Il Danubio si attraversa a piedi, il Mediterraneo brucia: l’ambientalismo o è lotta di classe, o è giardinaggio
A Devin, dove il fiume Moravia si getta nel Danubio, il livello dell’acqua è sceso a 66 centimetri: di solito, in questo punto, ce ne sono 250. Poco più a valle, in Croazia, il fiume è calato di oltre un metro e trenta in una sola settimana, e dal fondo sono tornati a galla un relitto del 1937, automobili, oggetti che qualcuno aveva dimenticato lì convinto che l’acqua li avrebbe coperti per sempre. A Bratislava il Danubio ha toccato i livelli più bassi degli ultimi trent’anni, e in alcuni tratti della Grande Pianura ungherese ci si può muovere a piedi dove prima serviva una barca. Non è la sequenza di apertura di un documentario catastrofista. È la cronaca delle ultime due settimane.
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Non parto dal Po, questa volta, anche se il Po resta in secca e la Coldiretti continua a stimare un possibile calo del 50% nella raccolta di mais. Parto dal Danubio perché quello che sta succedendo lì dice qualcosa che il caso italiano, da solo, rischia di far sembrare un problema nostro, di clima mediterraneo e malagestione locale, quando invece non lo è. Il fiume più lungo dell’Unione Europea, duemilaottocentosessanta chilometri dalla Foresta Nera al Mar Nero, ha un deficit di pioggia stimato in un anno intero di precipitazioni mancanti al suolo, e una portata ridotta di circa il 40%.

In Ungheria il premier Péter Magyar ha dovuto spiegare ai cittadini, in un video su Facebook, perché per la prima volta in quarantaquattro anni la centrale nucleare di Paks (che produce oltre il 40% dell’elettricità del paese) è stata fermata: l’acqua che serve a raffreddarla, semplicemente, non c’era più. In Serbia l’impianto idroelettrico di Djerdap 1 ha sospeso la produzione. La Romania ha dovuto fare lo stesso con alcune centrali. Un fiume che si abbassa di un metro spegne, letteralmente, l’energia di tre paesi.

Il Mediterraneo, dal canto suo, non si sta solo scaldando: sta accumulando qualcosa che pagheremo più avanti. Al largo di Maiorca una boa oceanografica ha misurato, pochi giorni fa, 33,02 gradi, il valore più alto mai registrato in quella stazione, in un mare che normalmente a inizio agosto sta tra i 25 e i 26. A giugno la temperatura media del bacino ha toccato i 24,3 gradi, un record assoluto per quel mese; per il 98% della sua superficie il Mediterraneo ha vissuto quest’estate un’ondata di calore marino, e nell’80% dei casi di intensità forte o estrema.
Un meteorologo di Arpae Emilia-Romagna lo spiega così: più calore nel mare significa più evaporazione, più vapore acqueo, più energia disponibile per i sistemi perturbati — un carburante che si accumula d’estate e si scarica in autunno, quando le prime perturbazioni fresche incontrano un mare ancora bollente. I nubifragi di ottobre e novembre, in altre parole, si stanno preparando adesso, in superficie, sotto il sole di agosto.
Chi nega, e perché – Poi c’è chi guarda tutto questo e nega che ci sia un problema, o lo minimizza a variabilità naturale. Il sociologo Robert Brulle ha ricostruito come, tra il 2003 e il 2010, 140 fondazioni abbiano fatto arrivare 558 milioni di dollari a più di cento organizzazioni negazioniste; altri finanziatori, attraverso veicoli opachi come Donors Trust, hanno versato altri 120 milioni restando anonimi. I nomi dietro questi flussi sono gli stessi da mezzo secolo: ExxonMobil, che già nel 1981 conosceva internamente gli effetti “potenzialmente catastrofici” delle proprie emissioni; Koch; Shell; BP. Il modello è lo stesso dell’industria del tabacco: comprare scienziati compiacenti, fondare think tank, seminare dubbio dove la scienza non ne ha. Chi finanzia questa macchina sa esattamente cosa sta facendo, chi le crede in buona fede sta comprando, senza saperlo, la merce che quei soldi hanno fabbricato apposta per lui.
Le posizioni in campo – Tolto il negazionismo puro, minoritario, ma non marginale nella destra populista da Trump a Vannacci, il campo si divide almeno in tre posizioni reali. C’è l’ambientalismo di mercato: Green Deal, ETS, CBAM, tutti strumenti che correggono il mercato senza toccarne le fondamenta, mettendo un prezzo alla CO2 invece di decidere collettivamente cosa produrre e per chi. C’è quello che Chico Mendes ha chiamato giardinaggio: l’ambientalismo individuale, la borraccia al posto della plastica, utile ma incapace, per costruzione, di incidere su chi decide cosa si estrae e cosa si brucia. E c’è l’ecologia come lotta di classe, la tesi per cui i costi della crisi climatica cadono quasi sempre su chi non l’ha causata, mentre i profitti di chi l’ha causata restano concentrati e intoccati. Senza questa terza cornice, le altre due restano amministrazione del sintomo.
Le infrazioni ai protocolli – Restando pure dentro la cornice più moderata, quella del Green Deal, l’Europa arretra mentre dovrebbe accelerare. L’Italia ha chiesto la sospensione dell’ETS invocando la crisi in Medio Oriente, accumula ritardi sul Case Green, si oppone allo stop alle auto a combustione fissato per il 2035. Ventitré delle sessantaquattro procedure d’infrazione europee aperte contro l’Italia riguardano l’ambiente, il gruppo più numeroso. E qui il divario tra chi decide e chi subisce si vede a occhio nudo: l’81% degli europei sostiene la neutralità climatica, il 90% chiede più investimenti per l’adattamento. Chi ha il potere di decidere, decide comunque nella direzione opposta a quello che la maggioranza chiede. Non serve altra definizione di conflitto di classe.
Le migrazioni, il capitalismo, e le terre rare che nessuno vede – C’è un pezzo di questa storia che di solito resta fuori dal discorso ambientale, e che invece ci sta dentro fino al collo: da dove arrivano il cobalto della batteria del telefono o le terre rare del motore elettrico che qualcuno è venduto come scelta ecologica. Quasi certamente dalla Repubblica Democratica del Congo, che da sola concentra oltre il 70% della produzione mondiale di cobalto, o da una manciata di altri paesi del Sud globale dove (lo documenta una mappa curata da Focsiv insieme all’Osservatorio del Debito nella Globalizzazione) sono in corso almeno 28 conflitti sociali e ambientali legati all’estrazione, alla lavorazione e allo smaltimento di questi minerali. Il paradosso ha già un nome, coniato da chi studia la transizione energetica: zone di sacrificio verdi. Per salvare il clima globale si creano periferie locali dove l’estrazione devasta comunità, sfrutta lavoro minorile, avvelena falde e fiumi — mentre il valore che ne esce, sotto forma di batterie e pannelli e turbine, arriva quasi tutto qui, nel Nord globale che si racconta la propria transizione come una scelta pulita.
Non è un dettaglio economico a margine: è uno dei motori meno raccontati delle migrazioni che poi arrivano, in cronaca, come fatti isolati — un’altra barca, un altro confine, un’altra Ceuta. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo un sistema di contrabbando finanzia gruppi armati che combattono, in ultima istanza, per il controllo di quelle miniere; il capitano Ibrahim Traoré, in Burkina Faso, ha rotto le relazioni diplomatiche con la Francia lo scorso 26 giugno richiamandosi a Sankara e all’antimperialismo, aprendo però le porte ai mercenari russi di Africa Corps in cambio, di fatto, di sicurezza per le proprie risorse.
Gli Stati Uniti hanno lanciato quest’anno “Project Vault”, una riserva strategica da 12 miliardi di dollari per sessanta minerali critici, con Stellantis, General Motors e Boeing già a bordo — e nello stesso momento un’azienda americana, Virtus Minerals, acquisiva la congolese Chemaf per mettere le mani su rame e cobalto che fino a ieri finivano quasi solo in Cina.

