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Canne al vento di Grazia Deledda: trama, lettura e suggestioni nel doppio anniversario. Non è resilienza: è la colpa come salario del servo Efix.

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Canne al vento è uno di quei titoli che conosce anche chi non ha mai aperto il libro, e il guaio comincia da lì: è diventato una massima da calendario, un invito a piegarsi senza spezzarsi che la divulgazione ripropone come il romanzo della «resilienza», cioè come manuale di sopravvivenza per tempi duri. Il libro è un’altra cosa, e assai meno rassicurante: è il registro contabile di una colpa che non si estingue, tenuto da un servo che lavora per le padrone e si convince di doverlo fare gratis.

Il momento è propizio perché il 2026 è l’anno doppio di Grazia Deledda: il 15 agosto sono stati novant’anni dalla morte, e il 1926 è l’anno del Nobel, assegnato per quell’anno e ricevuto nel 1927, mentre la settimana scorsa lo stesso premio è andato ad Anne Carson e io ne ho scritto per ciò che l’editoria italiana scopre sempre dopo. La tesi di questo giovedì: Canne al vento non racconta chi si piega, racconta chi viene fatto piegare con uno strumento antico e tuttora in uso, il senso di colpa, che nel romanzo funziona come un salario in natura. Efix serve le sue padrone per vent’anni, viene pagato in ritardo e poi non viene pagato più, e chiama penitenza ciò che qualunque ispettorato del lavoro chiamerebbe con un altro nome. Prima il racconto, poi il commento, in fondo qualche suggestione per continuare.

Canne al vento in breve: Galte, il Cedrino e le tre sorelle Pintor

Canne al vento esce a puntate sull’Illustrazione Italiana tra gennaio e aprile del 1913 e subito dopo in volume da Treves e resta il romanzo più noto di Grazia Deledda: scritto da Roma, dove l’autrice viveva dal 1900, su un villaggio sardo, Galte, che è Galtellì, vicino alla foce del Cedrino. Qui vivono Ruth, Ester e Noemi Pintor, ultime di una famiglia nobile in una casa cadente con un solo podere, e con loro vive in una capanna sul fiume Efix, il servo, che le sorelle chiamano a ogni emergenza e che ha alle spalle vent’anni di servizio, pagati con ritardo fin dal primo capitolo.

L’antefatto è il vero motore: il padre, don Zame, orgoglioso e violento, custodiva l’onore della casa come altri custodiscono una cassaforte; la terza figlia, Lia, è fuggita sul continente, dove si è sposata e ha avuto un figlio; don Zame è stato trovato morto su un ponte,e per vent’anni la disgrazia è rimasta indistinguibile dal delitto. Efix, che aveva dato una mano a Lia, sa più di quanto dica. Il presente del romanzo comincia con una lettera ingiallita: Giacinto, il figlio di Lia, rimasto orfano, sta per arrivare.

La trama, spoiler compresi

Il libro ha centotredici anni e la prescrizione degli spoiler è scattata da un pezzo. Prima ancora che Giacinto arrivi le zie si dividono, come si legge nelle prime pagine: Ester è favorevole, Ruth incerta, Noemi ostile. Il ragazzo si lega a Grixenda, che vive nell’orbita dell’usuraia Kallina, e vorrebbe sistemarsi, mentre don Predu, parente delle sorelle, ha messo gli occhi sul podere. Per mostrarsi all’altezza si indebita con Kallina firmando cambiali con la firma falsificata di Ester, perde il denaro al gioco e fugge a Nuoro. Il matrimonio con Grixenda, prima vietato e poi concesso da Noemi, si incaglia quando la cambiale arriva a scadenza, e Ruth si ammala e muore.

Efix va a cercare Giacinto per ordinargli di non tornare e, nel pieno di quel confronto, confessa ciò che ha taciuto per vent’anni: ha ucciso il padre delle sorelle, che aveva scoperto il suo aiuto a Lia, in un’uccisione accidentale che per lui è colpa intera. Tornato al paese, le padrone sono chiuse nel lutto e nei debiti e smettono di pagarlo. Don Predu insiste per comprare il podere, le sorelle cedono, Efix viene mandato a chiedere la mano di Noemi per conto del parente e se ne va amareggiato. Poi il cammino: a Nuoro si unisce a un mendicante cieco e gira le feste del circondario a chiedere l’elemosina, vivendo la questua come espiazione. Quando torna le cose si sono sistemate senza di lui: Grixenda gli annuncia che sposerà Giacinto e Noemi, di sua scelta, sposerà don Predu. Efix si trascina nella casa delle padrone per gli ultimi giorni, si confessa al prete e muore; donna Ester lo veglia con il lamento funebre e gli veste il cadavere, ed è forse l’unico momento in cui una Pintor serve il servo.

