Il 16 giugno 1964 due soldati prelevano dalla propria abitazione Paulo Freire, un professore universitario. Non se l’aspettava: questo piccolo inconveniente rischia di rovinare il giorno del compleanno della moglie. La sua destinazione rimane ignota per oltre ventiquattr’ore: alcuni ufficiali negano persino che Freire sia in stato di detenzione, nonostante la famiglia abbia assistito all’arresto.
Quando finalmente lo sottopongono al primo interrogatorio sono trascorse due settimane: ha dormito per quindici giorni in una cella di isolamento, con pareti di cemento grezzo appuntito, al quale non ci si può appoggiare. Finalmente ha di fronte un altro uomo, il colonnello che comanda l’apparato di repressione nello stato di Pernambuco: da un lato si trova un soldato che non distingue tra alfabetizzazione e sovversione; dall’altro un pedagogista che ha trascorso tutta la sua vita a definire metodi di insegnamento per permettere agli adulti analfabeti di saper leggere il mondo prima ancora che le parole. Freire è accusato di essere un sovversivo, perché alfabetizza gli adulti spingendoli a ribellarsi. Il cuore dell’interrogatorio è insieme grottesco e illuminante: il soldato gli mostra le sue, gli oggetti del reato, ovvero dei fogli con “roccia”, “farina”, “terra”, oppure frasi come “il mattone è fatto di argilla” o “il popolo è lavoratore”, “dibattito”, “classe”. Sono le parole della vita quotidiana dei contadini, scelte perché estremamente familiari ed efficaci per chi non ha mai avuto accesso all’istruzione. Nella logica di Freire, un lavoratore inizia a leggere se può dare un significato ai segni che vede sul foglio, quindi inizia da “mattone”, “roccia”, “siccità”. Freire vuole riempire il vocabolario dei lavoratori per far scoprire loro il mondo; per il soldato, per lo Stato, questo percorso dalla sillaba alla coscienza critica è una cospirazione.
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