Settembre 2025. Il Consiglio dei ministri approva il decreto-legge 127, subito ribattezzato “DL Maturità”. L’Esame di Stato conclusivo del secondo ciclo cessa di esistere: torna ad essere, ufficialmente e nei diplomi, l’«esame di maturità». Una parola che non si sentiva nei documenti ufficiali dal 1923. Non è nostalgia: è politica.
Nomen omen – Il ritorno alla denominazione di «esame di maturità» è «la stessa che questa prova ha avuto a partire dal lontano 1923 e che non richiama all’acquisizione di un titolo, ma al passaggio da un’età adolescenziale ad una più matura, con uno sguardo paternalistico a studentesse e studenti» (FLC CGIL) Non si certifica più un sapere verificabile: si giudica un’attitudine, una disposizione, una «crescita personale».
Il ritorno all’«esame di maturità» indebolisce la natura istituzionale e certificativa della prova, spostando la valutazione su aspetti prevalentemente qualitativi, inerenti il livello di maturazione e crescita personale dello studente, invece che su una certificazione oggettiva e quantitativa delle conoscenze. Ciò rischia di indebolire, in prospettiva, il valore legale del titolo di studio.
fonte: FLC CGIL
Il decreto è stato convertito in legge il 28 ottobre 2025 in tempi fulminei — approvato dal Senato il 15 ottobre, dalla Camera senza modifiche pochi giorni dopo — ignorando ogni emendamento proposto dalla FLC CGIL e dalle opposizioni. Una «conversione lampo» che «consolida una riforma che interviene su materie strutturali della scuola pubblica con logiche di risparmio e senza un vero confronto con il personale».
Nessuna pluralità – La commissione d’esame è ridotta da sette a cinque componenti: due interni, due esterni, un presidente esterno. La motivazione, dichiarata senza pudore, è il risparmio: oltre 35 milioni di euro l’anno. I compensi dei commissari, intanto, restano congelati al maggio 2007. Come scrive la FLC CGIL nell’audizione al Senato: «permane la problematica relativa alla retribuzione delle Commissioni d’esame, con compensi fermi al maggio 2007». La collegialità della valutazione — garanzia di pluralità di sguardi sullo studente — viene sacrificata a un taglio di bilancio.
Il sistema dei punti bonus viene anch’esso ritoccato: la commissione può integrare il punteggio fino a tre punti (prima cinque), ma solo sopra i 90 (prima 97). Sembra un allargamento: è in realtà un depotenziamento del ruolo discrezionale della commissione, che può incidere meno sul voto finale.
La centralizzazione del colloquio – Il cuore della riforma è il colloquio orale. Il vecchio esame multidisciplinare — con tutti i suoi difetti — garantiva una valutazione d’insieme del percorso quinquennale. Il nuovo colloquio verterà su sole quattro materie, individuate con decreto del Ministro entro il 31 gennaio di ogni anno. Il Ministro. Non il consiglio di classe, non i docenti, non la commissione.
Questa centralizzazione non ha precedenti nella storia repubblicana della scuola italiana. Un singolo atto ministeriale decide, per tutti gli studenti d’Italia, quale sapere conta e quale no, nell’anno in cui si chiude un ciclo di studi: «sul tema si dovrebbe consentire un sereno e ampio dibattito professionale e pedagogico. Non si comprendono le ragioni del ritorno alla denominazione “esame di maturità”». (FLC CGIL nell’audizione al Senato)
La valutazione incorpora ora elementi extra-disciplinari: «il grado di autonomia e di responsabilità raggiunto dallo studente», le attività sportive e culturali, «azioni particolarmente meritevoli che abbiano evidenziato senso di responsabilità e impegno». La persona «a 360 gradi», dice Valditara. Ma questa vaghezza è una porta aperta all’arbitrio: chi decide cosa è «meritevole»? Chi stabilisce il livello di «maturità» di un diciottenne?
Non si comprendono le ragioni del ritorno alla denominazione «esame di maturità», ma sono chiare le conseguenze: la natura istituzionale e formale dell’esame come prova statale nazionale, basata sulla certificazione oggettiva e quantitativa di conoscenze, competenze e capacità acquisite, cede il posto a una valutazione prevalentemente qualitativa del livello di maturazione.
