Anne Carson, il Nobel e la «scoperta» che l’editoria italiana aveva rimandato
L’8 ottobre l’Accademia svedese ha assegnato il Nobel per la letteratura 2026 ad Anne Carson, «per la sua opera audace e creativa che, in un dialogo giocoso con la tradizione classica, ha dato vita a nuove forme per la letteratura contemporanea», e tutti sappiamo che cosa segue, perché la liturgia la conosciamo a memoria: la «scoperta», il «caso editoriale», la fascetta «Premio Nobel».
Di Carson mi ero occupato prima, senza meriti di calendario: nella recensione di Decreazione su Mangialibri scrivevo che era un’autrice più volte «in odore di Nobel» e quasi sconosciuta in Italia, con traduzioni «poche e asistematiche» e un libro del 2005 che da noi arrivava, per i tipi di Utopia, dopo quasi vent’anni, e a quel libro ho dedicato anche un post su questo blog. Non era una profezia, era un’osservazione sul catalogo, e l’osservazione, a differenza del pronostico, resta vera anche dopo il premio: Stoccolma ha premiato un’opera, non ha cambiato gli scaffali. La tesi che vorrei sottoporre con questo post è che il Nobel funzioni da cartina di tornasole e che il reagente sia l’editoria italiana: mostra chi ha tenuto in vita un’autrice quando non faceva classifica, chi si presenterà adesso con la fascetta e che cosa accade in un sistema dove il calo ricade sui piccoli e i premi li incassa chi ha i diritti e la cassa per stampare. In mezzo c’è un libro che parla di disfarsi dell’io, il che per un’industria che vende nomi propri, facce in quarta e «casi» dovrebbe essere, come minimo, imbarazzante.
Che cosa ha premiato Stoccolma
La motivazione è un piccolo manuale di poetica e la chiave sta nella parola «classica»: Carson, nata a Toronto nel 1950, è una classicista che ha insegnato per decenni in università nordamericane, e la sua opera nasce dall’incontro fra l’interesse da filologa per le parole e la ricerca poetica di nuovi significati, con l’etimologia indicata dalla stessa autrice come punto di partenza di tutto (Mangialibri). Chi ne seguiva la carriera non ha visto un’outsider colpita dalla lotteria svedese: Eros the Bittersweet è del 1986, Autobiography of Red del 1998, il T. S. Eliot Prize del 2001, i frammenti di Saffo di If Not, Winter del 2002, Decreation del 2005, il premio Principessa delle Asturie del 2020. Il Nobel non ha «scoperto» nessuno: ha certificato un ritardo, e in letteratura il ritardo ha sempre un indirizzo.
Saffo, Porete, Weil, Carson: una genealogia della sottrazione
Decreation esce da Knopf nel 2005 come libro di poesie, saggi e un’opera, e il suo asse è il saggio che nel titolo allinea le tre donne della genealogia: «Decreation: How Women Like Sappho, Marguerite Porete and Simone Weil Tell God». Il paradosso è che non ci si avvicina a Dio senza portarsi dietro l’io, e che per chi scrive la difficoltà raddoppia, perché scrivere obbliga a costruire un io robusto che il desiderio mistico vorrebbe poi disfare. Nella recensione notavo che il libro sfugge alle etichette: poesia, saggio, critica e filosofia insieme, con amore carnale, gelosia, lontananza, morte, rinascita e luce dentro un’unica lettura spirituale della vita.
Il termine è di Simone Weil. Nei quaderni raccolti da Gustave Thibon e pubblicati nel 1947 come La pesanteur et la grâce la decreazione è il far passare qualcosa del creato nell’increato, e la critica la legge come spoliazione dell’io e come nome teologico dell’attenzione: l’anima si svuota, spiega la voce dell’enciclopedia di Stanford, perché il reale e gli altri possano darsi. Una donna morta a trentaquattro anni, nel 1943, che chiede alla filosofia di imparare a togliersi di mezzo.
