetto è matematicamente irrealizzabile, non solo incostituzionale

Il primo ostacolo, quello più citato nel dibattito di queste ore, riguarda il diritto costituzionale all’istruzione: negare l’iscrizione a un minore che supera una soglia percentuale sarebbe incompatibile con l’articolo 34 della Costituzione e con le convenzioni internazionali sui diritti dell’infanzia. Ma c’è un secondo ostacolo, meno discusso e per certi versi ancora più decisivo, che riguarda semplicemente i numeri. A Milano, secondo una mappatura diffusa in maggio, trentacinque scuole superano già il 50% di alunni di origine straniera — ventiquattro elementari e undici medie, con punte di 122 nazionalità diverse rappresentate all’interno dei singoli gruppi classe — concentrate in quartieri periferici come Quarto Oggiaro, San Siro, Corvetto, Lorenteggio e via Padova.

In queste realtà il tetto del 30% non è semplicemente disatteso: è già superato di oltre il 20% in assoluto, il che significa che, per rispettarlo davvero, occorrerebbe raddoppiare o triplicare le sezioni esistenti in decine di istituti, con tutto ciò che comporta in termini di edifici, organico docente e personale ATA aggiuntivi.

La distribuzione, del resto, non è casuale: nasce in parte dal fenomeno che gli esperti chiamano “white flight”, lo spostamento delle famiglie italiane verso le scuole del centro città, che concentra automaticamente gli alunni stranieri nelle scuole periferiche rimaste. Un tetto imposto dall’alto non scioglie questo meccanismo residenziale: al più lo sposta, senza risorse aggiuntive, da una scuola all’altra dello stesso quartiere.

Gli alunni che superano la soglia restano senza una destinazione

Fissare per legge un tetto agli alunni stranieri per classe significa, dunque, decidere cosa fare concretamente di chi quella soglia la supera in decine di istituti già oggi.

La propaganda della remigrazione, in versione italiana

Esclusa l’ipotesi del diniego di iscrizione, l’unica strada resta l’apertura di nuove sezioni capaci di redistribuire gli alunni eccedenti sotto la soglia stabilita: un costo che il provvedimento annunciato non sembra affatto quantificare, in un sistema scolastico che questo blog ha documentato, riforma dopo riforma, restare cronicamente a corto proprio di aule, organico e personale. Duecentocinquantamila insegnanti precari contro appena quarantaseimila posti individuati per la stabilizzazione, edifici scolastici per oltre la metà privi delle certificazioni minime di agibilità, un fondo per l’edilizia scolastica con miliardi di euro bloccati per mancanza di personale tecnico nei Comuni: è dentro questo stesso sistema, non in un’Italia diversa e meglio equipaggiata, che si dovrebbero aprire le nuove classi necessarie a far rispettare un tetto già ignorato per sedici anni.

Il vocabolario con cui Meloni ha costruito l’annuncio di oggi — “non si può fare che i bambini italiani si sentano in un angolo perché sono diventati la minoranza” — riecheggia da vicino un lessico che questo blog ha già analizzato altrove: quello della “remigrazione”, parola chiave del programma dell’Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt, dove il partito di estrema destra ha appena sfiorato la maggioranza assoluta proponendo, fra le altre cose, il rimpatrio anche di rifugiati regolarmente accolti.

In Germania come in Italia lo schema retorico è identico: presentare la composizione demografica delle aule scolastiche come un’emergenza esistenziale, capace di generare un consenso immediato — la pancia, appunto — indipendentemente dalla effettiva fattibilità tecnica della misura promessa. I dati nazionali italiani, del resto, raccontano una proporzione molto diversa da quella evocata sul palco di Fenix: gli alunni con cittadinanza non italiana sono 930mila su oltre otto milioni di studenti complessivi, l’11,6% del totale secondo l’ultimo rapporto della Fondazione Ismu diffuso proprio oggi. Il problema reale non è un’invasione generalizzata delle aule italiane, ma una concentrazione fortemente disomogenea in specifiche periferie urbane: una differenza che la propaganda elettorale ha tutto l’interesse a cancellare, perché il numero nazionale non fa notizia quanto l’immagine del bambino italiano “messo in un angolo”.

