1.e4 a6: la mossa con cui Tony Miles batté il campione del mondo
Nei manuali di aperture la mossa 1…a6 occupa poche righe, collocata fra le “irregolari” insieme ad altre stravaganze che i commentatori liquidano con una certa sufficienza: il pedone di torre spinto di un passo, nessun pezzo sviluppato, nessuna pretesa sul centro, cioè la negazione puntuale di quasi tutti i principi che si insegnano nelle prime lezioni di scacchi. Il 20 gennaio 1980, al primo turno del Campionato europeo a squadre di Skara, in Svezia, il grande maestro inglese Tony Miles rispose con questa mossa al 1.e4 di Anatolij Karpov, campione del mondo dal 1975 e lo sconfisse in 46 mosse: una vittoria che ha dato all’apertura un nome, una piccola letteratura e una reputazione che dura ancora oggi.
Una difesa con due nomi
La sequenza 1.e4 a6 prende il nome di Difesa San Giorgio (St. George Defence): il piano del Nero, che consiste nello spingere …b5 e portare l’alfiere in b7, ha qualcosa dell’audacia del cavaliere che affronta il drago, e il maestro inglese Michael Basman, che ne ha raccolto la teoria nel volume Play the St. George, scelse il nome del patrono d’Inghilterra. Dopo Skara la stampa britannica le affiancò un secondo nome, Difesa Birmingham, in omaggio alla città di Miles, e la coincidenza volle che il vincitore fosse nato proprio il 23 aprile, giorno di San Giorgio, come riporta la biografia di Tony Miles.
La stessa voce ricorda che si attribuisce spesso a Basman la preparazione di Miles per quella partita, e che Basman, nel suo libro, lo smentisce: l’idea nacque dall’analisi che Miles condusse a casa, con l’obiettivo di neutralizzare la preparazione teorica dell’avversario.

Perché 1…a6 contro Karpov
Karpov rappresentava nel 1980 il prodotto più compiuto della scuola scacchistica sovietica, un sistema che lo Stato finanziava con circoli, allenatori di professione e archivi di partite analizzate mossa per mossa e la sua forza consisteva in larga parte nella conoscenza delle aperture e nella capacità di accumulare piccoli vantaggi posizionali fino a rendere la difesa impossibile. Miles, primo grande maestro britannico (il titolo gli era arrivato dalla FIDE nel 1976), scelse di sottrarre all’avversario quel terreno: con 1…a6 la partita usciva dalla teoria alla prima mossa, e il campione del mondo si trovava a ragionare su una posizione che le scuole sovietiche non avevano mai preso sul serio. Dietro l’apparenza goliardica c’era un calcolo razionale: contro un giocatore che vince accumulando conoscenza, la mossa più efficace è quella che rende inutile la conoscenza accumulata.
La logica dell’apertura merita una spiegazione per chi sta imparando. Il Nero rinuncia a occupare il centro con i pedoni e si limita a controllarlo a distanza: dopo …b5 e …Ab7 l’alfiere preme sulla diagonale lunga contro e4, il cavallo in f6 aggiunge pressione sullo stesso pedone, e la spinta …c5 attacca d4 dal lato.
È una strategia ipermoderna, nel senso che Nimzowitsch e Réti diedero al termine negli anni Venti: il Nero lascia che il Bianco costruisca il centro per poi minarlo, nella convinzione che un centro ampio sia anche un bersaglio ampio.
La partita
Karpov rispose nel modo più naturale, con 2.d4 e uno sviluppo classico (3.Cf3, 4.Ad3, 5.De2), e al sesto tratto scelse la soluzione più logica: 6.a4, che attacca subito il pedone b5 e cerca di sfruttare la debolezza creata dal Nero sull’ala di donna. Miles non difese il pedone in modo passivo: contrattaccò il centro con 6…c5, accettò 7.dxc5 Axc5 e chiuse l’ala di donna con 8…b4, ottenendo dopo 9.e5 Cd5 un avamposto stabile per il cavallo in d5 e un pedone bianco in a4 fisso, destinato a restare un bersaglio fino al finale.

