Da qualche settimana un’espressione coniata a partire da un testo scritto più di duemilaquattrocento anni fa è tornata a occupare titoli di giornale, di editoriali e di analisi geopolitiche in tutto il mondo: la “trappola di Tucidide”. L’occasione è stato il vertice di Pechino del 14 maggio 2026 tra Xi Jinping e Donald Trump, ma la formula continua a circolare, diventando una lente attraverso cui si leggono quasi tutti gli sviluppi successivi nel rapporto tra Washington e Pechino.
Le origini: Sparta, Atene e la paura che genera la guerra – Tucidide, storico e generale ateniese vissuto nel V secolo a.C., autore della Guerra del Peloponneso, il resoconto del ventisettennale conflitto che oppose Atene e Sparta. Tucidide non si limitò a narrare gli eventi: cercò di individuarne le cause profonde, distinguendole dai pretesti contingenti. E la sua conclusione, diventata poi celebre, fu che la causa più vera, anche se meno dichiarata, del conflitto fu che la crescita della potenza di Atene e il timore che essa suscitò a Sparta resero la guerra inevitabile.

È un’intuizione semplice: quando una potenza emergente cresce a un ritmo che minaccia di scalzare una potenza già affermata, la paura reciproca — non necessariamente la volontà deliberata di combattere — può spingere entrambe verso lo scontro. Non serve che qualcuno “voglia” la guerra: bastano errori di calcolo, spirali di sospetto e la logica delle alleanze a renderla probabile.

Da Tucidide a Graham Allison: la nascita di una metafora contemporanea – L’espressione “trappola di Tucidide” nella sua forma moderna è stata coniata dal politologo di Harvard Graham Allison, che l’ha lanciata in un articolo sul Financial Times nel 2012 e l’ha poi sviluppata nel libro del 2017 Destined for War: Can America and China Escape Thucydides’s Trap? (in italiano Destinati alla guerra, Fazi Editore 2018). Allison, che ha lavorato come consulente per la difesa sotto ogni amministrazione statunitense da Reagan a Obama, ha applicato lo schema tucidideo al rapporto tra Stati Uniti e Cina, sostenendo che la stessa dinamica strutturale, quella cioè di una potenza dominante a fronte di una potenza in ascesa con il rischio di guerra, si è ripetuta più volte nella storia moderna.
Nel suo lavoro, raccolto nel cosiddetto Thucydides Trap Case File dell’Università di Harvard, Allison ha individuato sedici casi, negli ultimi cinquecento anni, in cui una potenza emergente ha sfidato una potenza egemone: in dodici di questi la rivalità è sfociata in una guerra vera e propria. L’esempio più citato è quello della Germania guglielmina contro il Regno Unito alla vigilia della Prima guerra mondiale: la crescita industriale e navale tedesca allarmò Londra e, pur non desiderando esplicitamente il conflitto, le due potenze si mossero verso una direzione che rese il conflitto quasi inevitabile. Allison non ha mai sostenuto che la guerra tra Cina e Stati Uniti sia una fatalità: la sua tesi è che il rischio sia più alto di quanto comunemente si creda, ma non ineluttabile, a patto di una diplomazia consapevole e costante.
Il vertice di Pechino ed il rilancio della metafora – Il 14 maggio 2026 Donald Trump è arrivato a Pechino per la prima visita di un presidente americano in Cina da quasi nove anni, in un vertice che ha toccato i dossier più delicati della relazione bilaterale: dazi e commercio, intelligenza artificiale e semiconduttori, Taiwan, la crisi in Iran e la sicurezza regionale. Xi Jinping ha aperto i colloqui con un riferimento storico che ha subito fatto il giro del mondo, chiedendo retoricamente se Cina e Stati Uniti potessero superare la cosiddetta trappola di Tucidide e costruire un nuovo paradigma di relazioni tra grandi potenze.
Non era la prima volta che Xi utilizzava questa immagine: lo aveva già fatto nel 2013, in un discorso a Seattle nel 2015 davanti a Henry Kissinger e in altre occasioni successive, ma in tutti quei casi il leader cinese aveva tendenzialmente respinto l’idea di una trappola “inevitabile”, sostenendo semmai che semmai le grandi potenze potessero “crearsela da sole” con errori strategici. A Pechino, invece, l’accento è sembrato diverso: accettando implicitamente la rilevanza del concetto lo ha trasformato in un monito rivolto a Washington. Poco dopo, infatti, Xi ha avvertito che la questione di Taiwan resta il nodo più delicato della relazione e che una sua “cattiva gestione”, ovvero una intromissione da parte degli Stati Uniti, potrebbe portare a “scontri e persino conflitti”. Trump, dal canto suo, ha risposto sui social ammettendo che ora, dopo una cattiva gestione dovuta al suo predecessore Biden, la situazione sarebbe cambiata.
Taiwan, dazi, terre rare: la posta in gioco dietro la metafora – Il riferimento classico di Xi non era semplice retorica da esibire davanti a un pubblico colto, ma aveva un obiettivo politico preciso, quello di presentare la Cina come potenza “responsabile”, interessata a evitare lo scontro frontale, scaricando implicitamente sugli Stati Uniti la responsabilità di un’eventuale escalation, in particolare sul fronte di Taiwan, definito dalla diplomazia cinese come questione con cui l’indipendenza taiwanese e la pace nello stretto sarebbero incompatibili come fuoco e acqua.
Le settimane successive hanno confermato quanto la partita resti aperta e concreta, ben oltre la cornice simbolica del riferimento classico. Washington ha temporaneamente congelato un pacchetto di forniture militari a Taiwan da 14 miliardi di dollari già approvato dal Congresso, mentre Pechino ha riaperto i canali di esportazione delle terre rare essenziali per l’industria tecnologica e militare americana, in un classico scambio di distensione commerciale che però lascia sullo sfondo, intatta, la questione di fondo: chi controllerà lo stretto di Taiwan e a quali condizioni.
È in questo contesto molto pratico, fatto di dazi, catene di approvvigionamento, vendite di armi e accordi industriali, che la metafora della trappola di Tucidide ha continuato a essere richiamata da analisti e commentatori per interpretare ogni mossa successiva delle due superpotenze.
Una lezione sempre aperta – Che la si consideri una chiave di lettura illuminante o un espediente retorico troppo comodo, la trappola di Tucidide resta un caso di scuola su come la storia antica possa essere mobilitata per orientare le percezioni del presente. Il fatto stesso che le due maggiori potenze del pianeta sentano il bisogno di richiamarsi — per accettarla, respingerla o piegarla ai propri fini — a un testo scritto quasi duemilacinquecento anni fa dice qualcosa di significativo: nella competizione tra Washington e Pechino, le parole e le narrazioni contano quasi quanto i dazi, le portaerei e i microchip.
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