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Dondi evidenzia la tensione etica tra il dovere di informare del giornalista e la leale militanza in un partito che stava per essere scosso dalla fine del Secolo Breve, che doveva portare di necessità il PCI fuori dall’alveo del comunismo sovietico.

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Domenica 12 novembre 1989, una domenica apparentemente ordinaria, anche se, dopo la caduta del Muro di Berlino avvenuta soltanto tre giorni prima, si naviga a vista. Walter Dondi, giornalista di turno nella redazione bolognese de “l’Unità”, riceve una telefonata dal capo cronaca che lo avverte della presenza improvvisa di Achille Occhetto, il segretario nazionale del PCI, alla Bolognina per la commemorazione della battaglia partigiana.

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C’è qualcosa di strano in quella presenza non preannunciata: l’incontro non avviene, infatti, in una sezione del PCI, ma nella sala del quartiere, nel contesto di un’iniziativa unitaria antifascista. E che si tratti di qualcosa di diverso lo dimostra il discorso del segretario: durante il suo intervento, Occhetto evoca il cambiamento epocale in corso in Europa, citando Gorbaciov e affermando che, di fronte al crollo del Muro, è necessario avere il coraggio della Resistenza per “inventare strade nuove” e unificare le forze di progresso. Al termine del discorso, Dondi e il collega Balestrini avvicinano il segretario per capirne di più, c’è, infatti, qualcosa di premonitore in quelle parole che non lascia tranquilli i cronisti. Da tempo, da quando ormai era imminente la caduta del Muro, nell’aria c’era un’aria di cambiamento, ma l’intervento del segretario sembra prematuro, fuori contesto. Qualcosa non quadra. Dondi perciò incalza Occhetto chiedendo esplicitamente se queste “strade nuove” implichino un cambio di nome per il PCI. Dopo un’iniziale sorpresa, Occhetto risponde per tre volte: «Tutto è possibile. Scrivete che tutto è possibile»


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