Il Nero arroccò soltanto alla diciottesima mossa, a centro stabilizzato, dopo che i cambi in c3 e in b4 gli avevano lasciato la coppia degli alfieri, un vantaggio di lungo periodo che cresce con la semplificazione. Secondo l’analisi di Khalifman nel repertorio dedicato alle aperture di Anand, dopo quindici mosse il Nero stava già leggermente meglio, dopo venticinque dominava la posizione, e il Bianco abbandonò alla quarantaseiesima, come si legge nella presentazione del volume.
Karpov cercò l’attacco sulla diagonale b1-h7, con l’alfiere e la donna coperti dal cavallo in e4, e la minaccia era concreta: spostare il cavallo con scoperta, per esempio in f6, e dare matto in h7.
Il punto tattico che decise la partita arrivò con 23.Dd3 Txc1 24.Txc1 Dxb2: la donna nera prende un pedone e attacca nello stesso momento la torre in c1, così che il tentativo di sfruttare la batteria con 25.Cf6 fallisce per 25…Dxc1+, scacco sulla prima traversa a cui il Bianco può rispondere soltanto interponendo la donna.
Karpov dovette difendere la torre con 25.Te1, Miles prese anche il pedone e5 con 25…Dxe5, e il recupero parziale con 26.Dxd7 non modificò il bilancio: un pedone in più per il Nero, la coppia degli alfieri e, dopo 28.Dxd5 Axd5, un finale senza donne in cui la superiorità nera era facile da riconoscere e difficile da contrastare.


Il resto della partita è una lezione di tecnica nel finale. Miles bloccò il pedone a4 con 33…a5, aprì la colonna h e vi portò la torre, e quando Karpov cercò controgioco con 38.f4 l’apertura dell’ala di re favorì il pezzo più attivo, cioè la torre nera. Con 44…Axe2 45.Axe2 Txg3 il Nero raccolse il secondo pedone di vantaggio, e dopo 46…Ac7 la partita venne aggiornata.
Karpov non tornò alla scacchiera: secondo il resoconto che Leonard Barden scrisse per il Guardian nel gennaio 1980, l’analisi notturna lo aveva convinto che l’avanzata dei pedoni neri non si potesse fermare e il campione del mondo abbandonò senza riprendere il gioco.
La posizione finale dopo 46…Ac7: il Nero ha due pedoni in più e il Bianco abbandona.
Cosa insegna 1…a6
Sul piano teorico la Difesa San Giorgio non ha mai convinto i manuali: con uno sviluppo semplice, cioè pezzi leggeri in gioco, arrocco rapido e il pedone e4 ben protetto, il Bianco ottiene un vantaggio di spazio e una posizione più comoda, e lo stesso Miles non trasformò mai l’apertura in un’arma abituale.
La partita di Skara mostra però tre principi validi anche per chi gioca a livello di circolo.
Il primo riguarda il rapporto fra apertura e avversario: la scelta di Miles era la migliore contro quel giocatore in quel momento, perché spostava la competizione dal terreno della memoria a quello della comprensione, e sarebbe interessante sapere quante partite di circolo si perdano ogni anno per aver ripetuto a memoria una variante senza conoscerne i piani.
Il secondo riguarda i piani stessi: il Nero non si limitò a una mossa sorprendente, ma seguì un’idea coerente (pressione a distanza sul centro, avamposto in d5, colonna c aperta, coppia degli alfieri), e ogni mossa successiva derivava da quella idea.
Il terzo riguarda il finale: il pedone guadagnato alla ventiquattresima mossa diventò una vittoria grazie a una conduzione paziente, che mise ogni pezzo nero sulla casa migliore prima di forzare il passaggio.
Resta da capire quanto di quella vittoria si debba all’apertura e quanto all’effetto psicologico su un avversario abituato a dominare la teoria, e la cronaca di Barden, che descriveva un Karpov incapace di riprendersi dallo shock della prima mossa, lascia pochi dubbi su quale delle due ipotesi preferissero gli osservatori dell’epoca. Per chi studia gli scacchi la lezione più utile sta forse nella seconda parte della partita, dove l’apertura non conta più nulla e restano soltanto la struttura dei pedoni, l’attività dei pezzi e la pazienza.
La partita completa in notazione PGN
Il testo seguente si può copiare e incollare in Lichess, ChessBase o Scid per rigiocare la partita mossa per mossa. La notazione PGN usa le sigle inglesi dei pezzi: K re, Q donna, R torre, B alfiere, N cavallo. (cliccando sulla mossa è possibile far aprire la scacchiera e seguire tutta la partita)
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