Il’ja Il’ič Oblomov, poco più che quarantenne, trascorre le sue giornate fra il letto e il divano, sonnecchiando e, soprattutto, rimuginando mentre si gira e rigira fra le lenzuola: ha così tanti pensieri per la testa, che si sente perennemente sopraffatto e spossato.
Non è che non lavora per scelta, ma ha dovuto rinunciare al lavoro: da brillante impiegato, non ha retto la pressione delle scadenze, delle incombenze, dei controlli del capo ufficio. Perché non ne riesce a capire il senso, l’utilità. Ma neanche a casa riesce a star tranquillo: arrivano le lettere dell’amministratore della sua proprietà di trecentocinquanta anime, a presagire difficoltà della gestione dei contadini; arriva l’ingiunzione di sfratto del padrone di casa che vuole allargare l’appartamento per farne dono di nozze al figlio che sta per sposarsi; arrivano amici da ogni dove che si invitano a pranzo, gli dicono che fare, dove andare, che vestiti mettere. Tutti questi sono intoppi al suo progetto, fermo ancora al livello di una idea, da anni: ogni elemento esterno lo distrae, gli porta un cumulo di nuovi pensieri che lo affaticano più ancora che la realizzazione del suo stesso progetto. E ci si mette anche il suo servo, Zachar, che scende dalla stufa per interrompere i suoi sonni pacifici e richiamarlo ai suoi doveri: ma quali doveri? Ma perché proprio oggi? Ma davvero deve pensare a tutto quel giorno lì? E poi c’è Andréi Ivànovic’ Stolz, amico d’infanzia, che non solo è riuscito ad introdurlo nel salotto della bella Olga e di sua zia, ma adesso addirittura vorrebbe portarlo con lui all’estero: è vero, il medico gli ha detto che avrebbe bisogno di cambiare aria, di visitare Paesi con un clima migliore di quello di Pietroburgo, ma c’è da fare il passaporto, c’è da sistemare la casa, c’è da pensare a come gestire il terreno dell’Oblomovka. Non è il giorno giusto per pensare a tutte queste cose insieme, e poi non ne capisce la necessità. Sicuramente è meglio buttarsi di nuovo sul letto e provare a dormirci su.
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