L’11 giugno 1984, a Padova, è morto Enrico Berlinguer: aveva 62 anni. Era caduto quattro giorni prima dal palco dove stava tenendo un comizio, uno dei tanti, per le elezioni europee, colpito da un ictus mentre parlava alla sua gente. Nonostante il malessere, concluse il discorso: «Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda!» Poi si accasciò.
Al suo funerale a Roma, il 13 giugno, parteciparono oltre un milione di persone, radunatesi non per protocollo o per ordine di partito, ma perché Berlinguer era una cosa rara: un politico onesto, chiaro, coerente di cui ci si poteva fidare. Fu segretario nazionale dal 1972 fino alla morte: il terzo segretario nella storia repubblicana del partito, dopo Togliatti e Longo.
Sotto la sua guida il PCI non fu mai più grande: nelle elezioni politiche del 1976 il partito ottenne il 34,4% dei voti alla Camera, il miglior risultato della sua storia, insidiando per la prima volta lo storico primato della DC.
L’anno prima, le elezioni regionali del 1975 avevano già dato il 33,4%, numeri che oggi farebbero impallidire chiunque, costruiti non con il marketing ma con la militanza capillare, la presenza nei luoghi di lavoro, la credibilità personale del segretario.
Provo a sintetizzare, brevemente, alcune delle sue tante “imprese politiche”.
Il compromesso storico – Nel 1973 Berlinguer lanciò la strategia del compromesso storico, non solo come accordo politico con i cattolici, ma come tentativo di introdurre nelle strutture della società elementi propri del socialismo. Non era subalternità alla DC: era realismo rivoluzionario in un paese attraversato dalla violenza e dalla trama nera. La si può giudicare un errore, ma era una posizione, non un tatticismo, aveva una visione, non uno spin doctor.
L’eurocomunismo e il distacco dall’URSS– Berlinguer svolse un ruolo determinante nel movimento comunista internazionale avviando un processo di distanziamento dall’Unione Sovietica ed elaborando un modello alternativo che prese il nome di eurocomunismo. Rivendicò il legame inscindibile tra democrazia e socialismo quando non era affatto scontato farlo; disse “no” all’invasione della Cecoslovacchia, prese le distanze da Mosca senza abdicare alla prospettiva comunista. Non era anticomunismo, era autonomia e dignità.
La questione morale – È il lascito più bruciante. Il 28 luglio 1981, in una memorabile intervista a Eugenio Scalfari su la Repubblica, disse: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero». Lo disse quarantacinque anni fa, ma sono attualissime. La denuncia passò inascoltata, sappiamo cos’è stata poi la storia (la punta dell’iceberg è stata “Mani pulite”).
La pace, gli euromissili. L’ultima fase della sua attività politica fu caratterizzata dall’attenzione verso la condizione dei lavoratori, la questione morale, il dialogo con i movimenti femministi e l’opposizione agli euromissili. Quando Reagan spingeva per l’installazione dei missili a testata nucleare in Europa, Berlinguer disse “no“, non per filosoviettismo, ma per coerenza pacifista e per la pelle dei popoli europei. Una posizione che oggi, in un continente che si riarma freneticamente, tornerebbe utile rileggere con attenzione.
L’eredità – Berlinguer era sobrio nei modi e intransigente nella sostanza. Non arricchiva sé stesso. Non costruiva carriere personali sulle macerie degli ideali. Non cercava visibilità televisiva, perché la televisione non lo interessava quanto le piazze. È rimasto nell’immaginario collettivo come uno dei leader politici più moralmente nobili della storia repubblicana italiana.
Oggi la politica — tutta la politica, trasversalmente — gli somiglia come un ologramma somiglia a un essere umano. Abbiamo partiti senza iscritti, leader senza storia, campagne senza contenuto, morale pubblica ridotta a performance social. Abbiamo la forma della politica senza la sostanza.
Berlinguer non era un santo: era un comunista che credeva in quello che faceva, che non si vendeva, che moriva letteralmente sul lavoro, su un palco, con il microfono in mano.
Compagni, lavorate tutti.
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