Due Anticristi e un paravento: Nietzsche, Soloviev e il mestiere di dare dell’Anticristo agli altri
Domenica, giorno di prediche: la nostra riguarda una parola che da duemila anni serve a dire «il nemico» senza doverne discutere le ragioni. Gianfranco Ravasi, sulla Domenica del Sole 24 Ore, si chiede se l’Anticristo sia in questi mesi un «paravento ideologico», e per farlo parte da Giovanni, passa per Nietzsche e arriva a Peter Thiel, che a Roma a metà marzo ha dedicato all’Anticristo quattro lezioni a porte chiuse.
Nel percorso manca il secondo grande Anticristo del Novecento: quello di Vladimir Solov’ëv, che è esattamente l’Anticristo di cui Peter Thiel si serve e che con quello di Nietzsche sembra non avere nulla in comune, a parte i dodici giorni che separano, nell’agosto del 1900, la morte dei rispettivi autori. Li metto a confronto perché il confronto risponde alla domanda di Ravasi: se la stessa parola può designare due figure opposte, chi la pronuncia sta descrivendo un nemico o costruendone uno?
Ravasi: da Giovanni a Thiel, e il «paravento»
Il percorso di Ravasi è, come si addice a un biblista, filologico. Nel Nuovo Testamento il termine Antichristos compare cinque volte e soltanto negli scritti giovannei: non è la Bestia dell’Apocalisse, è, dice la prima lettera, «colui che nega il Padre e il Figlio», cioè chi nega che Gesù sia venuto nella carne, e non è nemmeno uno solo, perché Giovanni parla di «molti anticristi» già in circolazione. La figura è poi diventata personificazione simbolica del male e arma polemica: Ravasi ricorda Saladino e il papa di Lutero, che è il modo elegante di dire che l’Anticristo, nella storia, è quasi sempre l’altro. Su Thiel il giudizio è prudente: il pensiero, espresso in un podcast, è fluido e a tratti contraddittorio, e l’Anticristo vi coinciderebbe con un ordine globale tecnocratico che usa la religione come antidoto ai rischi della tecnologia e può farsi controllo totalizzante.
Il convegno romano del 15-18 marzo, che Ravasi definisce esoterico ed esclusivo, era fatto di incontri solo su invito, senza telefoni, registrazioni né appunti, organizzati dall’associazione «Vincenzo Gioberti» e dalla sede romana della Catholic University of America, con l’Angelicum che ha smentito di ospitarli. L’Anticristo di Thiel era già andato in scena a settembre 2025 a San Francisco, al Commonwealth Club, in quattro conferenze: vi rientrano la regolamentazione tecnologica, la governance globale, la lotta al cambiamento climatico e Greta Thunberg, cioè tutto ciò che promette pace e stabilità e toglierebbe libertà.
Le obiezioni sono due.
La prima è cattolica: Francesco Cicione, su Avvenire, nota che Thiel usa la parola in senso girardiano-metaforico mentre per Giovanni l’Anticristo «non deve venire. È già venuto».
La seconda è materialista: il filosofo Alessandro Mulieri, intervistato dal Manifesto, osserva che «si parla di apocalisse invece che di Palantir», che Euronews descrive come fornitrice di forze armate e agenzie governative, ICE compresa. Ravasi ci arriva con altri mezzi: la religione, «forse», è soltanto un paravento ideologico, in questo caso sacrale, per interessi politici ed economici colossali. Cita anche Nietzsche, il cui Anticristo data al 1894: figura «più complessa», ma antitetica a Cristo. Di Solov’ëv non c’è traccia, ed è un peccato, perché è lì che il paravento si vede meglio.
Nietzsche: l’Anticristo che parla in prima persona
L’Anticristo di Nietzsche non è un personaggio: è una voce. Scritto nell’autunno del 1888, fu stampato a metà degli anni Novanta dell’Ottocento (Ravasi indica il 1894, le fonti inglesi il 1895) dopo che gli amici ne avevano rimandato l’uscita e l’archivio della sorella ne aveva soppresso alcuni passi. Il titolo tedesco, Der Antichrist, vale tanto «l’Anticristo» quanto «l’anticristiano», e l’uso che il libro ne fa sostiene soprattutto il secondo senso: Walter Kaufmann tradusse «Antichrist» perché l’intento provocatorio lo richiedeva. La prima pagina dà il registro: «guardiamoci in faccia: siamo iperborei». E non c’è escatologia, nessuna fine dei tempi da aspettare, perché la catastrofe, per Nietzsche, è già avvenuta e si chiama cristianesimo: «io chiamo il cristianesimo l’unica grande maledizione», e il calendario va riscritto, perché l’umanità conta il tempo dal dies nefastus in cui toccò quella fatalità, il primo giorno del cristianesimo: perché non piuttosto dall’ultimo?
