Il 18 settembre, un tredicenne ha aggredito con due coltelli e uno spray urticante la professoressa Isabella Marsilio, 66 anni, nella scuola media Giovanni Verga di Centocelle, a Roma. A marzo, a Trescore Balneare, in provincia di Bergamo, si era già consumata una scena analoga. Due episodi che si aggiungono a un elenco già lungo — compreso il caso, ben più tragico, di uno studente diciottenne ucciso a coltellate in classe alla Spezia lo scorso gennaio — e che pongono, ancora una volta, la stessa domanda: cosa sta succedendo davvero nelle scuole italiane, e quali risposte servono per davvero.
Il tredicenente aveva pianificato l’aggressione per giorni, secondo la ricostruzione degli investigatori: si è procurato online due coltelli con lama da 20 centimetri, uno spray urticante e una telecamera da montare su un casco, con l’intento dichiarato di trasmettere in diretta social, verosimilmente su Telegram, il proprio gesto. Il movente emerso dalle indagini riguarda due debiti formativi assegnati dalla docente, uno dei quali il ragazzo avrebbe dovuto recuperare proprio quella mattina. La professoressa, ferita non in pericolo di vita, è stata dimessa in giornata con sette giorni di prognosi. A fermare l’aggressore, evitando ulteriori colpi, è stato un compagno di classe di origine congolese, ospite di una casa famiglia del quartiere: il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha annunciato, a margine del raduno della Lega a Pontida, che lo inviterà al ministero per premiarlo, definendo il suo gesto una testimonianza di come
“ci si può comportare con civismo indipendentemente da dove si è nati”.
Sul fronte investigativo, i carabinieri hanno effettuato una perquisizione informatica sui dispositivi del tredicenne e della madre, alla ricerca di possibili istigatori: alcuni compagni di classe hanno riferito che il ragazzo parlava del proprio piano da giorni, senza che nessuno lo prendesse sul serio, mentre un’insegnante ha confermato che già dall’anno precedente mostrava “un malessere profondo, rabbia e un forte senso di superiorità verso i pari”.
Telecamere e metaldetector: la risposta sbagliata alla domanda giusta
La reazione del ministro Valditara, arrivata nelle stesse ore, si è concentrata su un registro diverso: telefonata di solidarietà alla dirigente scolastica, richiamo al divieto di accesso ai social per i minori di 15 anni in linea con il Kids Act della Commissione europea, insistenza sul ripristino “dell’autorità dei docenti e delle regole”, e il consueto richiamo ai metaldetector nelle scuole, tema sollevato anche dal figlio della stessa docente aggredita. Sono misure che rispondono a una preoccupazione reale — l’influenza dei social e dei siti violenti compare esplicitamente fra le piste investigative — ma che, prese da sole, rischiano di curare il sintomo più visibile senza affrontare la causa. Filtrare l’ingresso fisico a scuola con un metaldetector non avrebbe impedito a nessuno dei ragazzi coinvolti di procurarsi coltelli fuori dall’edificio scolastico, né avrebbe intercettato il malessere che, secondo le stesse testimonianze raccolte dagli inquirenti, circolava da mesi fra i compagni di classe senza che nessun adulto lo prendesse sul serio. È lo stesso schema di risposta securitaria che questo blog ha già documentato a proposito di altre emergenze giovanili: la sicurezza percepita sostituisce l’ascolto reale, e la soglia fisica sostituisce la domanda più scomoda su cosa spinga un tredicenne a pianificare, per giorni, una diretta social del proprio gesto violento.
Un paradosso che complica, senza indebolire, la lezione di Centocelle
C’è un dettaglio che merita di essere raccontato per intero, perché rende la vicenda più complessa di una semplice parabola sull’inclusione, senza per questo indebolirne il significato più profondo. La professoressa Marsilio aveva espresso sui propri profili social posizioni favorevoli alla “remigrazione”: posizioni che, dopo l’aggressione, le sono valse centinaia di commenti ostili proprio perché il ragazzo che l’ha salvata è di origine straniera. Interpellata su questa presunta incongruenza, la docente ha risposto senza ambiguità di non ravvisare “nulla di incongruente” fra le proprie idee politiche e la gratitudine verso lo studente che le ha salvato la vita. È un dettaglio che va lasciato intatto, non appianato: la lezione di Centocelle, allora, non riguarda le opinioni politiche della singola insegnante, ma qualcosa di più strutturale.
Riguarda una scuola pubblica capace di integrare un minore straniero, ospite di una casa famiglia, fino al punto che quel ragazzo si è sentito parte della propria classe abbastanza da rischiare in prima persona per proteggere una compagna di lavoro della propria comunità scolastica, a prescindere dalle idee politiche di quella stessa persona. È esattamente il tipo di appartenenza che una scuola respingente, organizzata attorno a soglie e diffidenze verso lo studente straniero, difficilmente riesce a costruire.
Il disagio che nessuno ascolta
È proprio su questo punto che vale ripartire, come già scrivevo affrontando il tema del disagio giovanile e delle risposte sbagliate: i ragazzi che si ritrovano su chat e canali — spesso Telegram, la stessa piattaforma su cui il tredicenne di Centocelle intendeva trasmettere la propria aggressione — non lo fanno per caso. Quegli spazi digitali diventano, per una parte crescente di adolescenti, l’unico luogo in cui un disagio non ascoltato altrove trova un pubblico, per quanto tossico e per quanto capace di trasformare la rabbia privata in spettacolo condiviso. Chiudere quei canali, da soli, non risolve nulla: si tratta di un intervento repressivo che sposta altrove la stessa dinamica, senza intercettarne la causa.
Il punto più urgente, semmai, resta quello che gli stessi compagni di classe del tredicenne hanno già indicato senza saperlo: un ragazzo che parla per giorni di un piano violento, e che nessuno prende sul serio, non ha bisogno prima di tutto di una telecamera in più nel corridoio. Ha bisogno di qualcuno, dentro la scuola o fuori, disposto ad ascoltarlo prima che il malessere si trasformi in un piano da mettere in scena davanti a una telecamera.
Tradotto in politiche concrete, questo significa investire su ciò che oggi resta scarsissimo nella scuola pubblica italiana: sportelli psicologici stabili e non emergenziali, un rapporto numerico realistico fra studenti e figure di ascolto, formazione dei docenti al riconoscimento dei segnali di disagio prima che si trasformino in progetti di violenza, e canali interni — non necessariamente digitali — attraverso cui un compagno di classe possa segnalare un piano confidato “per giorni” senza sentirsi un delatore.
Nessuna di queste misure produce l’effetto scenico immediato di un metaldetector all’ingresso, e forse è proprio per questo che restano sistematicamente le meno finanziate.
Centocelle racconta, nello stesso episodio, due storie opposte che la cronaca rischia di appiattire in una sola narrazione consolatoria. La prima è quella di un ragazzo straniero, ospite di una casa famiglia, che la scuola pubblica ha saputo includere abbastanza da renderlo capace di un gesto di protezione verso una compagna di comunità scolastica, a prescindere dalle sue idee politiche. La seconda è quella di un coetaneo italiano il cui malessere, di cui i compagni erano consapevoli da giorni, non ha trovato ascolto in tempo utile. Rispondere alla seconda storia solo con metaldetector, telecamere e divieti social rischia di lasciare intatta esattamente la stessa distanza fra adulti e adolescenti che ha reso possibile, prima ancora del gesto violento, il silenzio che lo ha preceduto.
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