Più di seicento anni prima la stessa operazione era costata il rogo. Margherita Porete scrive intorno al 1290 Lo specchio delle anime semplici, dove l’anima, nella lettura di Marco Vannini, si annulla nel distacco da sé fino a farsi nulla, e il 1° giugno 1310 viene arsa a Parigi, in place de Grève, insieme al libro: la decreazione presa alla lettera dall’Inquisizione, che si incarica di disfare anche l’autrice. E prima ancora Saffo, il cui corpus ci arriva per frammenti, un io lirico che sopravvive come lacuna: Carson ne ha tradotto i frammenti in If Not, Winter e ha inseguito l’eros greco in Eros the Bittersweet, nato dalla sua tesi di dottorato e uscito da noi come Eros il dolceamaro.
Questa genealogia, che la recensione del 2023 tratteggiava in poche righe, spiega la poetica meglio di qualunque motivazione: Carson applica ai generi ciò che le tre avevano applicato all’io. Autobiografia del rosso è un romanzo in versi, La bellezza del marito un «saggio romanzato in 29 tanghi», Decreazione tiene insieme versi, saggi e un’opera; l’etimologia è per una classicista il modo di mettere a nudo la parola come si mette a nudo l’io, risalendo a una radice che il significato corrente ha coperto; il frammento è l’unità di una lingua che rinuncia alla pretesa di essere compiuta. Se la decreazione è disfare la creatura, in Carson si disfa la creatura letteraria: il genere, il verso, perfino l’autore come figura. Che cosa possa farsene un’industria che confeziona «autori» è la domanda a cui torno in fondo.
Tredici titoli, otto marchi, un traduttore
Il catalogo italiano, ricostruito dagli elenchi usciti dopo il premio su ilLibraio, icrewplay e Sololibri, è questo: Autobiografia del rosso (Bompiani, 2000; La Nave di Teseo, 2020, traduzione di Sergio Claudio Perroni); Antropologia dell’acqua (Donzelli, 2010); Economia dell’imperduto (Utopia, 2020), Eros il dolceamaro (Utopia, 2021), Decreazione (Utopia, 2023) e La Norma sbagliata (Utopia, 2025); Era una nuvola (Crocetti, 2021), Vetro, ironia e Dio (Crocetti, 2023), Come l’acqua (Crocetti, 2025) e Il genere del suono (Crocetti, 2026); La bellezza del marito (La Tartaruga, 2022, traduzione di Chiara Spaziani); Uomini fuori servizio (Biblion, 2025); The Albertine Workout (Tlon, con testo a fronte, traduzione di Giulio Silvano). Per Red Doc>, seguito di Autobiografia del rosso, Elisabetta Sgarbi ha annunciato l’uscita a fine novembre con La Nave di Teseo.
Sono tredici titoli in otto marchi lungo ventisei anni, e per otto di essi, stando all’elenco di ilLibraio, sul frontespizio compare Patrizio Ceccagnoli, professore associato di italiano all’Università del Kansas che nel 2015 cominciò a tradurre Carson per la rivista Poesia di Crocetti e che ha dovuto coniare una parola, «imperduto», per rendere l’Unlost del titolo di Economia dell’imperduto. L’editore, racconta l’ateneo, era in principio scettico; il libro è stato ristampato e nell’ottobre 2021 aveva venduto oltre tremila copie: tremila, contro i 99,5 milioni di copie del mercato trade del 2025. Eccolo, il «caso editoriale» nella sua dimensione reale: una cifra che basta, in una casa piccola, a tenere in piedi un autore quando c’è una lingua che lo attraversa e un editore disposto a perdere tempo. Se questa è una «scoperta», la parola ha un problema di circolazione.
Dire che i grandi gruppi l’abbiano «ignorata» sarebbe un’esagerazione da comizio: nel 2000 l’aveva pubblicata Bompiani, che allora faceva parte del gruppo RCS e che nel 2016 Mondadori ha ceduto a Giunti. Ma da lì in avanti, per quanto risulta dagli elenchi, il Carson italiano è stato ricostruito altrove: da Utopia, fondata a Milano nel 2020 da Gerardo Masuccio, già responsabile della collana di poesia di Bompiani, con una linea dichiarata sugli autori trascurati e il primo titolo in libreria a settembre, e poi da Crocetti, La Tartaruga, Tlon, Biblion e La Nave di Teseo.
