Le urne tedesche hanno appena dato la risposta che i sondaggi anticipavano da settimane: due settimane dopo il tracollo della Cdu in Sassonia-Anhalt (Afd al 43,8%, i cristiano-democratici crollati al 17,2%), oggi tocca a Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino, e il verdetto secondo le proiezioni Zdf è ancora più duro per Friedrich Merz. In Pomerania l’Afd sfiora il 38%, superando per la prima volta la Spd (36,3%) proprio nel Land governato dalla popolare Manuela Schwesig; la Cdu del cancelliere si ferma al 5%, sulla soglia di sbarramento. A Berlino la Linke vince con il 25,8%, la Cdu la insegue al 20%, l’Afd arriva terza ma quasi raddoppia il proprio risultato del 2023.
Merz parla di “disastro” e promette di andare avanti con le riforme: un cancelliere che, secondo l’ultimo sondaggio Insa, ha la fiducia di appena il 14% dei tedeschi. È la conferma, se ancora servisse, che la crisi della socialdemocrazia moderata e conservatrice — quella di cui Cdu e, in parte, la stessa Spd sono state a lungo le custodi — non è più contenibile: il centro si svuota, e l’elettorato tedesco sceglie le alternative più nette, ciascuna a modo suo radicale. In Pomerania, terra dell’ex Ddr, prevale la risposta populista e identitaria dell’Afd; a Berlino, città più giovane e plurale, prevale quella più strutturata e sociale della Linke, capace — dice la sua candidata Elif Eralp — di scrivere la storia opponendo amore e giustizia all’odio.
Due Germanie, due risposte alla stessa domanda: il popolo chiede un cambiamento serio, e lo chiede da destra come da sinistra, purché sia radicale. L’unica cosa che sembra ormai fuori mercato è la mediazione stanca del centro. Quanto ancora potrà “andare avanti con le riforme” un cancelliere che tre tedeschi su quattro non vogliono più al comando?
La stessa domanda si è affacciata ieri anche in Italia, nella prima domenica dei leader della campagna 2027: Schlein chiude la Festa dell’Unità a Bologna promettendo la vittoria dopo vent’anni; Conte, da Milano, ripete come un mantra “tocca a noi”, puntando a Palazzo Chigi; Salvini è a Pontida, ma Vannacci, un tempo ospite d’onore lì, sceglie un palco tutto suo a Orvieto; Meloni, da Fenix, prende in giro Schlein e Conte senza mai nominare Vannacci. Cinque piazze, la stessa domanda tedesca: intercettare il malcontento o lasciarlo scegliere l’alternativa radicale. La lezione di Pomerania e Berlino vale anche qui: le mediazioni di centro non reggono, contano solo le proposte nette.
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