Il 1° luglio 2026, a Écône, in Svizzera, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consacrato quattro nuovi vescovi senza il mandato del Papa Leone XIV, secondo un copione già visto: il 30 giugno 1988 monsignor Marcel Lefebvre fece esattamente la stessa cosa contro la volontà di Giovanni Paolo II, con lo stesso numero di vescovi, nello stesso prato.
Due dei consacranti di oggi, Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, erano già tra i protagonisti di allora: per loro è la seconda scomunica della carriera, un record che nessuno invidierebbe se non fosse, evidentemente, l’obiettivo dichiarato. Hanno persino tirato fuori dall’armadio gli stessi paramenti liturgici del 1988: il riciclo, in casa lefebvriana, va dalla sacrestia alla teologia. Il superiore della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha parlato di “giornata storica” e ha assicurato che sono “pronti a pagare qualunque prezzo” per salvare la Chiesa. La scomunica, tecnicamente, scatta da sola: si chiama latae sententiae, non serve nemmeno la firma di qualcuno.
Una tradizione (letteralmente) che si ripete – Riavvolgiamo il nastro. Marcel Lefebvre, arcivescovo francese contrario alle riforme del Concilio Vaticano II, fonda la Fraternità San Pio X nel 1970 a Écône, in un seminario dedicato alla messa tridentina in latino. Il rapporto con Roma si guasta progressivamente fino al 1988, quando Lefebvre ordina quattro vescovi senza mandato pontificio: Giovanni Paolo II lo scomunica insieme ai consacrati, tra cui il negazionista dell’Olocausto Richard Williamson. Nel 2009 Benedetto XVI prova la via della riconciliazione revocando le scomuniche, in un tentativo che si infrange quasi subito contro le dichiarazioni dello stesso Williamson sui campi di sterminio. Da lì in poi, gelo assoluto (giustamente). A febbraio 2026 il Vaticano tenta un ultimo confronto teologico; il 29 giugno Papa Leone XIV scrive personalmente a Pagliarani per chiedergli di fermarsi: “vi prego col cuore, tornate indietro”. Non basta. Da allora, i lefebvriani sono diventati il punto di ritrovo nostalgico per eccellenza. Ma negli ultimi anni, quel bastione spirituale si è trasformato in qualcos’altro: il braccio ideologico, e spesso elettorale, della ultradestra globale.
La destra al gran completo, sul pratone (come a Pontida?) – Che i lefebvriani non siano mai stati un fenomeno di nicchia liturgica lo sapevamo già fin dall’inizio: nel 2013 furono gli unici disposti a celebrare i funerali di Erich Priebke, il gerarca nazista responsabile della strage delle Fosse Ardeatine, quando nessun’altra parrocchia romana volle prestare l’altare. Stavolta, a Écône, il campionario è ancora più esplicito: una delegazione di Forza Nuova guidata dal segretario Roberto Fiore e l’ex leghista Mario Borghezio, oggi in Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci che ha definito i sacerdoti lefebvriani “soldati politici della Tradizione”. A dare manforte anche l’ex nunzio scomunicato Carlo Maria Viganò e il sito americano The Remnant: i lefebvriani, si legge, puntano esplicitamente a reclutare seguaci tra i MAGA, l’elettorato di Trump. Lo storico della Cattolica Agostino Giovagnoli lo dice senza troppi giri di parole:
l’ascesa dell’estrema destra offre oggi “un contesto favorevole a un suprematismo bianco occidentale” che si nutre degli stessi slogan della “remigrazione”.
Non è un dettaglio folkloristico: è la funzione politica dello scisma, la religione come cornice metapolitica per un progetto identitario che altrimenti dovrebbe presentarsi a volto scoperto.
Leone XIV, o il Papa che non voleva fare politica (e ora la fa benissimo) – Appare evidente che la storia di questo nuovo scisma si debba intrecciare con un altro episodio, lo scontro, tutto politico, tra Leone XIV e Donald Trump.
A maggio 2025 Trump aveva salutato con entusiasmo il primo Papa americano della storia, ma già soltanto un anno dopo i toni sono ribaltati: il presidente Usa ha bollato Prevost come “pessimo in politica estera”, dichiaratondo di preferire il fratello del Papa, apertamente MAGA, e ha diffuso immagini generate con l’intelligenza artificiale che lo ritraggono in vesti papali e messianiche. Leone XIV, dal canto suo, ha scelto per mesi la sobrietà: “non sono un politico”, ha risposto sull’aereo per l’Algeria, rifiutando il terreno dello scontro personale.
Ma quando Trump ha minacciato di cancellare “l’intera civiltà iraniana”, il Papa ha smesso di essere prudente ed ha parlato di “delirio di onnipotenza” e di “esibizione della forza“, giudicando quella guerra moralmente inaccettabile. L’effetto collaterale è quasi comico: l’attacco di Trump ha compattato attorno al Papa perfino settori che con Francesco non avrebbero mosso un dito, dai vescovi latinoamericani ai media evangelici conservatori, passando per Giorgia Meloni.
Trump è riuscito, senza volerlo, a fare da collante ecumenico.

Sovranità, proprietà, scisma: lo stesso identico verbo – Nello stesso periodo in cui il Papa più internazionalista da decenni si scontra con Washington, la Casa Bianca sta portando avanti la crisi della Groenlandia: pressioni, dazi, minacce militari contro un alleato NATO. Trump lo ha detto senza troppi imbarazzi: “non ho bisogno del diritto internazionale”, aggiungendo che il possesso pieno, la “proprietà” dell’isola, sarebbe psicologicamente necessario al successo, in pieno contrasto con ogni tipo di diritto, di trattato o di rapporti di alleanza. È la stessa identica dello scisma lefebvriano: uscire da una cornice condivisa (l’Alleanza atlantica, il diritto internazionale, il Concilio Vaticano II) per rivendicare un possesso esclusivo e non negoziabile . Mi pare di cogliere in questa posizione dei lefebvriani la rivendicazione di una NATO “a modo mio” o niente, una Chiesa “a modo mio” o niente.
Il sovranismo e il tradizionalismo scismatico condividono la stessa impazienza verso qualunque autorità che non coincida con la propria volontà, e lo stesso linguaggio del possesso: non si tratta più di alleati o di fedeli, ma di proprietà.
La strategia è tanto trasparente quanto ironica:
– si comincia con l’attacco alle istituzioni sovranazionali (nel nome della sovranità nazionale);
– si prosegue con l’attacco all’autorità centrale, in questo caso della Chiesa nel nome della “vera tradizione”
– si termina con la “creazione” di una religione su misura, dove il ricco ha sempre ragione, i migranti vanno respinti per “difendere le radici cristiane” e il Papa è un usurpatore.
In pratica, si punta a una fede prêt-à-porter, svuotata di ogni complessità e ridotta a feticcio identitario. Il paradosso è magnifico: si dicono “tradizionalisti”, ma si comportano come la più moderna delle multinazionali che apre una filiale concorrente perché non vuole pagare le royalty alla casa madre.
Dopo l’assalto alla NATO e al diritto internazionale, insomma, la logica è coerente fino in fondo: perché accontentarsi di un’alleanza o di un continente, quando si può rifondare anche una Chiesa intestata solo a se stessi? Lo scisma è servito, sì. Ma più che l’odore dell’incenso, questa volta si sente forte e chiaro il profumo dei dollari e della propaganda elettorale.
Rogito alla mano, ovviamente: la Tradizione, si sa, funziona meglio se è di proprietà esclusiva.
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