«Non mi affascinano i grandi centri ma le periferie», diceva Masuccio al Foglio nel 2022. Non è ostilità dei grandi verso Carson: è una divisione del lavoro, in cui la grande editoria compra ciò che fa classifica e le case piccole tengono in vita ciò che fa lingua, finché un’accademia di Stoccolma non cambia i prezzi relativi.
La cartina di tornasole: piccoli editori, dati AIE e corsa alle fascette
Qui il Nobel incontra i numeri che avevo messo in fila nel post sul mercato del libro 2026. Nel 2025 il trade ha chiuso a 99,5 milioni di copie, il 3% in meno, ma il calo non si è distribuito in modo uniforme: gli editori fino a un milione di copie hanno visto scendere i volumi del 6,2%, i gruppi dell’1,9%, le librerie indipendenti dell’8,5%, e l’AIE aveva già titolato che la flessione pesa soprattutto sugli editori più piccoli. La «ripartenza» del 2026, +3,2% a valore nei primi nove mesi, poggia sul fondo da 60 milioni per le biblioteche, che i dati non permettono di scorporare, e si è sentita soprattutto nelle librerie indipendenti, +11,3% di copie nei primi quattro mesi: i piccoli crescono quando lo Stato compra e arretrano quando il compratore torna a essere il mercato. Un Nobel, in un quadro simile, è una vincita che arriva a chi deve ancora pagare le bollette: una ristampa si paga prima di venderla, e anticipare la carta è facile soltanto per chi ha le spalle larghe.
Quello che segue è una previsione, e la dichiaro tale: al 9 ottobre non ho trovato annunci verificabili di ristampe o di nuove edizioni, salvo Red Doc> a fine novembre, che è una novità e non un rilancio, e una guida alla lettura che avverte come dopo il Nobel alcuni titoli risultino già esauriti. Prevedo però fascette, ristampe, tavoli in vetrina, antologie, e una corsa. Non sarà la corsa alle ristampe di chi non l’aveva pubblicata, perché non si ristampa ciò che non si ha: sarà una corsa ai diritti dei titoli ancora non tradotti, Nox per esempio, che negli elenchi consultati non compare, e ai tavoli delle librerie. Chi riuscirà a prendersi il tavolo, la casa che stampa tremila copie o il gruppo con la distribuzione? E chi pagherà il conto di una domanda che dura il tempo di una stagione di premi?
La decreazione contro le copie
C’è infine il lato che il mercato non misura. Una cultura del libro valutata in copie vende nomi propri: la faccia in quarta, la fascetta, il «caso», l’autore come marchio. Carson ha costruito un’opera sul movimento opposto, il disfarsi dell’io, e su una lingua che fa dell’etimologia un metodo lento, di quelli che chiedono di tornare a una radice invece di andare avanti verso la tiratura. Un frammento non fa classifica, un libro che è poesia, saggio e opera non ha uno scaffale, e infatti da noi si è disperso in otto marchi. Quando l’enciclopedia di Stanford chiama la decreazione il nome teologico dell’attenzione, indica la risorsa che le classifiche non registrano e che le statistiche colgono solo di riflesso: nel 2024 ha letto almeno un libro il 57,1% delle persone dai sei anni in su, contro il 59,4% del 2015, e Maria Teresa Carbone ha intitolato un suo pezzo sul manifesto «L’ottimismo e la fragilità della saggistica».
Non chiedo all’editoria di rinunciare alle fascette: le chiedo di ricordarle per ciò che sono, il prezzo di un ritardo. Se fra un anno Carson sarà ancora in libreria senza fascetta, nelle traduzioni di Ceccagnoli e nei cataloghi di Utopia e Crocetti, a prezzo di copertina, avremo imparato qualcosa; se sarà sparita dopo la stagione del «caso», avremo la prova che il Nobel era soltanto un’altra spinta a tempo, come i bonus che reggono la ripresa. E resta intatta la questione dell’attenzione che Weil ha messo al centro, per un’industria che vende il nome dell’autore: sappiamo avere attenzione per ciò che non rende?
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