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Amnistia Togliatti: la clemenza che tenne in vita il fascismo repubblicano

l'unità
Categoria domenicale
Pubblicato il 13 Luglio 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 7 minuti

Il 22 giugno 1946, poco più di venti giorni dopo il referendum che sancisce la nascita della Repubblica, il ministro di Grazia e Giustizia Palmiro Togliatti, segretario del PCI, firma quasi di suo pugno il decreto presidenziale n. 4, passato alla storia come “amnistia Togliatti“. È uno dei paradossi più fecondi della storia repubblicana: un comunista concede il perdono di Stato a decine di migliaia di fascisti, gerarchi compresi. Senza quel provvedimento, gran parte della futura classe dirigente della destra italiana, da Junio Valerio Borghese a Giorgio Almirante, difficilmente avrebbe potuto ricostruirsi una vita pubblica. E senza quella classe dirigente, la genealogia che arriva fino a un presidente del Senato con una statuetta del Duce ancora in casa o a un viceministro fotografato in divisa nazista assumerebbe una forma diversa, forse irriconoscibile.

fonte: Il Messaggero

Perché fu ritenuta necessaria – L’Italia del 1946 è un paese lacerato da una guerra civile che si somma alla guerra mondiale: partigiani e repubblichini si sono ammazzati per due anni, le carceri sono sovraffollate, la giustizia sommaria del dopoguerra rischia di trasformarsi in faida permanente. Togliatti motiva il decreto con l’urgenza di un rapido ritorno a condizioni di pace politica e sociale, riconoscendo che milioni di italiani cresciuti sotto vent’anni di regime avevano avuto oggettiva difficoltà a distinguere il bene dal male. C’è poi un calcolo politico non troppo nascosto: il PCI, forte nel governo De Gasperi, vuole intestarsi il gesto di clemenza per attrarre verso di sé la base moderata dell’ex regime.
Sulla carta, il decreto non era un condono generalizzato: amnistiava i reati comuni fino a 5 anni e i reati politici commessi dopo l’8 settembre 1943, escludendo esplicitamente chi avesse ricoperto “elevate funzioni di direzione civile o politica o di comando militare”, o si fosse macchiato di stragi, omicidi, saccheggi e “sevizie particolarmente efferate”. I grandi responsabili, in teoria, dovevano restare fuori.

Cosa andò storto? – La magistratura chiamata ad applicare il decreto era la stessa che aveva servito il regime per vent’anni e non fu mai epurata: l’Alta Corte di giustizia venne presto svuotata di poteri a favore dei tribunali ordinari, affidati agli stessi giudici di sempre. Il risultato fu un’interpretazione via via più permissiva della formula “sevizie particolarmente efferate”: la Cassazione, in una sentenza del marzo 1947, stabilì che percosse prolungate e persino uno stupro non bastavano a configurare la fattispecie esclusa dal beneficio, un’interpretazione che giuristi come Giuliano Vassalli e Alessandro Galante Garrone bollarono duramente Secondo le stime di Mimmo Franzinelli, che ha dedicato al tema lo studio più completo, uscirono dal carcere circa diecimila fascisti, tra cui gerarchi di primo piano; lo storico parla apertamente di un “colpo di spugna” sui crimini del ventennio. Il giurista Piero Calamandrei la definì “un clamoroso errore della nuova classe dirigente italiana, gravido di conseguenze”.

Le vite salvate – Furono in diversi a beneficiare dunque dell’amnistia, però vale la pena soffermarsi almeno su due “camerati” illustri.

Fonte: Il Manifesto

Junio Valerio Borghese, comandante della Decima Mas, reparto che nella Repubblica sociale si distinse nella repressione antipartigiana, fu assolto dall’accusa di crimini di guerra e condannato a 12 anni per collaborazionismo; otto vennero subito condonati per meriti di guerra, il resto lo travolse l’amnistia, che lo rimise in libertà quasi subito. Ventiquattro anni dopo, nel dicembre 1970, lo stesso Borghese avrebbe organizzato il tentativo di colpo di Stato passato alla storia come “golpe Borghese”.

Giorgio Almirante, capo di gabinetto al ministero della Cultura popolare di Salò, già redattore della rivista La difesa della razza, era stato accusato di aver firmato ordini di fucilazione contro i partigiani: l’amnistia fece cadere l’accusa. Uscito dalla clandestinità nel settembre 1946, tre mesi dopo partecipava alla fondazione del Movimento Sociale Italiano, di cui sarebbe stato segretario per oltre vent’anni complessivi (fonte).

