Lucas ha fatto sapere che avrebbe parlato soltanto con don Raffaele: è irremovibile su questo punto e non ha paura delle conseguenze del suo silenzio, ma svelerà il luogo della sepoltura dei cinque cadaveri soltanto a don Raffaele.
Anche se riluttanti, i carabinieri alla fine conducono Lucas senza manette vicino al ciliegio al centro del giardino di casa, dove arriva, un po’ infastidito e insofferente, il prete. Ma perché rivelerà le sepolture a lui ed a lui soltanto? Perché è un prete e vuole la confessione? Dalle prime battute non sembra proprio che il ventiduenne omicida abbia l’esigenza di confessarsi. Il prete non riesce a capire: in fondo a stento ha intravisto Lucas da bambino, e di sua madre ha soltanto qualche vago ricordo della sua adolescenza: tutti poi scansavano Olga, sua madre, che consideravano un po’ toccata, dal momento che si diceva che vedesse e parlasse coi morti; e poi lui, di famiglia benestante, ha sentito la vocazione e se n’è andato presto dal paese, quindi… quale familiarità hanno Lucas e don Raffaele? Quale legame li tiene insieme? Non lo sa, e questo lo inquieta ancora di più, soprattutto dopo il primo ritrovamento, le ossa del cane che Lucas, ancora bambino, ha ammazzato a bastonate per sperimentare quali emozioni si possono provare cancellando una vita. Lucas, in effetti, ha uno sguardo glaciale, privo di ogni emozione, racconta la sua sofferenza, ma non ha nessuna pietà o rimorso né per il cane né per quello che ha fatto ai bambini. Don Raffaele è seccato: il percorso nel bosco-cimitero, dove Lucas dice di aver sepolto i cinque bambini, lo preoccupa, anche perché Lucas continua a riferire che i cadaveri sono sei, non cinque, ed uno è di un figlio non ancora reclamato dalla madre.
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