Sono soprattutto due le criticità che l’opinione pubblica, spesso pregiudizievolmente, solleva di fronte ai fenomeni migratori: il primo è il pericolo per la distribuzione dei servizi, mentre il secondo riguarda più genericamente l’integrazione culturale.
Quando arrivano, gli immigrati sono visti in competizione con i locali, o nativi, che sentono la minaccia di chi sta peggio, o dice di star peggio, arrivato con pretese di integrazione e assistenza: questo vuol dire che lo Stato deve suddividere quel che ha con un numero maggiore di persone, che per di più non sono neanche native di quel paese. Famiglie, cittadini, lavoratori si sentono in competizione e sentono che la perderanno. Dall’altra parte questi che arrivano hanno una cultura diversa, lingue, religioni, festività completamente differenti: come possono pretendere di essere trattati come gli abitanti del luogo se non ne conoscono a volte neanche l’alfabeto? Le soluzioni appaiono evidenti: un corso di lingua e cultura con esame finale, quindi l’accesso a qualche forma di sussistenza sociale. Chiaro che, in questa ottica, lo Stato stesso si pone a tutela prima dei nativi, quindi comincia a pensare ai migranti. Dunque si rafforzano i concetti identitari e nazionalisti, si rafforzano le disuguaglianze, si rafforza l’elemento escludente e selettivo: per gli immigrati ricchi è più facile accedere alla cittadinanza, per i poveri invece non resta che la lotta con gli altri poveri, quelli nativi, ma con armi ancora più spuntate.
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.