Siamo canne: il vento, Pascal e l’economia della colpa

La frase che dà il titolo al libro è uno scambio fra Ester ed Efix: lei domanda perché la sorte li spezzi come canne, lui risponde che gli uomini sono canne e che la sorte è il vento, e quando Ester chiede perché esista quel vento non sa che dire, perché lo sa soltanto Dio. L’immagine è più vecchia del romanzo: compare già in Elias Portolu, del 1903, e ha un precedente illustre in Pascal, che aveva fatto dell’uomo la più fragile delle canne, ma una canna pensante, più grande dell’universo che lo schiaccia perché sa di morire. Le canne di Deledda non pensano: si piegano, e a farle piegare, più che il vento, è la voce dei vicini, la paura di ciò che gli altri diranno e di non potersi perdonare in un mondo che non perdona.

Azzardo una lettura: in questo romanzo tutti devono a qualcuno, e solo uno paga in lavoro. Giacinto deve a Kallina, le sorelle devono a Kallina e al parente don Predu, i Pintor devono al proprio nome un onore che non si mangia, e Efix deve a tutti una vita, con in più un debito che non è in denaro. Nietzsche, nella Genealogia della morale del 1887, aveva legato la coscienza della colpa al rapporto fra creditore e debitore (di Nietzsche mi sono occupato di recente con Soloviev): Deledda mette in scena quella genealogia ventisei anni dopo, in un villaggio sardo. Il debito di Efix non è mai saldato perché non è mai quantificato, e proprio per questo funziona: chi si sente in colpa non chiede un aumento, ringrazia di poter lavorare. Il finale conferma la contabilità, perché l’amore riporta un nuovo equilibrio e ciascuno paga secondo il proprio ruolo, formula contabile per un lieto fine in cui il ruolo di Efix è pagare con l’ultima cosa che gli resta, il corpo.

Galtellì, o il prezzo di raccontare i vicini

Il romanzo ha una seconda storia, che è quella del suo costo. Secondo Piera Serusi, sull’Unione Sarda e sui ricordi delle nipoti, le dame Pintor sono ispirate alle sorelle Nieddu-Angioi di Galtellì, amiche di Deledda, che la ospitarono da ragazza e le affidarono le confidenze di famiglia; la fuga d’amore è invenzione, perché l’unica a lasciare il paese fu Filomena, che sposò un ingegnere torinese; le sorelle scoprirono il libro circa un anno dopo l’uscita, e Pietra, morta nel 1959 a 87 anni, non perdonò mai la scrittrice. Nel 2013 Galtellì le ha dato la cittadinanza onoraria, cent’anni dopo, che è il tempo di cui un paese ha bisogno per trasformare un’offesa in un percorso turistico.

Anche Efix ha un modello: secondo l’associazione Voches ‘e Ammentos, riportata dall’Unione Sarda, è Diego Francesco Mastio, detto Tziu Diegu, nato a Galtellì nel 1878 e servo in casa delle dame dal 1908 al 1926. Il mestiere dello scrittore, a guardarlo da qui, è una forma di appropriazione indebita di biografie altrui, e il risarcimento arriva sempre a babbo morto. Vale per Deledda, il cui ritratto della Sardegna, ricorda la sua biografia, fu giudicato arretrato da molti concittadini e intellettuali sardi, e vale per Salvatore Satta, il cui Il giorno del giudizio fu accolto da qualche nuorese con ostilità perché i riferimenti a persone reali erano facilmente riconoscibili, come ricorda la scheda del libro.

Contro la «resilienza»: Leopardi, la ginestra e la catena sociale

Torniamo alla massima da calendario. Anche la ginestra di Leopardi, nella lirica del 1836 uscita dopo la morte del poeta, si piega sotto la lava, senza supplicare e senza orgoglio inutile; ma Leopardi la accompagna con una proposta, la solidarietà fra gli uomini contro la natura indifferente, che è l’esatto contrario di ciò che accade a Galte, dove la comunità non fa catena, fa pettegolezzo. Le canne di Deledda si piegano da sole, ciascuna nel suo recinto di vergogna, ed è il motivo per cui la «resilienza» che se ne ricava è un controsenso: è la virtù che l’amministrazione chiede ai lavoratori quando vuole che assorbano il vento senza lamentarsi, e un romanzo che mostra come la colpa tenga in servizio un uomo per tutta la vita ne è, al contrario, l’atto d’accusa.

C’è poi la questione della memoria. Deledda, scrive Roberto Carnero sull’Avvenire, è poco presente nei manuali scolastici, e il Giornale la dà per mai adeguatamente rivalutata; per chi insegna è l’occasione per chiedersi perché si rinchiuda in una cornice regionale un libro che Mauro Novelli giudica ostinatamente sardo e insieme universale.

Tre ragioni per leggerlo oggi: (1) il senso di colpa è una forma di governo, (2) piegarsi è un’abitudine insegnata e non una dote naturale, e (3) una comunità può essere un tribunale oppure una catena, dipende da chi la organizza.

La risposta alla retorica dell’individuo, ho scritto in un altro pezzo, è la forza collettiva, non una virtù di singoli.


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