Socialismo o barbarie, sessant’anni dopo: Luxemburg, Togliatti, Berlinguer e il dilemma della sinistra al governo
Nel 1915, in una cella del carcere di Berlino, Rosa Luxemburg scrive sotto lo pseudonimo di Junius “La crisi della socialdemocrazia”, il testo che consegna alla storia del movimento operaio la formula “socialismo o barbarie”.
L’umanità, scrive Luxemburg, è posta di fronte a una scelta di ferro: o l’avanzata verso il socialismo, o la regressione alla barbarie, e la Prima guerra mondiale in corso proprio in quei mesi ne è, ai suoi occhi, la prova già in atto. Riletto oggi, il testo pone però una domanda che va oltre la sua stessa formulazione originaria e che tocca il nervo scoperto di ogni sinistra che aspiri a rappresentare i lavoratori: se sia possibile restare internazionalisti e intransigenti scegliendo, al tempo stesso, di governare, oppure se ogni ingresso nelle stanze del potere comporti necessariamente una perdita di radicalità che la sinistra dei lavoratori non può permettersi.
Merita anzitutto una precisione filologica: Luxemburg attribuisce quella frase a Engels, ma la ricostruzione più accreditata degli storici indica come origine più probabile Karl Kautsky.
Il rapporto con Marx: l’accumulazione del capitale
Il testo del 1916 si appoggia su un lavoro teorico più ampio, “L’accumulazione del capitale” (1913), dove Luxemburg affronta un problema che Marx aveva lasciato aperto negli schemi di riproduzione del secondo libro del Capitale: come possa il capitalismo realizzare effettivamente il plusvalore prodotto, se i lavoratori, sottopagati per definizione, non possono da soli assorbire l’intera produzione. La sua risposta è che il capitalismo ha bisogno strutturale di mercati non capitalistici esterni da conquistare: non un vezzo politico, ma una necessità economica interna al sistema. È questa la base teorica che le permette di sostenere che il capitalismo internazionale genera, prima o poi, “un periodo di catastrofi”: l’imperialismo e la guerra non sono un incidente di percorso, ma l’esito logico delle stesse leggi di accumulazione descritte da Marx.
Il rapporto con Lenin: convergenze e rotture
Sul piano politico, Luxemburg condivide con Lenin il rifiuto tanto del revisionismo riformista di Eduard Bernstein — affrontato punto per punto nel proprio pamphlet del 1900 “Riforma sociale o rivoluzione?” — quanto dell’attendismo passivo di Karl Kautsky. Per Luxemburg il crollo del capitalismo è storicamente inevitabile, ma non lo è affatto l’approdo al socialismo: la scelta resta interamente nelle mani della classe operaia. Su questo terreno, Luxemburg e Lenin restano alleati teorici. Ma le rotture sono nette. Il primo nodo è la concezione del partito: già nel 1904, in un saggio spesso ricordato con il titolo polemico “Leninismo o marxismo?”, Luxemburg critica il modello centralizzato proposto da Lenin, temendo che l’apparato di partito finisca per sostituirsi alla spontaneità rivoluzionaria delle masse, una tensione fra centralismo e spontaneismo che questo blog ha già ricostruito a proposito delle origini del sindacato, quando la stessa polemica sarebbe riesplosa fra Lenin, Trockij e l’Opposizione Operaia di Kollontaj. Il secondo nodo riguarda la democrazia: ne “La rivoluzione russa” (1918) Luxemburg saluta l’ottobre come evento storico mondiale, ma critica la soppressione bolscevica delle libertà democratiche, scrivendo la frase più citata di tutta la sua opera:
“la libertà è sempre e soltanto la libertà di chi la pensa diversamente”.