L’obbligo ai genitori, già visto ad agosto

Il secondo elemento dell’annuncio, l’obbligo per i genitori di studenti stranieri con gravi problemi di inserimento scolastico di imparare l’italiano, non è una novità nemmeno nel merito: ne scrivevo già ad agosto, quando lo stesso Valditara lanciò la proposta al Meeting di Rimini, dichiarando che “l’inclusione non basta” e attirandosi la replica della FLC CGIL, che parlò di “sanzione imposta per decreto” anziché di vera integrazione. Che quella proposta ministeriale sia oggi diventata una promessa pronunciata direttamente dalla presidente del Consiglio segnala una cosa sola: il tema è stato promosso, nella gerarchia della campagna elettorale, da dossier tecnico del dicastero dell’Istruzione a terreno di scontro identitario di prima linea.

Pontida, la destra divisa che si finge unita

Nello stesso giorno, a Pontida, Matteo Salvini chiudeva il raduno leghista lanciando la parola d’ordine “uniti si vince” e presentando Silvia Sardone come candidata per le comunali di Milano. Le cronache della giornata restituiscono però un’immagine tutt’altro che compatta: quella che è stata definita “la marcia divisa della Lega”, con i militanti più giovani che invocano apertamente la “remigrazione”, lo stesso slogan che ha reso celebre Roberto Vannacci, mentre la componente più anziana del partito rende omaggio a Umberto Bossi con un ulivo e una messa. Sullo stesso palco, il ministro Valditara ha difeso “l’integrazione con chi condivide i nostri valori di riferimento”, mentre l’eurodeputata leghista Anna Maria Cisint saliva accompagnata dalle femministe di estrema destra del collettivo francese Nemesis, interamente velate, in una messa in scena pensata per denunciare “la minaccia dell’Islam radicale”.

Centocelle e la prova che la scuola dell’inclusione vince sulla remigrazione

C’è un episodio di due giorni fa che smentisce, con un fatto concreto, l’intera cornice retorica costruita da Meloni e Vannacci. Il 18 settembre un tredicenne italiano ha aggredito con due coltelli la professoressa Isabella Marsilio nella scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma: a fermarlo, evitando conseguenze più gravi, è stato un compagno di classe di origine congolese, ospite di una casa famiglia del quartiere. Lo stesso ministro Valditara, coerentemente, ha annunciato che premierà quel ragazzo. Ma la coerenza si ferma qui: il ragazzo che ha salvato l’insegnante è esattamente il tipo di studente straniero che la retorica del tetto e della remigrazione tratta come problema da contingentare, non come possibile risorsa da includere. È stata una scuola pubblica capace di integrare quel minore, non una soglia numerica o un divieto di velo, a rendere possibile il suo gesto. Se davvero si cercasse una prova empirica di cosa funzioni per la sicurezza e la coesione nelle aule italiane, Centocelle offrirebbe un argomento più solido di qualunque annuncio pronunciato a Fenix: l’inclusione ha prodotto, in un caso concreto, esattamente la protezione che la propaganda securitaria promette solo a parole.

Vannacci, il beneficiario silenzioso

Se Salvini invoca l’unità mentre la propria base giovanile scivola verso il lessico di Vannacci, e se Meloni sceglie proprio la domenica di Pontida per rilanciare sul tetto agli stranieri e sul burqa, il vero vincitore della giornata resta chi non ha avuto bisogno di dire nulla di nuovo. Il rilancio di Meloni sui temi identitari e securitari della scuola arriva, non a caso, in contemporanea con la kermesse sovranista di Futuro Nazionale: è la stessa premier, con l’autorità di un intervento da Palazzo Chigi, a validare l’agenda che Vannacci ha costruito da fuori il governo. Non deve competere per imporre i propri temi: gli basta osservare la premier e il ministro dell’Istruzione riprenderli uno a uno, dal tetto agli stranieri al velo integrale, per vedere la propria agenda diventare, un annuncio alla volta, politica di governo.

Un tetto matematicamente impossibile da applicare in decine di scuole già oggi oltre il 50% di presenza straniera; un obbligo ai genitori già bocciato dal sindacato come sanzione travestita da integrazione; una retorica sulla remigrazione che ricalca, quasi parola per parola, quella appena premiata nelle urne tedesche; e un fatto di cronaca, a Centocelle, che smentisce sul campo l’intera premessa. Resta, alla fine, la funzione più onesta di questo annuncio: non una policy pensata per essere applicata, ma un simbolo pensato per essere pronunciato su un palco, proprio mentre la campagna elettorale comincia a scaldarsi e ogni partito di destra cerca il proprio spazio sullo stesso terreno identitario.


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