La manovra in pillole: il 5% per i contratti dei privati, l’Irpef ordinaria per quelli della scuola

La manovra 2027 conferma il 5% sugli aumenti dei rinnovi, ma solo nel privato: docenti e ATA pagano l'Irpef ordinaria. A 17 giorni dallo sciopero.
La manovra 2027 conferma l’imposta sostitutiva al 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali, ma la conferma riguarda i privati: vale per i dipendenti con reddito fino a 33mila euro, mentre per docenti e ATA non si applica. Anche lo sconto su notturni, festivi e turni procede a due velocità, 15% fino a 1.500 euro nel privato, fino a 800 nel pubblico, con un risparmio che all’aliquota del 33% vale circa 270 euro nel primo caso e 144 nel secondo.
Il contratto istruzione e ricerca 2025-27 ha un traguardo importante, come ho scritto: la parte economica firmata, che porta a regime dal 2027 143 euro lordi al mese su tredici mensilità per i docenti, cioè 1.859 euro l’anno. Se quell’aumento fosse tassato come nel privato, a un docente sotto i 33mila euro resterebbe, rispetto all’aliquota del 23% o del 33%, una differenza tra 335 e 520 euro l’anno, escluse addizionali e detrazioni: il calcolo è mio, da prendere come ordine di grandezza.
Lo Stato firma da datore di lavoro un aumento che ritira da esattore, mentre nel privato la stessa leva fiscale lo alleggerisce, e non è un dettaglio: una detassazione selettiva premia chi ha già un rinnovo e un reddito sotto soglia, e lascia fuori chi lavora per il soggetto che fissa le regole. La FLC CGIL giudica la detassazione dell’accessorio insufficiente e riservata a una platea ristretta, e lo schema è quello già visto con i 960 milioni del decreto Primo maggio, destinati alle imprese.
La controprova arriva dalla sanità: due infermieri con lo stesso turno notturno ricevono un trattamento fiscale diverso a seconda del datore di lavoro, perché il tetto del pubblico è più basso. Lo strumento, del resto, la CGIL lo chiede da anni e ne contesta i limiti: il problema non è la detassazione, è chi ne resta fuori.
A diciassette giorni dallo sciopero generale del 20 novembre, la cui piattaforma chiede rinnovi pubblici e privati che restituiscano potere d’acquisto, con misure fiscali e risorse del governo per i contratti pubblici, resta da capire quale delle due metà dello Stato stia trattando. Un conflitto di interessi perfetto: il datore di lavoro e l’esattore sono la stessa persona, e vanno d’accordo.
Dissipiamo subito una ambiguità: non critico in assoluto la possibilità di detassare gli aumenti contrattuali (la discussione sarebbe lunga, ma potrebbe essere così riassunta: Nessun impatto sul salario lordo e sulla previdenza in quanto la detassazione agisce esclusivamente sull’imposta del netto e non modifica la base imponibile previdenziale. Di conseguenza, non produce effetti strutturali futuri sull’assegno pensionistico e sul Trattamento di Fine Rapporto (TFR) e altri istituti legati alla retribuzione lorda), critico il fatto che sia stata pensata in modo disomogeneo e diseguale, per alcuni lavoratori e non per altri.
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