Non sono pochi i momenti felici dell’infanzia di Pëtr Alekseevič Kropotkin, ma fra questi più di tutti sono memorabili le domeniche che Pëtr ed i fratelli trascorrono a casa quando i genitori sono a pranzo fuori, fra i tavoli dell’alta aristocrazia.
Le stanze del palazzo diventavano, infatti, il suo parco giochi, il teatro di balli sfrenati, come i balli cosacchi, tra bambini e domestici più giovani. Tra le due parti vige un patto di non tradimento: i servi non rivelano le marachelle dei piccoli, costretti durante la settimana a grigi e monotoni protocolli, e i bambini promettono di non fare mai parola dei festeggiamenti proibiti con il padre. I bambini, pur figli del padrone, probabilmente ispirati dal modello della defunta madre, sono aperti e cortesi con i servi, che a loro volta sono pronti ad enormi sacrifici per evitare inutili punizioni. Un esempio eclatante: durante uno dei tanti balli sfrenati uno dei bambini rompe una lampada costosa; i servi, anziché stigmatizzare l’entusiasmo giovanile e chiedere per i rampolli la giusta punizione, decidono spontaneamente di raccogliere una cifra spropositata per loro, ben quindici rubli, e segretamente si recano nel negozio da dove quella lampada proviene per poterne comprare un’altra, evitando così a Pëtr una punizione severa. Pëtr, dal canto suo, ama molto il periodo estivo, quando può viaggiare verso Nikol’skoe, nell’oblast di Smolensk, dove c’è il podere di famiglia, dove può ritrovare la sua balia, Vasilisa, dove può godere della bellezza della natura e della campagna. I viaggi verso quei posti gli rivelano sempre nuove sorprese che gli rinfrancano l’animo. Fin da piccolo capisce che la sua vita non è quella del paggio dello zar e quindi della carriera militare, ma quella dell’uomo nel mondo, in armonia nel mondo che lo circonda. Una vita che, ne è sicuro, gli riserva più soddisfazioni di quella di un burocrate dello stato zarista.
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