FLC CGIL, VII Commissione Senato, settembre 2025
L’INVALSI come certificazione parallela: il corollario è l’abolizione del valore legale del titolo di studio – Il decreto attribuisce all’INVALSI il compito esclusivo di restituire agli studenti i propri livelli di apprendimento in forma descrittiva, allegati al curriculum personale: «una certificazione parallela che potrebbe condannare l’Esame di Stato alla perdita di valore legale».
Il meccanismo è chiaro: se esiste già una “certificazione” esterna firmata da un ente di valutazione nazionale, il diploma perde la sua unicità come titolo giuridicamente rilevante. Il valore legale si erode non con un atto formale, ma con la progressiva marginalizzazione dell’esame rispetto ad altri strumenti valutativi: questa è la logica di un governo che usa l’istruzione come strumento, non come fine.
Una riforma strutturale – La riforma della maturità non va letta da sola. Va letta insieme alla filiera formativa tecnologico-professionale 4+2 — quattro anni di istituto tecnico più due agli ITS Academy — che con lo stesso DL 127/2025 diventa ordinamentale.
Un anno di scuola in meno.
Ore di italiano tagliate nell’anno dell’esame.
Formazione-lavoro anticipata al secondo anno del biennio, quando le basi disciplinari non sono ancora consolidate.: «vengono eliminate 66 ore al quinto anno. Di queste, 33 vengono tolte all’italiano, un’ora a settimana, e proprio nell’anno della maturità. Al contrario vengono ampliate le attività di formazione scuola lavoro». Il tema è sempre quello: «la subalternità culturale all’idea che per formarsi servano semplicemente le competenze acquisite sul luogo di lavoro». (FLC CGIL)
Il messaggio educativo è chiarissimo: cari studenti, imparate a memoria date e formule, ma per carità, non sviluppate una coscienza civile. Non fate domande scomode. Non guardate troppo da vicino.
La lettura di Jacobin Italia e Left converge: il modello tedesco e svizzero evocato da Valditara non è un riferimento pedagogico neutro, ma un modello di riproduzione sociale. La biforcazione precoce tra percorsi liceali e tecnico-professionali consolida — non riduce — le diseguaglianze di classe: il figlio dell’operaio va al tecnico quattro anni, prende il diploma e va in fabbrica; il figlio del professionista va al liceo cinque anni, poi università. La scuola non livella: amplifica.
Non tutto tace. – In alcune grandi città, a meno di cento giorni dall’esame, collettivi studenteschi occupano i licei. I rappresentanti degli studenti dichiarano che «la scuola deve rimanere un luogo di confronto e costruzione della coscienza critica, piuttosto che uno spazio per la propaganda istituzionale». La critica principale è chiara: ridurre la complessità dell’esame lo trasforma in «una mera verifica nozionistica, privandolo del valore multidisciplinare necessario a valorizzare» il percorso complessivo degli studenti.
La FLC CGIL ha combattuto il decreto in ogni sede: audizioni parlamentari, emendamenti, lettere al Ministro. Nessun esito. La «conversione lampo» del DL 127 è essa stessa un atto politico: la maggioranza ha chiuso la porta a qualsiasi mediazione, la riforma della scuola si fa senza i lavoratori della scuola. Si fa contro gli studenti che protestano.
Cosa direbbe Piero Calamandrei leggendo questi provvedimenti? Forse che la Costituzione è diventata carta straccia quando si tratta di scuola pubblica: a profezia del 1950 si avvera per via amministrativa, per via curriculare, per via finanziaria.
La riforma della maturità, presa da sola, può sembrare tecnica. Ma non lo è. Va letta insieme al 4+2, alla riforma degli istituti tecnici, alla centralizzazione ministeriale del colloquio orale, al peso crescente dell’INVALSI, al ruolo delle imprese nella progettazione dei curricoli: letti insieme, compongono un disegno coerente di una scuola più corta, più tecnica, più controllata, meno critica, più utile alle imprese.
La risposta deve essere culturale e politica: deve essere la difesa — militante, ostinata, informata — dell’idea che la scuola non è un’azienda, lo studente non è un prodotto, il sapere non è una merce. Formare cittadini liberi e critici è incompatibile con formare operai adattivi e docili. La differenza tra le due scuole non è pedagogica: è la differenza tra la democrazia e la sua negazione.
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