C’è una certa poesia crudele nel modo in cui Washington descrive i suoi atti di guerra: li chiama operazioni, li chiama misure difensive. A volte, con un tocco di fantasia, li chiama addirittura liberazione. L’operazione “Ruggito del Leone”, lanciata il 28 febbraio 2026 da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, è stata presentata da Donald Trump come necessaria per rimuovere una minaccia alla sicurezza degli USA e per creare le condizioni di un mutamento politico interno in Iran.
Prego, si accomodi: la democrazia forzata è servita, ancora una volta, calda e fumante di napalm.
La catena degli eventi: non è una sorpresa
Chi ha seguito la regione sa che questa guerra non è caduta dal cielo. L’escalation del giugno 2025 era stata il primo scontro ad alta intensità fra Teheran e Tel Aviv — con l’inedito coinvolgimento diretto degli USA — ma già nei mesi precedenti Israele e Iran si erano scontrati militarmente sia in modo diretto che indiretto. Poi, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, l’Iran è stato investito investito da una massiccia ondata di proteste: iniziate come rivendicazioni economiche nei bazar e nelle città, le manifestazioni si trasformarono rapidamente in una contestazione politica radicale. USA e Israele osservavano quelle proteste per trarne il massimo vantaggio, come opportunità strategica: un regime indebolito dall’interno, con le forze armate sotto pressione.
Un regime autoritario, certo: le autorità iraniane hanno, infatti, risposto alle proteste con una repressione letale, e l‘8 e 9 gennaio 2026 hanno perpetrato un massacro senza precedenti di migliaia di manifestanti e semplici passanti. (vedi il resoconto di Amnesty International)
Nessuno dovrebbe chiudere un occhio su questo, ma il punto cruciale è un altro: riconoscere l’orrore di un regime non equivale a benedire le bombe straniere come rimedio. La storia insegna che i regimi non cambiano dall’esterno con i raid aerei, ma cambiano, quando cambiano, dall’interno e le bombe non accelerano questo processo: lo devastano, compattando la popolazione intorno a chi la governava.
Le responsabilità: Israele, gli USA e il solito copione
Netanyahu ha presentato l’operazione come preventiva, pensata per impedire a Teheran di dotarsi di armi nucleari. Il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che l’offensiva contro l’Iran proseguirà “senza limiti di tempo”.
Magnifica prospettiva.
Nel frattempo, Trump ha chiarito gli obiettivi militari degli Stati Uniti: distruggere il programma di armi nucleari e missilistiche dell’Iran, ottenere l’annientamento delle sue forze navali e impedire che l'”Asse della Resistenza” danneggi le forze statunitensi in Medio Oriente.
Obiettivi ambiziosi. Resta il fatto che l’attacco “preventivo” di Israele e USA all’Iran viola il diritto internazionale ( in ultimo Il Fatto Quotidiano).
E non è un’opinione di parte: la Commissione internazionale dei giuristi e alcuni altri esperti legali hanno giudicato i raid israeliani come una violazione del diritto internazionale, mentre le Nazioni Unite e la maggior parte dei paesi hanno espresso profonda preoccupazione e invocato una soluzione diplomatica.
Il déjà vu venezuelano: il metodo Trump
Chi si stupisce dell’Iran, probabilmente si era già stupito del Venezuela. Poche settimane prima, il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti avevano attaccato il Venezuela, catturando il presidente Nicolás Maduro e sua moglie, portandoli negli USA. Anche lì il pretesto era nobile: “narcoterrorismo“, dittatura, diritti umani. L’operazione non rispettava nessuno dei tre criteri previsti dall’articolo 2 dello Statuto delle Nazioni Unite per l’uso legittimo della forza: non c’era autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, né del governo locale, né una minaccia diretta alla sicurezza degli USA.
La Casa Bianca non è un tribunale internazionale che stabilisce cosa è giusto e cosa sbagliato, e non può decidere d’intervenire unilateralmente per “rimettere le cose a posto” e non c’è giustificazione che tenga — che sia “di sicurezza”, per il “narcotraffico”, o perché Maduro è un dittatore.
Lo stesso vale per Khamenei.
Lo stesso vale per chiunque altro finirà nel prossimo elenco di bersagli.
Il pattern è cristallino: un regime scomodo, un pretesto legale traballante, un’azione militare fulminea. Come sottolineano gli analisti del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, le azioni di Trump sollevano gravi questioni legali rispetto alla Carta delle Nazioni Unite, alla Convenzione di Montego Bay e persino alla Costituzione americana. E, come è stato osservato, è difficile qualificare come semplice operazione di polizia un’azione che ha coinvolto migliaia di militari, navi da guerra e mezzi aerei.
Ma è inutile: i tribunali americani processeranno chi è stato catturato e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU continuerà a non decidere nulla, come al solito.
L’ordine mondiale e la legge del più forte
C’è una domanda che vale la pena porsi con serietà: se gli USA possono bombardare chiunque ritengano una minaccia o un ostacolo ai propri interessi strategici ed energetici, cosa impedisce ad altri di fare lo stesso? Lo strappo delle regole imposto da Trump, il suo voler spostare sempre più in là il confine del “possibile” senza alcuna copertura istituzionale e legale, fa sì che così Trump possa permettersi di continuare a lanciare minacce d’invasione a destra e a manca.
Nel frattempo, le operazioni militari si sono estese a tutta la regione e coinvolgono ormai più di dieci stati, causando un numero significativo di vittime tra la popolazione civile e la distruzione di infrastrutture civili. Amnesty International ha lanciato un appello urgente affinché vengano rispettati i civili e il diritto internazionale umanitario. Speriamo venga ascoltato. I precedenti non incoraggiano l’ottimismo.
La via d’uscita esiste. Si chiama diplomazia.
C’è una tentazione comprensibile, di fronte a questo scenario, di rassegnarsi alla logica del conflitto come unica realtà possibile: sarebbe un errore fatale. Il presunto pericolo nucleare iraniano poteva — e doveva — essere risolto al tavolo negoziale. Quello che è stato rotto in modo irresponsabile può essere ricostruito, a condizione che qualcuno a Washington abbia ancora la lucidità — e il coraggio — di farlo.
La Repubblica Islamica dell’Iran è un regime che opprime il proprio popolo, ma quel popolo, come ogni popolo, ha il diritto di determinare il proprio futuro senza che venga bombardato nel nome della sua liberazione. La democrazia, come ricordava qualcuno, non si esporta con le bombe. La storia lo ha già dimostrato, e con costi drammatici.
Auguriamo che questo conflitto si concluda presto, e che si concluda attraverso la diplomazia — non attraverso la resa incondizionata di un paese, né attraverso la sua distruzione.
Il mondo non può permettersi un altro Iraq, un altro Afghanistan, un altro Vietnam. Non può permettersi, soprattutto, di continuare a fingere che questa sia normalità.
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