Il bersaglio è la morale della compassione: «il cristianesimo è chiamato la religione della pietà», e la pietà, scrive Nietzsche, è «la tecnica del nichilismo» e «persuade all’estinzione» (traduzioni mie dall’inglese, qui e sotto). Il Gesù di Nietzsche si salva (in fondo, dice, c’è stato un solo cristiano, ed è morto sulla croce) e a pagare è Paolo, il «disangelista», in cui s’incarna l’esatto opposto del «portatore di buone novelle». L’Anticristo di Nietzsche, in breve, non attacca la Chiesa dall’esterno con un falso Cristo: l’accusa di aver falsificato Cristo. È un Anticristo che rimprovera ai cristiani di non esserlo. Sullo sfondo c’è l’«ultimo uomo» dello Zarathustra, che è l’inventore della felicità comoda: tenetelo a mente.
Solov’ëv: l’Anticristo come benefattore
Capovolgiamo la scena. Il Breve racconto dell’Anticristo (vedi qui il post specifico), che chiude i Tre dialoghi sulla guerra, il progresso e la fine della storia, uscì sul giornale «Nedelja» il 27 febbraio 1900; l’autore morì il 13 agosto, dodici giorni prima di Nietzsche. Lo legge il signor Z. da un manoscritto del padre Pansofio, davanti a un generale, un politico, una signora e un principe nel quale Le Grand Continent riconosce Tolstoj. L’Anticristo arriva dopo un’invasione panmongola dell’Europa e la nascita di un’unione degli Stati europei. A trentatré anni è già un pensatore famoso, «un grande spiritualista, asceta e filantropo» che «molti chiamavano superuomo» (traduzioni mie dall’inglese), vegetariano, autore di un libro dal titolo La via aperta alla pace e alla prosperità universali, eletto presidente a vita degli Stati Uniti d’Europa e poi imperatore romano. Non è ateo: crede in Dio, ma «preferisce se stesso»; dubita della resurrezione di Cristo e prova un’«invidia ardente», fino al grido: «sono io, sono io, e non lui!». Da lì la formula che Thiel cita nel suo testo: «Cristo ha portato la spada; io porterò la pace».
Il momento decisivo è il concilio di Gerusalemme, in un edificio che è insieme tempio e palazzo sull’Haram al-Sharif (qui il testo), dove l’imperatore fa a ciascuno la sua offerta: ai cattolici il papa rimesso sul trono di Roma, agli ortodossi un museo mondiale dell’archeologia cristiana a Costantinopoli, ai protestanti un istituto mondiale per il libero esame delle Scritture. Tre oggetti di culto, nessun Cristo. Lo starec Giovanni gli chiede di confessare davanti a tutti il nome di Gesù Cristo e grida «Figlioli, è l’Anticristo!» prima di essere fulminato; il papa Pietro II lo anatemizza con un «Contradicatur!»; il professor Pauli, teologo protestante, scrive e firma la risoluzione di ritirarsi nel deserto ad aspettare; e il mago Apollonio, fatto cardinale e poi papa, dichiara di essere tanto vero ortodosso e protestante quanto vero cattolico. L’epilogo, che il signor Z. riassume a memoria, è apocalittico: il ritorno di Cristo e il regno dei fedeli per mille anni. La morale che il signor Z. ricava è un proverbio: non è tutto oro quel che luccica.
–> Sul legame fra questo racconto e il Grande Inquisitore di Dostoevskij ho già scritto qui.
Il confronto: due teorie del falso
Il primo punto in comune è inatteso: sono entrambe teorie dell’imitazione. Per Nietzsche a falsificare Cristo è stata la Chiesa; per Solov’ëv a farlo è l’Anticristo, il «Cristo negativo» (la formula è dello studio di Giulio Ardenghi su Two Tales on the Antichrist), il cui potere «funziona» solo perché presuppone che la trascendenza sia possibile. E in entrambi i casi il falsario è un insider: l’Anticristo di Nietzsche nasce da Paolo, quello di Solov’ëv ha un dottorato honoris causa in teologia a Tubinga. Nessuno dei due arriva da fuori, travestito da ateo.
