Il 27 maggio 2026 è uscita su Netflix Due Spicci, terza serie animata di Michele Rech, in arte Zerocalcare. Si tratta di un nuovo capitolo dopo i fortunati esordi all’animazione di Strappare lungo i bordi (2021) e Questo mondo non mi renderà cattivo (2023), che in poco tempo avevano fatto conoscere il fumettista a chi i suoi fumetti non li aveva ancora letti.
Con questa nuova serie, Due Spicci, Zerocalcare prosegue il suo percorso narrativo e lo arricchisce di nuove riflessioni, più introspettive e meno disincantate. Il risultato è un racconto più amaro, più consapevole e — per certi versi — più filosofico dell’intera trilogia.
La trama, in breve – Due Spicci racconta la storia di Zero e Cinghiale, che si ritrovano a gestire un piccolo locale mentre affrontano problemi economici e personali che rischiano di incrinare equilibri già fragili. Tra fantasmi del passato, responsabilità inattese e rapporti messi alla prova, la serie torna a scavare nelle insicurezze e nelle fragilità quotidiane che da sempre caratterizzano l’universo di Zerocalcare. All’improvviso i soldi spariscono dal conto, e quello che sembrava un progetto di sopravvivenza economica si trasforma in qualcosa di più intricato. Tra problemi economici, incomprensioni e criminalità romana, la vita dei protagonisti precipita rapidamente. Sullo sfondo emergono anche temi duri come la violenza domestica e la crisi affettiva. Il titolo non è una scelta casuale. Per l’autore richiama anche i buffi, cioè quei debiti emotivi e relazionali che restano aperti nel tempo: rapporti lasciati in sospeso, conti interiori e questioni irrisolte che prima o poi tornano a bussare. È una serie sull’economia affettiva di chi non ha mai regolato i propri conti con sé stesso.
Crescere senza copione: i millennials allo specchio – Il cuore tematico della serie sta qui: ci si ritrova adulti senza essere cresciuti, ci si innamora senza conoscere il proprio lessico sessuale, ci si scopre incapaci di capire chi fino all’altro giorno era un’appendice della propria anima. Zerocalcare mette su pellicola una generazione che non è rimasta ferma per inerzia, ma che ha semplicemente trovato un mondo diverso da quello che le era stato promesso. Esemplare questa riflessione: i quarantenni dei film degli anni Ottanta e Novanta sembravano aver già capito tutto, avevano una casa, un lavoro stabile, una famiglia costruita, abitudini consolidate e un’identità adulta ben definita; i quarantenni raccontati da Zerocalcare, invece, vivono una situazione molto diversa, perché lavorano, pagano bollette e affitti, affrontano responsabilità e problemi concreti, ma continuano a sentirsi in una terra di mezzo. Due Spicci non racconta più l’adolescenza emotiva di chi non sa crescere, racconta cosa succede quando ti accorgi che sei cresciuto comunque, anche se nessuno ti ha spiegato come si fa. È una distinzione sottile ma fondamentale. Non si tratta di sindrome di Peter Pan, cioè di rifiuto del mondo adulto per nostalgia o viltà: si tratta di una generazione che ha costruito la propria maturità su macerie strutturali — precarietà lavorativa, impossibilità di accesso alla casa, relazioni liquide — e che ora guarda indietro non per rimpianto romantico, ma per fare i conti con ciò che è rimasto aperto. Zerocalcare fa i conti con i suoi quarant’anni, un’età in cui si iniziano a fare valutazioni sul “fatto” più che sul “da fare”, e sulle condizioni della sua generazione: i tanto citati millennials, nati in un mondo con speranze e aspettative, che hanno visto quel tempo svanire rapidamente. Una generazione cresciuta a pane e precarietà, nella vita lavorativa così come in quella sentimentale, illusa dall’idea che prima o poi avrebbe raggiunto una stabilità che ancora oggi non si vede all’orizzonte.
L’introspezione come metodo – La grande forza sta nel raccontare il momento esatto in cui capisci che non sei più giovane abbastanza da rimandare tutto a domani. Zerocalcare mette in scena i millennials senza filtri né romanticismi, mostrando una generazione cresciuta con l’idea di un futuro stabile e ritrovatasi invece incastrata in una precarietà continua, economica ma soprattutto esistenziale. La carica introspettiva è il motore della serie, non la cornice. L’autoanalisi, con Armadillo, e la franchezza sono strumenti narrativi centrali: con una sensibilità speciale che permette di passare dall’ironia alla serietà su problemi molto spinosi, Zerocalcare dispensa sorrisi e altrettanti pugni allo stomaco, riuscendo così a far commuovere e riflettere al contempo. Più che personaggi, Zero e i suoi comprimari sono funzioni di un ragionamento collettivo — ciascuno porta sulle spalle una variante del medesimo problema: come si abita un’età adulta che nessuno ti ha insegnato a riconoscere? Ci sono perciò tutti i pregi e tutti i difetti della narrazione zerocalcariana amplificati dalla durata media degli episodi più lunga: emotività, sentimento, ansia esistenziale, divagazioni incessanti, e un bisogno costante di precisare, in un raro esercizio di empatia che sconfina però nella seduta psicologica a spese dello spettatore. È una critica legittima, eppure, anche quando la serie eccede, il registro resta riconoscibile e onesto.
Il cinismo come forma di utopia – Due Spicci è costruito sulla tensione tra disincanto e speranza, tra la lucidità di chi ha smesso di credere nelle promesse e l’ostinazione di chi non riesce a smettere di sognare. Una periferia che non ha più sogni ma solo bisogni, abituata alle promesse non mantenute da una vita che non è all’altezza delle aspettative, forte di un disincanto che permette comunque di sopravvivere a tutta quest’amarezza. Il cinismo di Zerocalcare non è nichilismo, perché è un cinismo romantico, nel senso più preciso del termine: nasconde sempre, sotto la scorza del sarcasmo e della battuta, un’adesione ostinata a un’idea di giustizia e di solidarietà. Si parla di relazioni, di abusi e di tossicità, di insicurezze e di paure; si parla di Italia e dei suoi lati oscuri, della morsa criminale che si muove nell’ombra di determinate zone. Il privato non è mai solo privato: è sempre anche politico, sempre anche strutturale; non ci si può salvare da soli, non ci si può salvare nemmeno tutti insieme, a volte, ma bisogna provarci lo stesso.
Due Spicci ha un tono più cupo, malinconico, quasi crepuscolare. Si ride ancora tantissimo, ma la risata non allevia più come prima. Arriva e poi si ritira, lasciando uno spazio che non si riempie subito. Le metafore visive, le citazioni a cinema, videogiochi, anime e musica pop non servono solo a strappare una risata: diventano strumenti per dare corpo ad ansia, memoria, precarietà e senso di colpa. Lo stile ironico e sarcastico non è ornamento ma struttura, è il modo in cui un autore che ha molto da dire sceglie di non fare la predica. La battuta non abbassa il livello del discorso: lo rende accessibile senza renderlo banale.
Due Spicci è un’opera imperfetta, a volte verbosa, ma capace di intercettare con grande precisione quella zona grigia in cui molti millennials si ritrovano oggi: troppo adulti per sentirsi ragazzi, troppo precari per sentirsi davvero adulti. In un panorama culturale italiano in cui il racconto generazionale oscilla tra l’autocommiserazione sterile e la retorica della resilienza a tutti i costi, Zerocalcare fa qualcosa di raro: dice la verità, con ironia, senza consolazioni facili, senza morale finale.
E questo, in sé, è già un atto politico.
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