Inghilterra 1871. Da qualche tempo la stanza della madre le è inaccessibile: la donna, ferma nel suo letto, è troppo debole e malata per poter dar retta alla bambina. Gertrude la vede perciò da lontano, nelle braccia del padre, Hugh Bell, che la rassicura: mamma è debole, ma si riprenderà presto.
Dopo solo alcuni giorni, Miss Ogle mette a Gertrude il vestitino nero, le asciuga le lacrime sulle guance paffute e l’accompagna a dare un ultimo saluto alla madre. Da quel giorno Gertrude non pregherà più, Dio l’ha abbandonata per sempre, troppo presto. La piccola Gertrude inizia una vita nuova, con passioni differenti che la tengono lontana da quei pensieri cupi. Nel 1892, a poco più di vent’anni, decide di seguire lo zio, un brillante diplomatico di Sua Maestà, nel suo soggiorno in Persia: all’odore vellutato dei gelsomini e dei fichi, Gertrude decide di approfondire la conoscenza di un paese che l’affascina, per i suoi tesori nascosti sotto la terra arida e per i costumi e le usanze dei popoli che lo abitano. Dalla casa dello zio è facile raggiungere giardini in fiore e pianure inondati di sole: fa colazione nelle tende pittoresche sorseggiando latte schiumato in attesa dell’arrivo dell’insegnante di persiano perché per conoscere tutto di quei posti non può non apprendere rudimenti di quella lingua dolce ed armoniosa. Poi ci sono utili amicizie, soprattutto maschili, che fanno a gara per poterla accompagnare nelle residenze imperiali, nei vicoli di Teheran, nella calca delle strade operose. Tutto l’affascina, tutto suscita in lei curiosità, tutto la stimola ad approfondire gli intrighi fra lo scià e lo zar di Russia, fra l’India e l’Asia centrale. Una sera, nel suo consueto telegramma al Foreign Office, lo zio Frank si permette di richiamare l’attenzione dei suoi diretti superiori sul fatto che la nipote potrebbe davvero essere un’importante recluta per i servizi della Corona, sullo scacchiere del Grande Gioco.
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