E se non ci fosse stata? – Il controfattuale, per quanto scivoloso come ogni controfattuale storico, regge fino a un certo punto: senza amnistia Borghese avrebbe verosimilmente scontato la pena per intero, forse senza più le energie politiche per il golpe del ’70; Almirante, condannato per un ordine di fucilazione, difficilmente avrebbe potuto rifondare in pubblico un partito nell’arco di pochi mesi. E senza il MSI, la casa politica in cui muove i primi passi, nel 1971 nel Fronte della Gioventù, un giovanissimo Ignazio La Russa, oggi presidente del Senato, figlio di un senatore missino, che conserva ancora in casa una statuetta del Duce ereditata dal padre, la genealogia istituzionale della destra italiana assumerebbe una forma diversa. Vale, per rami più oscuri, anche per casi come quello di Galeazzo Bignami, oggi viceministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, riemerso più volte nelle cronache per una fotografia del 2005 in divisa nazista con la fascia delle SS al braccio, da lui definita una “goliardata”.

Si veda in ultimo la commemorazione del camerata Marcello Bignami, ricordato proprio da Ignazio La Russa come “un camerata che non ha mai mollato”.

Dire che senza Togliatti oggi rischieremmo un capo dello Stato neofascista è una provocazione, non una previsione: la storia non funziona per sottrazione lineare di cause. Ma il nesso fattuale c’è, ed è documentato: l’amnistia non “creò” il neofascismo italiano, gli garantì però i quadri, i simboli e il tempo per riorganizzarsi legalmente dentro le istituzioni della stessa Repubblica che quel fascismo aveva combattuto.

Il rovescio della medaglia, ancora – Non tutti gli storici leggono l’operazione come un puro cedimento: c’è chi sostiene che la mancata punizione dei fascisti abbia forse scongiurato un colpo di mano reazionario nell’immediato dopoguerra, permettendo alla fase costituente di consolidarsi senza la resistenza armata di un ceto che si sentiva già politicamente perduto. È il nodo su cui la storiografia resta divisa: compromesso necessario alla democrazia nascente, o rinuncia colpevole a una vera resa dei conti con vent’anni di dittatura?

Ottant’anni dopo, il conto lo stiamo ancora pagando come un’eredità culturale mai davvero elaborata.


APPENDICE: Il libro di Mimmo Franzinelli, L’amnistia Togliatti. 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti

Il libro di Mimmo Franzinelli, “L’Amnistia Togliatti. 1946. Colpo di spugna sui crimini fascisti” (Feltrinelli 2013, ma la prima edizione è del 2006), rappresenta un’indagine storiografica rigorosa su uno dei momenti più controversi del dopoguerra italiano: il provvedimento di clemenza che di fatto sancì il fallimento dell’epurazione e garantì l’impunità a gran parte dei responsabili del regime e della RSI.
Il volume analizza la genesi, l’applicazione e le conseguenze del decreto presidenziale del 22 giugno 1946. Franzinelli dimostra, carte alla mano, che Palmiro Togliatti, allora Ministro di Grazia e Giustizia, ebbe la piena paternità del provvedimento, scrivendone di proprio pugno parti significative come il controverso articolo 3. L’obiettivo politico era la pacificazione nazionale e il recupero dei fascisti “onesti” o “traviati” alla causa democratica, in una competizione per il consenso che vedeva contrapposti i partiti di massa e la monarchia.
Tuttavia, l’applicazione del decreto fu delegata a una magistratura quasi interamente non epurata, formatasi culturalmente durante il ventennio. La Corte di Cassazione, in particolare, operò una sistematica demolizione delle condanne inflitte dalle Corti d’assise straordinarie: attraverso interpretazioni cavillose, come quella sulle “sevizie particolarmente efferate” (che permetteva di graziare torturatori le cui brutalità non erano considerate “eccezionali”), tornarono liberi gerarchi, giudici del Tribunale Speciale, direttori di giornali razzisti e aguzzini della Banda Koch e della Banda Carità.
Il libro evidenzia inoltre un tragico paradosso: mentre i collaborazionisti uscivano in massa dalle galere, i partigiani venivano perseguitati penalmente per atti di guerra, subendo processi per reati comuni riesumati da magistrati spesso ostili alla Resistenza. Infine, Franzinelli offre una visione comparata con il panorama europeo, evidenziando come altrove (Francia, Norvegia, Belgio) l’epurazione fu molto più tempestiva e rigorosa.
Il libro di Franzinelli rivela come la democrazia non nacque da una rottura netta con il passato, ma attraverso una “continuità dello Stato” garantita da un colpo di spugna giudiziario. Il lavoro di Franzinelli non è animato da rancore, ma dalla necessità di colmare una “lacuna negli annali della storia.


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