La divergenza è più divertente. Nietzsche attacca la pietà e la felicità comoda dell’ultimo uomo; l’Anticristo di Solov’ëv è la loro amministrazione: pace, prosperità, ecumenismo, ascetismo salutista, un welfare globale con la liturgia al posto giusto. Messi uno di fronte all’altro, si capisce perché Thiel, nel suo testo su Benedetto XVI, nella versione del Foglio, definisce l’Anticristo di Solov’ëv «un teologo liberale nietzscheano»: un po’ superuomo, perché ha l’ego e la smisurata fiducia in sé, un po’ ultimo uomo, perché governa il benessere. Ardenghi precisa che Solov’ëv, conosciuto Nietzsche tardi, identifica il superuomo con l’uomo-dio, anti-Cristo per eccellenza, ma che una differenza esiste: lo Zarathustra ha un ruolo liberatorio, l’Anticristo vuole asservire. Nietzsche non avrebbe mai scritto un libro intitolato La via aperta alla pace e alla prosperità universali; avrebbe però sorriso davanti al museo ortodosso di archeologia cristiana, perché è la sua tesi trasformata in politica culturale: le chiese come «tombe e sepolcri di Dio» (La gaia scienza, af. 125).
Resta una terza differenza, che riguarda chi parla. L’Anticristo di Nietzsche rivendica il nome: è l’autore, in prima persona, a dichiararsi tale. Quello di Solov’ëv lo assegna un narratore: l’Anticristo è un oggetto di accusa, non un soggetto che parla. Sono i due usi possibili della parola: chi si dice anticristiano compie un atto filosofico, chi dà dell’Anticristo a un altro compie un atto politico. Thiel appartiene alla seconda categoria e la lista degli imputati (regolatori, governance globale, ambientalismo) coincide con le virtù dell’imperatore di Solov’ëv: pace, sicurezza, prosperità, concordia fra le confessioni. Solov’ëv metteva sotto accusa chi amministra pace e sicurezza con i mezzi dello Stato; oggi a servirsene è il cofondatore di un’azienda che lavora per forze armate e agenzie governative, e il Manifesto aveva messo in titolo già a settembre: «A Thiel serve il budget della Difesa». Ecco il paravento, nel senso proprio.
Chi ha bisogno del paravento
La genealogia, a questo punto, suggerisce un metodo. Se «Anticristo» è una parola che serve a rendere il nemico indiscutibile, la domanda non è chi sia l’Anticristo, ma chi trae vantaggio dal fatto che ce ne sia uno. Nina Krusciova, su Domani, ha raccolto il fenomeno in una frase: «dal Cremlino alla Casa Bianca alla Silicon Valley, l’Anticristo (o almeno se ne parla) sta arrivando»: ciascun potere ha il suo e ciascuno lo cerca sempre nel campo avversario. Prendiamo la tecnica: Thiel mette la regolamentazione tecnologica fra i volti dell’Anticristo, ma chi decide chi può rallentare cosa, e a vantaggio di chi, è una questione di potere e non di teologia (ne ho scritto a proposito dell’intelligenza artificiale: qui). È la lezione di Foucault (si veda qui): chi controlla il discorso di verità controlla anche la lista dei nemici.
Nietzsche e Solov’ëv, letti insieme, offrono un test molto più pratico di qualsiasi teologia: chiedersi quale Cristo si pretenda di difendere. Per Nietzsche conta una pratica, non una dottrina («non è una “fede” a distinguere il cristiano, ma un diverso modo di agire», §33); per Solov’ëv conta il nome, pronunciato davanti a tutti da chi non ha niente da guadagnarci. Nell’Anticristo di Thiel, a giudicare da ciò che ne riferiscono Ravasi e Cicione, non c’è né l’una né l’altro: manca il Cristo, e il nemico ha già l’indirizzo.
E allora, se l’Anticristo si presentasse davvero come in Solov’ëv, non con il volto dell’avversario ma con quello di chi ci offre pace e protezione, chi avrebbe oggi il coraggio di gridare «figlioli, è l’Anticristo!», e chi avrebbe interesse a gridarlo per primo?
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