La morte di Luxemburg come rifiuto del compromesso
Nella notte fra il 15 e il 16 gennaio 1919, Rosa Luxemburg viene arrestata dai paramilitari dei Freikorps e uccisa, il corpo gettato in un canale. Il dettaglio che l’analisi politica tende a lasciare sullo sfondo è questo: a ordinare, o quantomeno a tollerare, quella repressione è un governo guidato dalla stessa socialdemocrazia tedesca di cui Luxemburg era stata militante, ormai al potere dopo il crollo dell’impero guglielmino. Friedrich Ebert, presidente della neonata repubblica di Weimar, socialdemocratico, sceglie di usare i Freikorps, le stesse formazioni che di lì a pochi anni avrebbero fornito quadri al nazismo, per schiacciare la rivolta spartachista. È l’esito più estremo, e più tragico, del dilemma che percorre l’intera storia della sinistra novecentesca: una socialdemocrazia arrivata al governo, che per restarci sopprime con la violenza la propria ala più radicale.
Luxemburg muore, in un certo senso, vittima diretta di quello che considerava il tradimento originario della propria classe politica: la scelta della socialdemocrazia tedesca di entrare nella logica dello Stato — prima votando i crediti di guerra nel 1914, poi governando nel 1919 — fino ad accettarne, come prezzo, la repressione dei propri compagni di un tempo.

Togliatti, 1944: la svolta di Salerno
È a questo stesso dilemma, sessant’anni prima di Berlinguer e vent’anni prima di quella notte di Berlino, che il comunismo italiano risponde in modo speculare e opposto. Nell’aprile del 1944, con l’Italia divisa in due dal fronte di guerra, Palmiro Togliatti torna dall’esilio moscovita e impone, su impulso diretto dell’Unione Sovietica, quella che la storiografia chiama “svolta di Salerno”: il PCI entra nel governo Badoglio di unità nazionale, accantonando “temporaneamente” la questione istituzionale — repubblica o monarchia — e accettando di condividere il governo con le stesse forze monarchiche che avevano sostenuto il fascismo fino a pochi mesi prima.
Togliatti diventa vicepresidente del Consiglio. La motivazione, riassunta dalle sue stesse parole, è netta: “bisognava superare le questioni che non si potevano risolvere in quel momento”. Diversamente da Luxemburg, che moriva rifiutando ogni compromesso con la socialdemocrazia governativa, Togliatti sceglie il compromesso come strumento tattico per sconfiggere un nemico — il nazifascismo — ritenuto prioritario rispetto a ogni rivendicazione rivoluzionaria immediata. Lo stesso Togliatti, nel 1961, rivendicherà che proprio quella mossa contribuì, alla lunga, a logorare la monarchia più di quanto l’avrebbe fatto uno scontro frontale.
Berlinguer, 1973: il compromesso storico dopo il Cile
Trent’anni dopo, un’altra tragedia internazionale spinge il PCI verso una scelta analoga. L’11 settembre 1973 il generale Pinochet rovescia con un golpe sanguinoso, appoggiato dai servizi statunitensi, il governo legittimo del socialista Salvador Allende, eletto in Cile nel 1970 con una maggioranza risicata. Enrico Berlinguer, segretario del PCI, pubblica su “Rinascita” tra il 28 settembre e il 12 ottobre 1973 tre articoli — “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile” — in cui trae una lezione strategica precisa: nemmeno una maggioranza del 51% mette al riparo un governo di sinistra da un rovesciamento violento, se quella maggioranza resta troppo esile e priva di un consenso sociale realmente maggioritario.
La conclusione di Berlinguer è la proposta di un “nuovo grande compromesso storico tra le forze che rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”: un’alleanza organica fra PCI e Democrazia Cristiana, capace di superare la pregiudiziale anticomunista e costruire, insieme, un’alternativa non rovesciabile con la forza. Il tentativo si chiuderà nel sangue: il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro nel 1978 per mano delle Brigate Rosse, insieme alla riluttanza della stessa DC a proseguire, chiudono la stagione del compromesso storico. Berlinguer stesso ne trarrà le somme in un quarto articolo su “Rinascita”, nell’agosto del 1979, che sancisce di fatto la fine del progetto.
