All’inizio degli anni Trenta del Novecento Iosif Stalin affida ad Aleksej Maksimovič Peškov, noto con lo pseudonimo di Maksim Gor’kij, “l’amaro”, il compito di istruire e guidare una nuova generazione di scrittori sovietici: nel momento del massimo slancio della costruzione del nuovo stato socialista, è importante che anche gli scrittori diano il loro contributo.
Gor’kij individua perciò una quarantina di scrittori, giovani e meno giovani talentuosi, con cui dare vita ad una nuova letteratura, che parli al popolo sovietico, che racconti il cammino dello stato socialista sulla strada dell’avvenire. Il progetto nasce una sera di aprile, il 26 aprile 1932: riunisce senza preavviso alcuni scrittori, li fa accomodare in un ampio salone della sua casa, a Mosca, e, mentre tutti si domandano il motivo di tanta urgenza, fa entrare un altro ospite, niente meno che il compagno Stalin in persona, accompagnato da alcuni fidati membri del Politburo. Il tema è dirimente: come dare vita ad una letteratura sovietica di alto livello, “degna dell’imminente quindicesimo anniversario della Rivoluzione”. Stalin ascolta i discorsi cauti degli scrittori fumando la sua pipa, partecipa ai loro brindisi a base di vodka, quindi prende la parola con la sua solita carismatica capacità oratoria e conclude: “I nostri carri armati non valgono niente se le anime che devono guidarli sono di argilla. Per questo dico: la produzione delle anime è più importante. La produzione di anime umane è importante. E per questo brindo a voi scrittori, perché siete ingegneri di anime”. Il piano è deciso. La letteratura deve abbandonare l’astrattezza delle narrazioni precedenti, quelle di Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Gogol, ma anche Majakovskij, e raccontare i grandi progressi tecnologici che l’uomo sovietico, che il partito comunista sovietico, sta realizzando: saline come a Kara-Buraz, canali che collegano fiumi e mari, grandi opere ingegneristiche che stanno facendo risollevare l’economia russa. E devono essere opere collettive. Detto fatto: di lì a qualche giorno gli scrittori hanno a disposizione una loro personale dacia, con spazi comuni, a Peredelkino, vicino al Cremlino, dove possono vivere, curare il giardino, scrivere e discutere. Ma diventano anche operativi sul campo: in centoventi partono per andare a Belomor e documentare, con il linguaggio del popolo, la costruzione del canale, opera voluta da Stalin per congiungere il mar Baltico con il mar Bianco, interamente realizzata con la forza lavoro dei detenuti. Per inciso, a quella cena non intervengono Boris Pasternak, Michail Bulgakov, Osip Mandel’štam, Anna Achmatova e altri spiriti scomodi.
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