Le stesse terre rare, per chi vuole vederne la geografia intera, tengono insieme l’accordo minerario tra Stati Uniti e Ucraina, la guerra civile in Congo e le mire di Trump sulla Groenlandia: tre teatri diversi, un solo movente. Chi scappa da quelle zone — dal Congo, dal Sahel, da tutta la fascia che il capitale del Nord tratta come giacimento e non come territorio abitato — arriva prima o poi su una costa europea, dove qualcuno lo accoglierà come un problema di ordine pubblico piuttosto che come l’effetto collaterale, previsto e ignorato, di un modello estrattivo che chiamiamo transizione ecologica solo perché il danno lo vediamo altrove.
Le guerre aiutano la lotta ambientale? – La domanda circola in due versioni opposte: chi la pone sperando in una risposta cinica, meno produzione quindi meno emissioni, e chi la pone per denunciare l’ambientalista che tace sulle guerre. I numeri rispondono in una direzione che nessuna delle due domande si aspetta. Le forze armate mondiali producono da sole il 5,5% delle emissioni globali, più dell’intera aviazione civile; se la guerra fosse uno stato, sarebbe il quarto emettitore al mondo dopo Stati Uniti, Cina e India. Le prime due settimane del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno prodotto oltre 5 milioni di tonnellate di CO2, che proiettate su un anno equivarrebbero a quanto emettono insieme gli ottantaquattro paesi più poveri del pianeta. L’Ucraina, dopo quattro anni di guerra, ha superato 311 milioni di tonnellate — quanto la Francia in un anno. E l’accordo di Parigi rende volontaria la rendicontazione delle emissioni militari: Stati Uniti, Cina e Russia non comunicano quasi nulla, l’Unione Europea lascia fuori dai conteggi l’82% delle proprie. Il piano ReArm Europe dirotta verso la difesa fondi di coesione che erano destinati alla transizione ecologica nelle aree più svantaggiate, compresa l’Italia. Le guerre non aiutano la lotta ambientale, la aggravano due volte, inquinando enormemente e sottraendo ogni volta sia i soldi sia l’attenzione politica che servirebbero altrove.
Perché è lotta di classe, o è giardinaggio – Il filo che lega il Danubio prosciugato, il Mediterraneo che accumula calore per l’autunno, le miniere di cobalto congolesi e la richiesta italiana di sospendere l’ETS “per la crisi in Medio Oriente” è sempre lo stesso: chi ha il potere economico di causare il problema ha anche il potere politico di non pagarne il conto, e di farlo pagare a chi quel potere non ha, cioè al coltivatore senza foraggio, all’operaio senza aria condizionata, al minatore congolese, alla famiglia che attraversa un confine perché la sua terra è diventata un giacimento per qualcun altro. La borraccia riutilizzabile non cambia questo rapporto di forza. Lo cambia solo un’ecologia che si presenta come quello che di fatto è già: una lotta per decidere collettivamente, e non lasciare decidere al mercato, alle armi o alle multinazionali del cobalto, chi paga il prezzo di una crisi che non ha scelto.
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