Ogni anno, il 25 aprile torna il tentativo di ridurre la Festa della Liberazione a una ricorrenza divisiva, “di parte”, superata. Ogni anno vale la pena rispondere a tutte ed a tutti, anche a rischio di essere retorici, con precisione storica.
Con la ricorrenza del 25 aprile si celebra la fine dell’occupazione nazifascista dell’Italia e la sconfitta militare e morale del regime che aveva soppresso le libertà civili, perseguitato gli ebrei, consegnato il paese a Hitler. Non è la vittoria di una fazione politica: è la condizione storica che ha reso possibile la Costituzione repubblicana, i diritti, la democrazia. Chi non capisce questo non capisce lo Stato in cui vive.
Del resto il movimento partigiano italiano non era un blocco omogeneo. Era una coalizione di forze politiche diverse, unite da un obiettivo comune — cacciare i nazisti e abbattere la RSI — ma portatrici di visioni del mondo profondamente differenti:
Le Brigate Garibaldi, la formazione numericamente più grande, organizzata e radicata soprattutto nelle aree operaie e contadine del Nord, erano legate al Partito Comunista Italiano (PCI). Avevano una prospettiva rivoluzionaria, poi allineata alla linea di «unità nazionale» imposta da Palmiro Togliatti.
Le Brigate Matteotti sono state espressione del Partito Socialista Italiano (PSI), vicine ai comunisti nella base sociale, più libertarie nell’organizzazione interna.
Giustizia e Libertà / Partito d’Azione è una formazione liberal-socialista, azionista, intellettualmente più sofisticata (vi militarono Ferruccio Parri, Emilio Lussu, Leo Valiani). Credevano in una rivoluzione democratica che rompesse con la vecchia classe dirigente liberale, non solo col fascismo. Dopo la guerra il Partito d’Azione si dissolse rapidamente, ma fu determinante nella scrittura della Costituzione.
Le Brigate Fiamme Verdi, di ispirazione cattolica e democristiana, forti soprattutto in Lombardia e Veneto, erano Legate agli ambienti del cattolicesimo sociale e alla futura DC.
Coesisteva anche una minoranza di gruppi monarchici e liberali, che combattevano per la liberazione senza rompere con l’ordine istituzionale prefascista.
Tutti erano uniti però da una profonda convinzione antifascista, dunque di rottura con lo Stato fascista e di ripristino delle libertà fondamentali (stampa, associazione, voto …) negate dal fascismo.
Per questo stride lo strano parallelismo, che sempre più spesso si sente, fra partigiani e repubblichini di Salò.
Nel 1996, Luciano Violante — neopresidente della Camera — pronunciò un discorso in cui invitava a «capire» i ragazzi di Salò, quelli che «avevano scelto dalla parte sbagliata». L’intenzione dichiarata era riconciliativa, l’effetto fu però di aprire una breccia nella distinzione storica e morale tra le due parti. Da allora quella breccia è stata allargata sistematicamente dalla destra post-missina. Ignazio La Russa, presidente del Senato — seconda carica dello Stato — ha ripreso e radicalizzato quella linea: ha definito i partigiani «non tutti eroi», ha celebrato pubblicamente il fascismo repubblicano, ha dichiarato di avere a casa busti del Duce. Che queste posizioni provengano da chi presiede il Senato della Repubblica non è un dettaglio: è un fatto istituzionalmente grave.
La differenza però non è sentimentale, ma storica e giuridica:
- i partigiani combattevano per rovesciare un regime che aveva soppresso la democrazia e per liberare il paese dall’occupazione straniera;
- i soldati della RSI combattevano a fianco delle SS naziste, parteciparono alle deportazioni degli ebrei italiani, collaborarono alle stragi di civili (Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fosse Ardeatine
Equiparare i due schieramenti in nome di un malinteso rispetto per «i ragazzi che credevano in qualcosa» significa cancellare il contenuto di ciò in cui ciascuno credeva e le conseguenze concrete di quelle scelte su centinaia di migliaia di vittime.
Questo bisogna ricordarlo sempre, come bisogna ricordare che il 25 aprile per noi, per i democratici che credono nella Costituzione, è una conquista che non è permanente e garantita: è il risultato di una rottura storica precisa, che va conosciuta.
Perché la Costituzione italiana nasce dalla Resistenza e chi la governa dovrebbe saperlo, o almeno fingere di rispettarlo.
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