La politica securitaria e le armi di distrazione di massa: come si smonta un caso scomodo e ci si accanisce sui più deboli
Il copione politico è sempre lo stesso e funziona meglio quanto più la notizia di partenza è imbarazzante per chi governa. La strategia ha tre livelli: 1. succede qualcosa che chiama in causa lo Stato (una morte, una responsabilità, una domanda scomoda su chi comanda cosa); 2. si apre in fretta un altro fronte, possibilmente polemico, possibilmente identitario; 3.) quando anche quello si sgonfia, si trova un bersaglio più debole, uno che non ha un ufficio stampa e non convoca conferenze (i giovani, per esempio, o chi vive ai margini). Risultato: della domanda di partenza non si parla quasi più, perché il problema adesso è un altro.

I recenti casi di cronaca, la morte di Abderrahim Fakir dopo un fermo della polizia a Bologna e l’apertura di un dossier per la grazia al commerciante omicida Roggero, avrebbero dovuto aprire una discussione seria sull’uso della forza pubblica e sulle garanzie di chi viene fermato, nonché sull’opportunità dello scudo penale per le forze di polizia e sui limiti costituzionali del potere esecutivo.
Sulla dinamica dei fatti indagherà la magistratura, ed è giusto così, o eventualmente si esprimerà il Presidente della Repubblica: nessuno vuole emettere sentenze. Quello che si può notare, senza bisogno di anticipare nulla, è la rapidità con cui il dibattito pubblico si è spostato altrove.
Subito infatti si è aperto un fronte politico-mediatico chiaro, si è aperto un fascicolo sui ragazzini in tuta da ginnastica, sulla repressione delle baby gang, sull’estirpamento del disagio giovanile attraverso il carcere. Funziona sempre, e probabilmente funzionerà anche la prossima volta, a meno che qualcuno non inizi a chiedere, con la stessa insistenza riservata ai coltelli nelle tasche dei minorenni, dove sono finiti i soldi per le scuole, gli psicologi, il lavoro con contratti veri.
La retorica securitaria è di fatto un cavallo di battaglia di questo governo – Nel 2023, dopo lo stupro di gruppo di Caivano, il governo vara un decreto che promette di aggredire il disagio giovanile: più ammonimenti, più strutture di contenimento, sanzioni alle famiglie che non mandano i figli a scuola. Nell’aprile 2025 arriva il decreto sicurezza propriamente detto, convertito nella legge 80/2025, che introduce 14 nuovi reati: tra questi la resistenza anche passiva in carcere e nei centri per migranti, i blocchi stradali dei cortei “no Tav” e “no Ponte”, la rivolta nei centri di trattenimento. Un impianto giudicato “repressivo” da sindacati, Cassazione e Anm, fatto passare a colpi di fiducia, senza vero dibattito parlamentare.
A gennaio 2026 il Viminale prepara un nuovo pacchetto, con lo “scudo” per gli agenti, il daspo per chi manifesta.
Il 14 luglio 2026 arriva il sesto decreto sicurezza dell’era Meloni, che estende il fermo preventivo ai minorenni e lo affida anche ai vigili urbani.
Il 23 luglio, quattro giorni dopo la morte di Fakir, il Consiglio dei ministri approva il disegno di legge “antimaranza” ( (“maranza” è termine gergale con cui la stampa indica ragazzi in tuta da ginnastica che si aggirano nei centri storici, una descrizione di costume piuttosto che criminologica vera e propria): imputabilità per chi ha 14 anni, sanzioni economiche ai genitori, divieto assoluto di portare coltelli.
Sei decreti sicurezza in meno di quattro anni: a cui si aggiungono le norme anti-rave, gli interventi diretti del MIM per l’inasprimento delle sanzioni disciplinari scolastiche, ma anche il divieto di affrontare temi sensibili di disagio sociale come l’educazione socio affettiva.
Intanto proprio il 24 luglio è arrivata la notizia sconvolgente dell’ennesimo morto sul lavoro, stavolta un ragazzo di 18 anni, nel nuorese, studente presso un Istituto Superiore.