Internazionalismo e governo: un dilemma irrisolto
Messi uno accanto all’altro, questi tre episodi (la morte di Luxemburg, la svolta di Salerno, il compromesso storico) non offrono una risposta univoca alla domanda che li attraversa tutti, ma ne chiariscono i termini con una precisione che il dibattito politico contemporaneo raramente raggiunge. Chi difende la scelta del compromesso può obiettare, con buone ragioni storiche, che il rifiuto assoluto di ogni mediazione rischia di lasciare campo libero alla reazione: senza la svolta di Salerno, la ricostruzione istituzionale italiana del dopoguerra avrebbe forse dovuto affrontare uno scontro frontale con la monarchia in un paese ancora occupato e diviso; senza un tentativo di allargare il consenso oltre la sola sinistra, il Cile di Allende ha mostrato quanto in fretta possa arrivare un golpe reazionario contro un governo percepito come troppo esile e troppo isolato. È lo stesso argomento, in fondo, che Berlinguer rovescia contro l’intransigenza: la barbarie di cui parlava Luxemburg può presentarsi anche come reazione a un potere di sinistra che non ha saputo costruirsi abbastanza consenso per difendersi.
Chi invece prende sul serio l’intransigenza di Luxemburg può rispondere che la storia stessa fornisce l’argomento più forte contro il compromesso: fu proprio una socialdemocrazia disposta a governare, a scendere a patti con l’ordine costituito, a ordinare la morte di Rosa Luxemburg per mano dei Freikorps. Il compromesso storico di Berlinguer, dal canto suo, si chiuse senza aver mai raggiunto il governo, e il PCI che ne uscì, negli anni Ottanta, appariva già un partito più moderato, più integrato nelle logiche istituzionali, meno capace di generare quella tensione trasformatrice che ne aveva giustificato la nascita — fino alla dissoluzione stessa del partito nel 1991.
Non è irragionevole leggere in questa parabola la conferma del timore di Luxemburg: che il compromesso, una volta accettato come metodo, tenda a logorare dall’interno l’identità radicale di chi lo pratica, indipendentemente dalle intenzioni con cui viene inizialmente scelto.
Perché rileggerlo oggi
Lo stesso dilemma, con parole diverse, attraversa il campo progressista italiano proprio in queste settimane. Come raccontavo scrivendo delle primarie del campo largo, il Partito Democratico resta spaccato fra chi vede in un’alleanza organica con Italia Viva la via più realistica verso il governo, e chi, come Alleanza Verdi e Sinistra, pone un veto di fatto proprio per non ripetere la stessa erosione di identità che il compromesso storico produsse mezzo secolo fa.
In Germania, come raccontavo a proposito della marea nera in Sassonia-Anhalt, è la stessa socialdemocrazia erede diretta di quella che tradì Luxemburg a pagare oggi, in voti operai, il prezzo di un secolo passato a gestire più che a trasformare. La Svezia, raccontata pochi giorni dopo, mostra che l’alternativa non è affatto scontata in un’unica direzione, ma che il consenso torna a spostarsi solo quando la sinistra rende visibile un conflitto materiale reale, non quando amministra soltanto l’esistente.
Luxemburg non ha mai risposto in modo sistematico alla domanda se la sinistra dei lavoratori possa governare restando internazionalista e intransigente: è morta prima di doverlo fare, per mano di chi quella domanda aveva già risolto nel modo peggiore possibile. Togliatti e Berlinguer hanno risposto scegliendo il compromesso, con esiti storici opposti — la tenuta della Repubblica nel 1944, la fine sanguinosa e incompiuta del progetto nel 1978 — ma con un tratto comune che forse è la lezione più utile da trarne oggi: nessun compromesso, per quanto necessario o tatticamente giustificato, resta indenne al rischio di logorare l’identità di chi lo sceglie, se non è accompagnato dalla capacità di mantenere viva, dentro la propria stessa area politica, una componente che continui a porre le domande più scomode. Non “mai governare”, forse, è la sintesi più fedele al pensiero di Luxemburg che si possa ricavare da questa storia: ma nemmeno, mai, lasciare che il governo diventi la scusa per zittire chi, dentro il proprio stesso campo, continua a ricordare perché si era scesi in campo.
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