Nell’estate del 2020 Job Kootte lavora in un campeggio a Spitsbergen, in una penisola che occupa una fetta del Mare di Barents, nelle Isole Svalbarg. Una mattina il suo corpo è trovato senza vita, dilaniato da un orso polare. Poco distante, nelle prossimità dell’aeroporto di Longyearbyen, qualche giorno dopo è rinvenuto un altro cadavere, quello dell’orso polare, ribattezzato col nome di Snow.
L’attenzione e le lacrime di tutti sono per il povero Job, ma neanche un accenno di compassione per il povero orso. Del resto è sempre stato così, da quella prima volta che una nave olandese, guidata da Barents, verso la fine del sedicesimo secolo, aveva fatto capolino in quei posti selvaggi imbattendosi accidentalmente negli abitanti del luogo: gli orsi polari. La reazione dei marinai fu di immediata paura: l’orso è da subito visto come un mostro, pericoloso, enorme, affamato. Ma è davvero così? È questa la verità? Oggi nell’isola chi desidera arrivare e circolare in quelle enormi distese di mare e ghiaccio deve armarsi e camminare sempre con un fucile in spalla: l’orso è sempre in agguato e per l’orso l’uomo non è altro che uno spuntino. Frank Westerman decide di noleggiare un tepee arancione nello stesso campeggio e di conoscere di persona la capacità di convivenza fra uomini e orsi. Se si cambia prospettiva, il vero animale errante non è l’orso che capita per caso in quel campo, ma l’uomo che quei posti li sta invadendo e colonizzando: per l’orso l’uomo non è altro che un tricheco verticale che compare all’improvviso sul suo cammino. Frank e sua figlia Vera ripercorrono quei posti, senza imbattersi in orsi, ma soltanto in uomini che di quell’animale continuano a fare piccoli trofei da esporre ovunque.
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