Non era un “maranza”, la notizia quindi può essere lasciata alla cronaca locale e non interessare il governo, sempre più incapace di esprimersi con politiche serie a favore della sicurezza sul lavoro e della formazione alla prevenzione degli incidenti sul lavoro.
Accanimento giovanile – Non è un caso che proprio sulla giustizia, i giovani si siano mobilitati per dare un segnale chiaro al governo. Il 22 e 23 marzo 2026 si è votato per il referendum costituzionale confermativo sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la riforma-bandiera dell’esecutivo. Qui il quorum non serviva, e infatti l’affluenza è stata alta, quasi il 59%: eppure ha vinto il No, con circa il 53-54% dei voti. A trainarlo, secondo le rilevazioni delle agenzie che hanno analizzato il voto, sono stati soprattutto gli under 35, che hanno votato No al 61,1%, mentre solo tra gli over 55 ha prevalso, di misura, il Sì. Insomma: quando i giovani restano a casa, “vince” il governo per assenza di quorum (8-9 giugno 2025); quando vanno a votare in massa, il governo perde. A questa generazione, lo Stato continua infatti a offrire un solo destino possibile: diventare “capitale umano”, ingranaggio flessibile di un mercato che chiede sempre più adattabilità e offre sempre meno garanzie.
L’elenco delle risposte mancate – Se il problema fosse davvero il disagio giovanile, e in parte lo è, resterebbe da capire cosa lo Stato abbia fatto, negli stessi anni dei sei decreti sicurezza, per prevenirlo invece di reprimerlo. La lista si legge in fretta, perché è corta.
- Fuga di cervelli. Nel 2024 il governo ha ridotto lo sconto fiscale per chi rientra a lavorare in Italia dopo un’esperienza all’estero, il cosiddetto “rientro dei cervelli”, portando la detassazione dal 70 al 50%. Nel 2026 l’unica proposta sul tavolo riguarda gli incentivi per i pensionati che rientrano dall’estero nei piccoli comuni del Sud, ancora ferma in commissione: rivolta a chi il lavoro non lo cerca più, non ai laureati che se ne vanno.
- Diritto allo studio universitario. Il fondo integrativo statale per le borse di studio è sceso, nel passaggio all’anno accademico 2025-2026, del 19,7% in un solo anno — la contrazione più forte dai tagli lineari di Tremonti del 2010-2011 — con la componente Pnrr dimezzata.
- Istituti tecnici e professionali. La riforma “4+2” varata a febbraio 2026 taglia il monte ore delle discipline caratterizzanti e mette a rischio posti di lavoro e organici, tanto da finire sotto sciopero dei docenti proclamato dalla FLC CGIL: non esattamente il modo in cui si rafforza un canale formativo pensato anche per chi rischia di uscire presto dal sistema scolastico.
- Numero chiuso. Il governo rivendica l’abolizione dei test d’ingresso a Medicina, sostituiti da un “semestre aperto” a iscrizione libera. Peccato che il numero di posti resti comunque fissato ogni anno a livello nazionale, e che al primo appello solo il 15% circa dei candidati abbia superato tutte le prove: stesso imbuto, filtro riverniciato.
- Luoghi di aggregazione giovanile. Il Fondo nazionale per le politiche giovanili — quello che finanzia inclusione sociale, spazi di aggregazione, contrasto al disagio dei NEET — è passato da circa 90,8 milioni nel 2022 a 48,5 milioni nel 2026: quasi dimezzato in quattro anni.
- Sport di prossimità. Il bando “Sport e Periferie 2026” mette a disposizione di tutti i Comuni italiani 100 milioni di euro per impianti sportivi nei quartieri degradati: una cifra che si commenta da sola, se paragonata al costo di sei decreti sicurezza in quattro anni.
Il rapporto di forza tra repressione e prevenzione, numeri alla mano, è piuttosto eloquente.
