Il peso delle parole e l’ipocrisia della lingua: a proposito di Artemisia Gentileschi
Ci sono formule linguistiche che circolano con la grazia di un carro armato e la precisione di un tiratore ubriaco, spacciandosi per oggettività storica mentre non fanno che edulcorare la violenza dietro la coltre di un eufemismo burocratico. L’immagine del pannello museale che racconta la biografia di Artemisia Gentileschi (in visione al museo diocesano “Carlo Martini” di Milano) offre un saggio notevole di questa tendenza, laddove si sceglie di liquidare un crimine brutale con la formula felpata secondo cui l’artista sarebbe rimasta “coinvolta nel drammatico processo per stupro, avvenuto ad opera del pittore Agostino Tassi”.
Dire che una persona è stata coinvolta in un evento del genere suona quasi come se si stesse parlando di una partecipazione azionaria o di una cena finita in rissa, come se la vittima avesse avuto una quota di compartecipazione attiva in un dramma che invece le è piovuto addosso come una condanna senza appello.

Le parole hanno un peso specifico che non ammette sconti e la lingua italiana trabocca di contorsionismi quando si tratta di edulcorare l’orrore per quieto vivere o per pudore accademico. Ridurre un atto di violenza carnale a un semplice coinvolgimento significa svuotare il fatto della sua verità originaria, spostando l’accento sulla dinamica processuale e derubricando lo stupro a una sorta di contenzioso civile tra gentiluomini o a un incidente di percorso tra colleghi di bottega.
Artemisia non era affatto una semplice parte in causa in una disputa opinabile, bensì una donna violentata che ebbe il coraggio folle e straordinario, per quell’epoca di cieco machismo e tribunali inquisitori, di denunciare il suo aggressore affrontando un calvario giudiziario umiliante, fatto di perizie corporali e torture giudiziarie con i torments alle dita.
Chiamare le cose con il loro nome non è un esercizio di stile fine a sé stesso, ma un atto di giustizia fondamentale che restituisce dignità alla verità dei fatti. Quando si edulcora la violenza si compie un secondo sopruso, si anestetizza la coscienza collettiva e si edifica una cortina fumogena dietro la quale il carnefice sfuma le proprie responsabilità e la vittima viene privata della propria integrità.
L’uso di formule ambigue nei musei e nei libri di testo non fa che perpetuare una narrazione edulcorata che anestetizza il passato per non disturbare il presente, preferendo la quiete rassicurante del politicamente corretto alla rudezza tagliente della giustizia verbale.
Artemisia fu stuprata, lottò come una leonessa contro un sistema marcio e trionfò con la forza della sua arte e del suo ingegno, senza bisogno che i posteri edulcorassero la sua biografia con perifrasi imbarazzate che puzzano di ipocrisia lontano un miglio.
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