Meritocrazia e repressione: la ricetta che aumenta le distanze – L’impostazione di base è che i giovani vanno selezionati, per classe e per censo, per assicurarli all’ingranaggio giusto. Il tutto ammantato dietro l’etichetta ipocrita di “meritocrazia”. Michael Sandel ha chiamato “tirannia del merito” l’idea per cui chi resta indietro se lo sia meritato, e chi sta in alto pure, secondo una narrazione comoda per chi sta in alto, molto meno per chi parte da un quartiere popolare con una scuola che chiude presto per mancanza di fondi. Thomas Piketty, dal canto suo, documenta da anni come le disuguaglianze di reddito e patrimonio crescano strutturalmente quando lo Stato smette di redistribuire e si limita a proteggere chi ha già. Non si possono lasciare separate le indicazioni politiche (culto del merito e ritiro della redistribuzione), anzi, sono assolutamente da mettere insieme perché corrispondono appunto a segregazione sociale nei quartieri, segregazione scolastica negli istituti, frutto di una politica che invece di ridurre le distanze le sorveglia con più telecamere.

Dal lavoro al disagio giovanile: colpevolizzare invece di risolvere – C’è un filo che lega il modo in cui lo Stato tratta chi è precario sul lavoro e il modo in cui tratta chi è precario nella vita. Roberto Ciccarelli lo racconta da anni analizzando il passaggio dal welfare al workfare: non più un sostegno incondizionato a chi è in difficoltà, ma un sussidio condizionato alla prova costante di “meritarselo”, di essere sufficientemente attivo, disponibile, ricollocabile. La stessa logica, applicata al disagio giovanile, produce esattamente i decreti appena elencati: non risorse per le scuole nei quartieri difficili, non psicologi nei consultori, non investimenti nei centri di aggregazione chiusi da anni per tagli — ma sanzioni ai genitori, fermo preventivo, abbassamento dell’età imputabile. Il disagio non si previene, si sanziona a valle. È più economico, elettoralmente più redditizio, e soprattutto non chiede allo Stato di mettere mano al portafoglio.
Redistribuzione, non remigrazione – Quando si parla di giustizia sociale, la destra di governo — italiana ed europea — ha imparato a usare le parole giuste al posto sbagliato. Si parla di “sicurezza” invece che di prevenzione, di “merito” invece che di uguaglianza delle opportunità, di “rimpatri” e “remigrazione” invece che di redistribuzione della ricchezza. È un trucco linguistico non da poco: sposta il problema dalla distribuzione delle risorse alla distribuzione delle persone. Non “chi ha troppo dovrebbe dare qualcosa a chi ha poco”, ma “chi non è nato qui dovrebbe tornare da dove è venuto”. Due risposte completamente diverse alla stessa domanda — perché cresce la disuguaglianza? — e soltanto la prima costa qualcosa a chi sta comodo.
La destra italiana ha fatto della paura il suo marchio di fabbrica: paura dello straniero, paura del giovane, paura del diverso, paura del futuro. E su questa paura costruisce leggi, decreti, campagne elettorali, ma la paura, si sa, è un pessimo consigliere e un pessimo governo. Perché quando governi con la paura, non risolvi i problemi, piuttosto li nascondi: quando governi con la repressione, non curi il disagio, lo spingi sotto il tappeto. E quando governi per i ricchi, i poveri lo sanno, i giovani lo sanno.
Intanto però, c’è un uomo morto a Bologna con la faccia sull’asfalto, c’è un gioielliere in carcere che alcuni vorrebbero eroe e altri assassino, ci sono migliaia di giovani che si sentono bersagliati, non protetti, e c’è un governo che, invece di fare il bagnino e salvare chi affoga, sta in spiaggia a controllare che nessuno giochi a pallone troppo vicino all’ombrellone dei ricchi.
La giustizia, quella buona, comincia dal riconoscere che un Paese che lascia morire Fakir e applaude Roggero, che colpevolizza i giovani e protegge i potenti, che confonde la remigrazione con la redistribuzione, è un Paese che ha perso la bussola. Soprattutto è un Paese che, prima o poi, rischia di perdere anche i suoi cittadini.
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